Il Baronetto aveva un giorno presentato un suo amico al Duca di Gonzalvo: era quest'amico, o per meglio dire, questo complice di Edmondo, un giovine spagnuolo di costumi viziosi e d'indole maligna. Questi si era, per avidità di danaro, venduto in anima e corpo al Baronetto, e serviva alle costui follie con zelo e fedeltà degna di miglior causa. Il Duca avea stretta con confidenza la mano di questo uomo, siccome quella del Baronetto, e stimava entrambi leali e ben nati cavalieri. La sua casa era aperta ai due amici: una fiducia illimitata lor veniva accordata. Egli e il suo complice si congedarono dal Duca di Gonzalvo, il quale, gli abbracciò col volto bagnato di lagrime, e manifestò loro il più profondo cordoglio per la condanna che li aveva colpiti. Più strazianti ancora si furono gli addio di Edmondo e di Juanita, la quale non potè, alla presenza del fratello, disfogare tutto quel dolore che le cagionava la partenza del suo amato. Gli è vero che il giorno dinanzi, Edmondo l'avea in segreto rassicurato che le sarebbe rimasto fedele insino alla morte, confortandola a sperare nell'avvenire e negli aventi, e nella promessa che ei le dava di sposarla non si presto ritornava a porre il piede in Ispagna.

Edmondo e il suo amico doveano attraversare quasi tutta la Spagna per trasferirsi a Bajonna, sulle frontiere della Francia, per dove intendevano muovere, e dove il Baronetto possedeva un piccol feudo.

Giunti a Madrid, l'amico di Edmondo si presentò all'autorità, e pronunziò una di quelle parole che bastano a troncare una vita civile: era una orribil calunnia politica contro il Duca di Gonzalvo, governatore d'Andalusia. Una falsa scritta ben congegnata fu recata a luce e il Duca fu accusato d'intelligenza co' nemici del paese e di clandestina corrispondenza coll'uomo che avea già ripieno il mondo colla fama delle sue gesta militari. Il giorno appresso, un dispaccio telegrafico da Madrid ordinava la dimissione del Duca di Gonzalvo dalla sua carica, e il pronto suo sgombero dal territorio spagnuolo. Il Duca fu colpito senza conoscere che cosa avea cagionata la sua condanna: non valsero le sue proteste, le sue giustificazioni: l'ordine era preciso ed inappellabile. Il nobile spagnuolo fu ferito nell'anima; versò lagrime amare! perocchè non tanto gli dava cruccio la perdita della sua carica e l'esilio al quale era condannato, quanto il pensare alla macchia che avrebbe bruttato il suo cognome, venuto per secoli in gran grido di attaccamento e fedeltà ai Monarchi delle Spagne.

Non osiamo dipingere gli eccessi della sua collera, quando da Madrid gli venne comunicata la cagione del suo bando e l'infame calunnia che lo avea prodotto. Il Duca si abbandonò a tal furore che gittava urli disperati ed imprecazioni atroci contro l'ignoto nemico che lo avea vilmente calunniato. Oh se egli avesse saputo chi era il vero autore del tradimento! Frattanto giunsegli una lettera di Edmondo, colla quale questi, dicendogli di aver conosciuta la disgrazia di lui, invitavalo a venire a Bajonna, insieme a sua sorella, e gli offriva la propria casa per soggiorno.

Il Duca fu commosso da questo ch'ei credeva sincero attestato di amicizia, e non ebbe difficoltà di accettare l'offerta di ospitalità che gli faceva il Conte di Sierra Blonda, suo amico. L'ex-capo politico di Andalusia dovea partire immantinente: le sue istanze di recarsi a Madrid furono rigettate. Il Duca era allora promesso sposo della giovanetta Isabella di Monreal, che abitava coi suoi genitori nel castello di Santiago, poco discosto dal capoluogo della provincia. Egli scrisse alla sua fidanzata la disgrazia che lo avea colpito, di cui giurò di essere innocente. Ignaro del proprio destino, egli volle mandare alla sua promessa sposa un pegno del suo amore e della sua fedeltà, e le regalò il proprio ritratto che un pittore italiano gli fece in tutta fretta: era quello appunto che avea fatto impressione a Daniele.

Il Duca si separò con dolore da' pochi amici che gli erano rimasti divoti dopo la sua disgrazia, e s'imbarcò a Cadice sopra un piccolo legno commerciale, colla sorella Juanita che avea voluto partecipare alla sua sorte, e con un fedel domestico che non volle dividersi dai suoi padroni. Tutta la provincia di Andalusia rimpianse la perdita del buon governatore, e stimò, com'era, calunnia l'accusa che avea provocato l'esilio.

Nell'entrare sotto il tetto del suo amante, Juanita si credè felice e, stimò arrivato il momento in cui i suoi voti sarebbero stati esauditi. Nessun ostacolo più si frapponeva alle sospirate nozze! Edmondo nulla più aveva a temere da quella famiglia di Cadice, nel seno della quale egli avea portata la sventura. Più saldi vincoli di amicizia e di fratellanza stringeva ormai tra lui ed il Duca l'ospitalità generosa offerta ed accettata con piena fiducia ed amore.

Fin dal primo giorno che Juanita si trovò sotto il tetto di Edmondo, il pregò con tutta la forza che sapea ispirarle l'amore, di svelare alla fine al Duca il loro affetto e chiederla in isposa. Edmondo promise di appagare al più presto il desiderio di lei, ch'era puranche, com'ei diceva, il suo più ardente voto. Intanto, un mese passò, passaron due passaron tre mesi; Edmondo nulla avea detto al Duca di Gonzalvo, trovando sempre nuovi pretesti al suo silenzio...

Juanita sperava, e amava! Edmondo aspettava!!

E l'ora che il perfido aspettava non tardò a giungere!.. E l'ora della colpa fu al tempo stesso il germe dell'ora del castigo.