La famiglia del Duca di Gonzalvo si componea della moglie; donna di cuore compassionevole a' miseri ma estremamente altiera e severa in sul capitolo della nobiltà. Questa donna aveva ereditato dal padre ingenti ricchezze, possessioni senza fine, di cui gran parte avea formato la sua dote: il superbo castello moresco di Santiago nell'Andalusia era proprietà di lei co' titoli e privilegi annessi. La Senora Duquesa Isabel de Gonzalvo y Monreal-Santiago avea toccato i 55 anni. Sebbene macerata dal cordoglio di veder tolto dal potere il consorte, ella potea dirsi ancor bella, essendosi la sua lunga capellatura conservata ancora intatta dalle ingiurie del tempo, e i suoi occhi non avendo affatto perduta quella vivacità e quella espressione che aveano tanti cuori umiliato. Or tutto l'orgoglio di questa donna era riposto nell'unica figliuola, erede d'immense dovizie, in Emma bellezza singolare, di cui ci studieremo di adombrare, per quanto è possibile, il ritratto.

Questa giovinetta, cui vent'anni appena infioravano la vita, era una di quelle bellezze che non si trovano tranne che sotto il cielo della Spagna, ed in ispezialità nell'Andalusia; bellezze vigorose, spiranti tempestose passioni, bellezze che sconvolgono subitamente la ragione a chiunque per la prima fiata le contempla: l'incanto è negli occhi loro; fiamma d'amore son le loro labbra; il comando è stampato sulla loro fronte.

Come faremo a dipingere Emma colle parole ordinarie? In quale lingua troveremo le immagini equivalenti per farla raffigurare ai nostri lettori? Oh se eglino la vedessero siccome la veggiamo noi! Ci sentiamo palpitare il cuore in parlandone, tremar la penna scrivendone, vorremmo che le febbrili sensazioni che l'immagine di questa donna ci desta, passassero tutte quante ne' nostri lettori, per vie più svegliare in essi la simpatia per questo personaggio della nostra storia. Emma era il tipo della bellezza andalusa: carnagione e colori di miniatura, occhi di lustrino splendidissimo, sguardo elettrico, sopracciglia di velluto, labbra alquanto larghette, bottoni di rosa orientale, denti di una bianchezza abbagliante, sorriso di baiadera, lunghe le chiome e di un ebano fulgidissimo, cui ella solea portare divise e scinte dietro gli orecchi, ovvero raggomitolate in grandi giri sulla coppa del capo.

Ma siffatti particolari del volto di Emma erano un nulla a paragone delle fattezze del suo corpo, modello di grazia, di avvenenza, di proporzioni; era nel complesso delle sue fattezze qualche cosa che sospingeva a riguardarla in estasi di simpatia. Se ella affissava qualcuno, lo sguardo di lei lasciava un incendio nel cervello di chi ella avea guardato, siccome interviene allora che si dirizzano gli occhi al sole, che lascia nel capo del riguardante una confusione spaventevole di luce e di colori. Ella avea certe maniere di volgere il capo, di chinar le lunghe ciglia, di fissare obliquamente quegli occhi di odalisca, avea certe maniere di movimenti, di gesti, ch'erano una grazia singolare; ci era da smarrire il senno.

Qual'era il carattere morale di questa donzella? Ah! Perchè non possiam dire di lei quel che dicevano di Lucia, buona, semplice, modesta, riserbatissima con tutto che sensibilissima! Emma era nel morale quel che può essere una donna sì ben favorita dal cielo in dono di bellezza. Ella era così bella, così ricca, così giovane, fornita a dovizia degli appannaggi della più compiuta educazione! Quale altro sentimento potea dominare in lei, all'infuora d'un amore ardentissimo di sè medesima?

Farfalla dalle ali dorate, ella svolazzava libera, leggiera, spensierata e felice in su i fiori della vita, di cui non conosceva altro che le delizie e quella specie di cara languidezza che tien dietro a' piaceri. Unica figliuola, ella era idolatrata da' suoi genitori, i quali non avevano altra volontà che la sua, altro amore che di lei, altri pensieri che per lei, di cui andavano superbi più che di tutte le loro ricchezze e possedimenti.

Le undici battevano ad un magnifico orologio da mensola, allora che Emma si alzava dal suo letto verginale. Due bellissime stanze nel quartiere del palazzo S..... erano destinate esclusivamente a lei; una serviva per sua camera da letto e l'altra per stanza di abbigliamento. Due cameriere, una napolitana e l'altra francese, erano addette a servir lei particolarmente. Non trascuriamo di dire che Emma parlava colla stessa faciltà lo spagnuolo, l'italiano e il francese: il suo accento straniero, la sua voce nervosa, il modo di parlare a tratti e con cadenze aveano tali incanti e tal prestigio che non si poteva ascoltarla senza esserne preso. In parlando l'italiano o il francese, ella faceva sentire quella graziosa lievissima sibilazione del ce ci spagnuoli: il che aggiungea vaghezza estrema al suo discorso. Ogni dì, non si tosto svegliata e tuttora in letto, Emma tirava la cordicina di un campanello, e subitamente le si affacciava una delle due cameriere. La giovinetta si facea dare i giornali di moda, i nuovi romanzi, le lettere delle sue amiche, la grammatica di lingua inglese ch'ella studiava, e mezz'ora o poco più trascorrer facea in simiglianti occupazioni. Prima della colezione, ella andava ad abbracciare suo padre e sua madre, e dopo, la musica assorbiva gran parte della sua mattinata.

Ella si era vestita con incantevole semplicità, e, l'ora della lezione di musica avvicinandosi, era ita nel salotto contiguo al gran salone da ballo per ripassare sul piano-forte una ballata nazionale spagnuola. Era un canto curioso, strano, ma ripieno di vita e di brio: la ballata era così concepita:

Anche franja de velludo

En la terciada mantilla;