— Voi siete un uomo eccellente, signor Abate, si fece indi a dire intermezzando frequenti buffi di fumo tra le sue parole; e mi dispiace che prendiate sì viva premura di questo affare, cui penserò io di rimediare al miglior modo. Vi sono talune circostanze, taluni riguardi che mi impediscono per ora di sposar Lucia. Ho promesso di sposarla tra un anno... e si vedrà... ma, pel suo meglio crederei che si acconciasse a dismettere questa idea; anzi voi, sig. Abate, cercate di persuaderla a non più pensarci: sono cose da fanciulli, sono parole che si scambiano alla prima età. Vi assicuro che se avessi saputo che tanto in sul serio quella giovinetta avesse preso le cose, mi sarei astenuto di corrisponderle... Con tutto ciò, io son sicuro che ella mi dimenticherà col tempo, si sanno le arti delle donne, convulsioni, malattie, stiramenti di cuore; lagrime, e poi finiscono con adattarsi ad altri amanti. Lucia farà lo stesso, siatene certo: io me ne intendo un poco in materia di donne: le donne e la musica sono state la mia passione... Persuadetevi, sig. Abate, che nulla di più vero del proverbio: L'amore fa passare il tempo, e il tempo fa passar l'amore... Io le voglio del bene a Lucia, e le farò del bene sempre che potrò... Ma, in quanto a matrimonio, non è possibile. Io sono slanciato nel mondo, frequento la miglior società di Napoli, e un matrimonio ignobile mi ruinerebbe nei miei affari... Questa società in cui viviamo è così esigente! Beato voi, signor Abate, che non ci siete in contatto! Se sapeste quello che vi si soffre! I sacrificii che si fanno per conservarsi in una certa sfera di riputazione... Io lo so, per mia mala ventura, che sono tanto ricercato e da pertutto!
Qui Daniele si alzò e riprese, quasi per accomiatare il sacerdote:
— Ritornate adunque da lei, e ditele da parte mia che non mi dimenticherò di lei, che verrò a trovarla non sì tosto le mie faccende mel permetteranno, e che faccia capitale di me in ogni emergenza; ma sopratutto fatele ben comprendere, signor Abate, che provvegga ai suoi casi il meglio che può, che non rifiuti, per me, qualche altro partito a lei più conveniente e più adatto, e che io sarò pienamente felice quando saprò ch'ella è del pari felice con un compagno più degno di lei... A rivederci adunque, Padre Ambrogio, non posso goder più a lungo della vostra compagnia, stante che le mie faccende mi chiamano altrove.
Daniele fece un leggiero inchino di testa e si inoltrò verso l'uscio, come per indicarne il cammino a Padre Ambrogio, il quale, senza più aggiungere una parola, profondamente addolorato si partia di quella casa per tornare colà dove LA CARITÀ il chiamava a tergere le lagrime di una misera famiglia e a pianger con essa.
Parte Seconda
I. EMMA
Lasciando per poco la sventurata famiglia dello stradiere, inoltriamoci in quella vita rumorosa, gaia, splendida di movimento, di cerimonie, di convenienze e di piaceri che si addimanda la vita del gran mondo.
Che cosa è la vita del gran mondo? È un circolo matematico dentro il quale si aggira quella porzione della società che sembra straniera al retaggio di miserie lasciato all'uman genere dalla colpa de' primi genitori. In questo circolo segnato dalla verga di quella fata che ha nome civiltà non è ammesso chiunque è sottoposto alla dura legge del lavoro, perciocchè la sola fatica che vi si sopporta, che vi si tollera è il piacere. Fiori, profumi, dolcezze, canti, seta, oro, squisitezze di ogni maniera, allettamenti di ogni sorta sono gli elementi vitali dell'atmosfera di questa vita del gran mondo, siccome l'azoto e l'ossigeno sono gli elementi respirabili della vita comune. Qui nulla troverete che non sia strettamente sottoposto a un codice severo che ha un milione di leggi ignote al volgo, e che costituisce in gran parte la scienza della vita del gran mondo; qui il linguaggio non ha niente di comune con le ordinarie favelle; tutto riceve denominazioni particolari, epiteti e aggiunti di nuovo conio: tutto in somma portar debbe l'approvazione e l'impronta di quella dispotica dea del gran mondo che si chiama la Moda.
Non si dimanda se in Napoli, in questa regina del Mediterraneo, in questa incantevole villa del mondo, dove tutto respira il piacere, dove l'aria è profumo, dove il cielo è un sorriso, dove l'inverno è la stagione dei fiori, dove ogni voce è un canto, e ogni canto un'armonia, non si dimanda se in Napoli la vita del gran mondo è brillante e animata al pari di quella delle altre capitali di Europa. Aggiungi che la nobiltà napolitana alla perfetta cognizione delle leggi dell'alta società accoppia un gusto squisitissimo per le lettere e per le arti, che essa coltiva ed incoraggia splendidamente: e questo delicato gusto per le arti ravvicina l'aristocrazia del merito a quella della nascita e delle ricchezze, sì che le porte dorate dei grandi non sono chiuse all'artista, che si ebbe in retaggio l'ispirazione ed il genio. D'altra parte, la vita del gran mondo è dappertutto la stessa; le sue leggi, i suoi usi, i suoi pregiudizii sono dappertutto presso che i medesimi in Europa.
La casa del Duca di Gonzalvo era nell'anno 1826 la più rinomata per isplendidezza di servizio; per l'eleganza e pel fasto del suo trattamento, per le persone che la frequentavano. Il duca di Gonzalvo, discendente d'illustre lignaggio e di una delle primarie famiglie nobili di Andalusia, abitava da parecchi anni in Napoli. Egli era stato per molto tempo governatore o capo politico di quella bella provincia delle Spagne, quando la rivoluzione del 1820 il toglieva da quel posto eminente, accusandolo di troppo attaccamento ai principi della pura monarchia ed alle gloriose tradizioni di quel governo che per tanti secoli avea formata la grandezza, la felicità e la possanza dell'iberica penisola e dei suoi estesi domini transatlantici. Il Duca Gonzalvo, sbalzato dal potere, e già tristo per gravissima sventura di famiglia, non soffrì di più rimanere in un paese, nel quale infinite e amare memorie lo avrebbero assalito ad ogni momento: ondechè fermò di abbandonare la Spagna, e trasferirsi colla famiglia in Napoli, dove risiedevano alcuni suoi larghi parenti, e dove l'amenità del clima, la salubrità dell'aria e la bontà degli abitanti lo invitavano a stabilirsi. Il Duca di Gonzalvo era un uomo in su i cinquant'anni, ma non ne addimostrava più di quaranta, sendone la persona alta, complessa e ben formata: i capelli eran tuttavia nerissimi e ricciuti siccome i baffi e il pizzo ch'ei portava lunghissimi e puntuti alla maniera spagnuola. La sua carnagione era bruna, belle le fattezze del volto; e la sua andatura avea qualche cosa di maestoso e d'autorevole. Sempre serio, misurato e cerimonioso era il suo linguaggio, in cui nondimeno trapelava sempre quell'alterigia, che forma il fondo del carattere spagnuolo. Gli avvenimenti politici del suo paese non meno che le disgrazie della sua famiglia avean lasciato nel suo temperamento una certa soverchia bile, per cui sovente era soggetto a moti irrefrenabili d'ira: allora quel suo bruno volto diveniva di brace, quei suoi occhi neri schizzavan fuoco, e quell'uomo avea tutta l'ardenza della giovinezza congiunta alla forza della virilità.