— Che cosa, maestro?

— Non so, volea dire che... che... io detesto quel duetto da lunedì sera.

Daniele abbassò gli occhi: sul suo volto era apparsa una leggiera tinta di vermiglio. Emma finse di non comprendere la significazione di quelle parole e trasse a caso un accordo dalla tastiera.

— Volete aver la bontà di riascoltar questo pezzo?

— Io vi ascolto, Duchessina.

Emma cominciò a cantare la ballata spagnuola. Era nella voce della giovinetta un tale incanto, una tale voluttà che avrebbe sconvolta la ragione del più freddo uditore: avea certe corde che andavano a toccare il fondo del cuore, e rimescolarvi le passioni: avea certi tuoni di contralto, certe modulazioni, certe cadenze che avrebbero fatto cader un teatro per gli applausi, se quella donna fosse stata artista. Quella voce, quell'accento, quel canto ti mettevano il fremito in tutte le fibre del corpo, ti faceano impallidire per tempesta di commozioni.

Non sappiam dire quello che accadeva nel cuor di Daniele in udendo cantare quella ballata. Senza dire della divorante passione che lo struggeva per quella fanciulla e gli mettea la febbre nei polsi ogni qual volta l'udiva semplicemente a parlare, egli provava un sentimento indefinibile tutte le fiate che udiva parole spagnuole. Egli stesso non sapea rendersi di ciò ragione, ma era un nembo di rimembranze indistinte, un sogno lontano che gli si riaffacciava alla mente, un altro cielo, un'altra terra ch'ei vedeva attraverso confuse immagini: era forse la lingua che in culla egli udiva susurrarglisi all'orecchio, e che forse ei medesimo balbettava quando era bambinetto di due in tre anni. Certo si è che quel canto e le parole di quella lingua facevano sull'animo di Daniele tale impressione ch'ei si sentiva toccare il cervello e diventar pazzo. Aggiugni che nel cumulo delle ricordanze velatissime che gli si presentavano al pensiero, ei vedeva una casa splendidissima e tanti vaghi oggetti che non giungeva a distinguere: tra l'altro, raffigurava in mezzo alla sua memoria una donna bellissima che sempre il baciava, e che gli diceva appunto tante cose in quella lingua che or egli ritrovava sulle labbra di quella bella creatura, che gli sedeva allato. E quando Emma ebbe terminato di cantare, Daniele rimaneva tuttavia nella immobilità di statua, assorto in una sola idea che gli dava rovello e che il faceva uscir di senno. Egli pensava... pensava che forse egli era nato RICCO E NOBILE!

— Ebbene, maestro, non avete nulla da osservare, nulla da correggere nel modo di cantare questa ballata? chiesegli Emma.

— Nulla, Duchessina. Quando io vi ascolto, io non sono più su questa terra, il sapete. L'arte sterile e pedante è fulminata dal vostro genio. Quando io vi ascolto non sono più vostro maestro, ma vostro ammiratore.

— Voi mi lusingate troppo, maestro; ho paura che non mi guastiate.