— Ed io vi guasterei davvero se facessi la minima pedantesca osservazione a quello che avete cantato. Noi abbiamo cambiato le nostre parti, Duchessina; voi siete che insegnate ed io che apprendo. Se sapeste quante ascose bellezze artistiche mi rivela il vostro canto! Non vi parlo dell'impressione che in me produce, di quello che io sento... Duchessina, io sarò costretto di rinunziare al piacere di udirvi.

— Che vuol dir questo? domandò la giovinetta abbassando quelle sue lunghe ciglia.

— Vuol dire che star vicino a voi un'ora o due, qui, in questo salotto, colla mia sedia così vicina alla vostra, vedervi così dappresso, gustare io solo la immensa delizia di sentirvi a cantare, trattenermi con voi da solo a solo, udir le vostre parole, guardare i vostri occhi... è troppo crudel prova pel mio povero cuore... nol posso, no, Duchessina... Mille altri invidiano la mia sorte, eppure io sono più infelice assai di loro tutti... Perdonate, l'ardita franchezza del mio linguaggio, e compatite ai mali che voi fate.

— Non v'intendo, signore. Non è la vostra professione quella di maestro di musica? Non sono io la vostra discepola? Non debbo al vostro merito impareggiabile quel poco che so? In quanto all'effetto che produce in voi il mio canto, siccome voi dite, l'attribuisco alla bella tempera dell'animo vostro si ben formato. D'altra parte, è vero che il canto suol produrre di strani effetti sul cuore degl'innamorati.

Daniele fece un balzo in sulla sedia, trasalì, si scolorò, ed indi il suo volto diventò fiamma ardentissima.

— Che! Duchessina, balbettò egli, avreste voi letto nell'anima mia?

— Non propriamente, nell'anima vostra, rispose sorridendo la giovinetta, ma qualche cosa ho indovinato da questo biglietto che vi consegno. Ieri sera voi non veniste alla nostra conversazione, e ieri sera appunto avreste trovato qui qualche cosa che vi avrebbe fatto estremo piacere. Or bene, eccovi il biglietto; via, non arrossite; è così naturale alla vostra età il far l'amore!

Emma traeva dal seno una carta piegata in forma di lettera e la consegnava all'attonito giovine, il quale vi gittò con ambasciosa avidità gli occhi e lesse sulla sopraccarta: DANIELE DE' RIMINI — DA LUCIA FRITZHEIM. Daniele impallidì: le sue labbra s'imbiancarono come quelle di un morto, e rimase lungo tempo con quella lettera in mano senza sapersi risolvere ad aprirla. Egli era atterrato! Avea fatto tanto per nascondere ad Emma i suoi amori con Lucia, per tema che non le fosse giunta all'orecchio la bassa sua origine!

— Ebbene, maestro, a che pensate adesso? Non vi affrettate a leggere quello che vi scrive la vostra bella? Ora su, andiamo, ve ne dò il permesso.

— Duchessina, rispose con rauca voce il giovine mal nascondendo il turbamento e l'ira ond'era preso, permettete ch'io vi dica esservi di gran lunga ingannata nelle vostre supposizioni. Questa donna che mi scrive, questa donna che voi credete mia innamorata, non è che una avventuriera.... una straniera ch'io ho conosciuta per casualità; il suo cognome v'indica che essa non appartiene a questo paese. Io non so come abbia avuto l'ardire di scrivermi dopo che l'ho dispregiata, dopo che non ho voluto cadere nei lacci delle sue seduzioni.... Ma già conosco quello che questa donna mi chiede, Duchessina. Non è amore quel che questa disgraziata mi chiede, ma sibbene del pane... del pane.