— Ed io sono oltre ogni credere felice, disse Daniele, di portare sul mio volto una guarentigia del vostro affetto.

— Di cui or ora vi darò una pruova grandissima. Ma badate, Daniele badate ch'io chieggo da voi un sacrifizio enorme, inaudito. Nessun figlio, per quanto amore avesse al padre, si è mai sottoposto alla dura pruova alla quale io vi chiamo, dandovi in compenso tutto quanto io posseggo.

Daniele si sentì dare un tuffo di sangue al cervello; le orecchie gli zufolarono; la vista gli si annebbiò.

— Tutto quanto voi possedete, signor Conte! ripetè il misero schiacciato dal peso della propria felicità.

— Sì, Daniele ecco... ecco il mio testamento, disse Edmondo mostrandogli sul tavolino un foglio di carta; ecco il mio testamento scritto di proprio pugno questa notte, alla presenza del MIO CAD...

Edmondo s'interruppe. Daniele era così sbalordito, così stupefatto da quel che sentiva, che non fece la minima attenzione a questa reticenza del Baronetto. Quel foglio di carta che Edmondo gli aveva additato come testamento sconcertava la sua ragione, imbrogliava le sue idee.

— Il vostro testamento! signor Conte... il vostro testamento!

— Sì, ed uno solo è l'erede di tutte le mie ricchezze, Daniele de' Rimini.

Questo colpo era troppo forte pel giovane: gli occhi se gli abbuiarono, la ragione gli vacillò.

— Oh... che mai dite! Signor Conte! vostro erede!... erede universale!! Due volte milionario come voi! E chi sono io dunque! E che cosa ho fatto per meritarmi tanto amor vostro?