— Nulla ancora avete fatto, ma molto dovrete fare?

— Dite, signor Conte, per carità, parlate; che cosa debbo fare per dimostrarvi la mia gratitudine? Come sdebitarmi con voi di tanta pruova di affetto? Parlate, la mia vita è vostra.

— Ascoltate, signor de' Rimini, ascoltatemi attentamente. Vi dirò poscia le condizioni ch'io pongo all'eredità che vi lascio.

«Sappiate dunque che da qualche tempo io sono travagliato giorno e notte da un pensiero che mi dà morte. Tutt'i mezzi ho tentato per fugare questo fantasma che mi strugge, ma tutto indarno. Voi maraviglierete della stranezza del mio male, ma per quanto si voglia strano, esso non è men vero terribile... Ebbene, io non so perchè, m'immagino che morrò di morte apparente, e che sarò tratto alla tomba ancor vivo!

Daniele fece un movimento di sorpresa, cui Edmondo non badò punto e prosegui:

— Capite voi, signore, tutto il terribile di simigliante pensiero?

Esser sepolto vivo! Destarsi nelle tenebre, chiuso in ferrea bara! Aver la certezza che nessuno potrà aiutarti, che nessuno potrà udire la tua voce. Mancarti l'aria! sentirti scoppiare i polmoni! E quel coverchio di piombo che non cede a sovraumani sforzi che fai per dischiuderlo! Inesorabile come l'eternità! Esser morto ed avere il sentimento e le angosce della vita! Esser vivo cogli orrori della morte! Sentirsi morire lentamente e tra gli strazii di una volontà impossente! Sentirsi estinguere e pensare che forse su quei pochi palmi di terreno che ti covrono si trova qualche essere umano il quale potrebbe aiutarti se arrivasse a udire la tua voce!....

Viver sepolto, mentre si piange forse in sulla tua tomba! Oh! questo pensiero è troppo atroce, n'è vero signore? Non è cosa orribile il pensarci soltanto?

— Non ci è dubbio, rispose Daniele, sempre più attonito dalle parole del Conte; ma fa d'uopo considerare, signor Baronetto, che simili casi non sono che rarissimi...

— Rarissimi!... rarissimi, voi dite! Oh! è vero, rarissimi sono i casi conosciuti, ma quanti milioni di questi casi non han potuto accadere, rimasti miseramente ignoti e sepolti negli orribili segreti della tomba! Rarissimi! voi dite! E siete forse andato voi a verificare i misteri del sepolcro? Quando si son gittati sei palmi di terreno sovra una bara, chi ha mai pensato di andare ad esplorare se l'uomo rinchiuso in quella bara sia ridesto all'apparente sonno di morte? Oh quante volte forse, quante volte una tenera sposa, un figlio inconsolabile si strugge in lagrime, mentre il misero consorte, il padre amatissimo muore nella più orrenda disperazione che mente umana possa concepire, quella di esser sepolto vivo! Rarissimi voi dite questi casi! ed avete voi, mai nel silenzio della notte, messo l'orecchio sulla terra dei morti? Oh quante volte il gemito dell'aura notturna tra i cipressi d'una tomba è l'eco di un gemito che si perde nelle visceri della terra! Oh quante volte le preci che risuonano sopra un feretro di fresco aperto, invece d'implorare dal cielo la requie eterna ad un morto, accompagnano l'agonia straziante d'un moribondo! Voi credete che tali casi siano rarissimi? Or bene io dico che su cento persone che vengono sepolte, un trenta almeno vengono menate ancora vive alla tomba. Leggete, leggete, signore, quest'opera tedesca sulla Morte apparente, e vedete in quante maniere si può esser tratti in inganno dai segni apparenti della morte. Migliaia di esempi troverete in quest'opera di persone che furon credute morte e che in fatti non lo erano! La morte apparente è sì comune, massime, ne' vecchi! Ebbene, io ho provveduto a questo: ho provveduto benanche all'avvenire del mio cadavere, a quest'ente che gli uomini abbandonano come cosa che più loro non appartenga. Si pensa a figli, si pensa alla moglie, a parenti, agli amici, a' servi ed al proprio cadavere non si pensa. Incredibile cecità! Ma io vi ho pensato, e consacro tutte le mie ricchezze alla felicità del mio cadavere. Ascoltate, ascoltate a quali condizioni io vi nomino mio erede universale.