Quando il terzo stato si vuole affermare esso non è, almeno nel Mezzogiorno, rappresentato che da una frazione, quella che più abusa della ideologia giuridica. E gli altri due stati superiori tendono a far causa comune con esso, almeno nelle frazioni più scontentate dalla violenza riformatrice dei principi.
Fra i 14 giustiziati di Napoli appartenenti a classi aristocratiche erano rappresentate le più grandi famiglie: Gennaro Serra, principe di Aliano; Ettore Carafa, conte di Ruvo; Filippo de Marini, marchese di Genzano; Giuseppe Riario Sforza, marchese di Corleto; Francesco Federici, marchese di Petrastornina; Ferdinando Pignatelli, principe di Strongoli; e Mario Pignatelli e altri, che aveano nobiltà di censi e di nome. Alcuni di essi erano a dirittura fanciulli: non avevano che ventun anno appena De Marini e Riario Sforza; venticinque ne avea Gennaro Serra; ventisei Mario Pignatelli.
Ben 15 erano ecclesiastici e fra essi ve n'erano di vita illuminata e di mente alta, come il padre De Meo dei Crociferi; don Francesco Conforti, don Vincenzo Troisi, don Giuseppe Guardati e don Eusebio Scotti, professori all'università e Severo Caputo e Ignazio Falconieri e Michele Granata e Nicola Pacifico e tanti altri ecclesiastici, anch'essi insegnanti e di vita esemplare.
Ma il maggior numero era di avvocati e appartenenti alla classe curiale, fra cui notevoli Francesco Mario Pagano e Nicolò Carlomagno e Vincenzo Russo, che avea a ventinove anni già scritto quei Pensieri politici, ricchi di errori e di acume, e Giorgio Pigliacelli e altri, cui le vittorie forensi aprivano via larga e sicura.
Fu questa varia composizione, che tolse al movimento la sua unità. In Francia il terzo Stato, cominciò col proclamare la propria esistenza, poi appena potè abolì la feudalità e soppresse tutti i vincoli che gl'impedivano di svilupparsi. La rivoluzione napoletana non osò e non volle.
La rivoluzione napoletana non poteva osare. E il sistema feudale fu abolito nel regno di Napoli da un principe venuto di Francia da conquistatore, da Giuseppe Bonaparte nel 1806. Caso veramente singolare, che rivela come il malcontento ecclesiastico e aristocratico contro la violenza riformatrice dei principi, abbia determinato l'unione degli elementi più diversi in un'avversione comune: non certo per uno scopo comune.
Ciò che la rivoluzione di Francia portò all'Italia fu un contributo di idee nuove non solamente, ma sopra tutto quella violenza giacobina, che anche nei suoi eccessi e nei suoi errori, dovea infondere vita nuova a un paese ove ciò che mancava era appunto l'energia. Si era troppo attaccati alla tradizione, troppo devoti al passato. Si credeva che il meglio che si potesse fare fosse di tornare all'antico.
Il caso del senato di Lucca, che sedeva a permanenza anche la notte, per decidere se si dovesse o pur no pensionare un sergente, rappresenta molto più di quel che non si creda la vita d'Italia di quel tempo.
Or lo spettacolo di un paese che rompe di un tratto con ogni tradizione del passato fu come una trasfusione di energia.
Verri avea qualche anno prima della rivoluzione dubitato che ufficiali non nobili potessero essere uomini di valore e di onore. Ecco invece la rivoluzione francese mostrare violentemente che, quando un uomo ha coscienza della sua forza, più viene dal basso e più mira in alto. I più grandi generali della rivoluzione e dell'impero sono figliuoli di contadini e di operai, nati fra gli umili e vissuti, si può dire, nella più completa oscurità fino al giorno del trionfo e della gloria. Kleber, Augereau, Soul erano nati da contadini e l'ultimo era semplice soldato; Jourdan faceva il merciaio; Hoche veniva dagli strati più umili; Massèna, figliuolo di un mercante di vino, faceva il mozzo prima della rivoluzione; Marceau era sergente; Lannes era apprendista tintore; Bernardotte era sergente maggiore; Murat era figliuolo di albergatore e seminarista; Gouvion Saint-Cyr insegnava disegno; Lefebvre, figliuolo di mugnaio, era sergente; Ney era clerc de notaire.... Tutti o quasi i grandi generali della rivoluzione venivano dal basso, dagli strati inferiori. L'aristocrazia francese non avea prodotti in tanti secoli di dominazione che un Condé; la democrazia rivoluzionaria diede almeno venti generali vincitori.