Tutto ciò veniva a uccidere lo spirito di tradizione e dovea, in un paese come l'Italia, rovesciare di un tratto le basi della vecchia società. Questo popolo d'Italia, che non sentiva ancora nè bisogno di unità, nè dignità di nazione, dovea cominciare a risentirli sotto la tirannide democratica.
Era parso per secoli che prudenza di legislatori e arte di sapienti fossero non già di guardare avanti, ma di ritornare all'antico. La rivoluzione scuoteva tutto ciò. Noi ridiamo, vedendo che, nelle leggi francesi emanate in Italia, si sia agito con tanta leggerezza, da confondere i fiumi coi monti e da prendere i monti per città. Ma quella stessa frettolosità e quella stessa violenza trasformatrice agirono come una trasfusione di sangue.
Quegli eserciti rivoluzionari, i quali predicando eguaglianza e libertà scendevano a spogliarci, mentre con le loro dottrine mettevano il lievito nella vecchia civiltà italica, con le loro azioni contribuivano a inasprire gli animi e a ridestare la sopita coscienza nazionale.
Gl'italiani, vedendo principi abbattuti da un giorno all'altro e sovrani da un giorno all'altro creati, cominciavano ad aprire gli occhi e ad acquistar fede in sè stessi e a credere che la servitù non fosse eterna. Quei francesi, i quali pur derubando il paese lo covrivano di strade e lo disseminavano di scuole, ridestavano le dormienti energie e accendevano la fede nell'avvenire.
L'Italia non avea forse mai avuto vere guerre religiose e la vicinanza estrema del papato avea uccise quelle idealità per cui rivi di sangue venivano fuori d'Italia versati. L'arte di saper morire, più difficile di quella di saper vivere, non era che di qualche solitario pensatore e di qualche solitario apostolo.
Invece la rivoluzione dà, forse per la prima volta, il vero disprezzo della vita. La cultura e la intelligenza, che parevan privilegio di curiali servili e di timidi maestri, ingrossano le liste dei giustiziati e servono a creare una schiera di martiri e a far spuntare dalla terra insanguinata il rosso fiore della vendetta. I Borboni giunsero a Napoli riformatori e audaci e la rivoluzione in alcuna parte precorsero. Ma i moti del 1799 diedero ad essi, timidi e quindi crudeli, il bisogno della repressione violenta. Fu da questa repressione violenta che l'amore della libertà e la tradizione del martirio nacquero e prosperarono.
L'esempio di Francia dava assai spesso ai martiri nostri non solo la indifferenza della morte, ma anche quella tragica grandezza, che si trova solo nelle grandi crisi dei popoli. Quei nobili, quei sacerdoti, quei curiali di Napoli che salivano il patibolo, aveano tutti dinanzi agli occhi l'esempio dei martiri francesi e morivano come essi e parlavano allo stesso modo, il medesimo linguaggio, ricco di iperboli e di grandezza.
La lugubre lista, che comincia — secondo le parole del Fortunato — con una vendetta privata di Nelson, il quale fa impiccare sulla gloriosa Minerva l'ammiraglio Caracciolo, e finisce con una vendetta personale di Ferdinando IV, che fa impiccare Luisa Molines Sanfelice, non ha forse nè un traditore, nè un vile.
Quella Eleonora Fonseca Pimentel, che fu forse la prima donna che in Napoli abbia fatto un giornale, la quale prima di avviarsi al patibolo, prende serenamente il caffè e dice presaga e grande: forsan et haec olim meminisse juvabit; quel duca di Galugnano, che non vuole difese, e, al momento di morire, incita il tardo carnefice, dicendo che non ha tempo da perdere; quel conte di Ruvo, che svillaneggiato dal giudice, rompe in ingiurie e muore come un eroe antico, volendo giacer supino per vedere il ferro che i vili temono; quel generale Gabriele Manthoné, che invece di difendersi, si gloria di ciò che ha fatto per la repubblica; quel giovinetto marchese di Genzano, il quale muore con tanta nobile serenità, che la plebaglia regalista, per una sola volta almeno, non osa gridare viva il re; quel Felice Mastrangelo, il quale si vanta anche sul patibolo di morire libero; quel Mario Pagano, che, avvocato insigne, crede inutile ogni difesa, perchè la vita, sotto la tirannide, gli sarebbe odiosa; tutta quella schiera gloriosa dà per la prima volta, in terra d'Italia, l'esempio del martirio, serenamente atteso e nobilmente affrontato.
Sono i 99 giustiziati del 1799, la cui storia, raccolta amorosamente da Francesco Lomonaco, scritta con sobrietà antica da Vincenzo Coco, idealizzata da Pietro Colletta, determinano più che ogni altra cosa la rovina di casa Borbone a Napoli e sono, per tutta l'Italia, come il lievito sanguinoso della riscossa futura.