Lazzaro Papi, il futuro storico e giudice severo della Rivoluzione francese, chiude un suo sonetto così:
Tu che dell'avvenir nel grembo oscuro
Spinger sai l'occhio dell'acuta mente
E ciò che è dubbio altrui, vedi sicuro,
Dimmi: quel che dall'Alpi ora discende
D'armi e d'armati inondator torrente,
Ceppi a noi reca, o libertà ci rende?
Non avevano invece dubbi di sorta quei cittadini, che, quattro mesi appena dopo l'invasione ed invocando i ricordi della Lega Lombarda contro Barbarossa, fondavano già in Reggio d'Emilia la Federazione Cispadana, da cui come dai parlamenti della Cisalpina e dalla Costituente di Lione esce per la prima volta dopo tanti secoli uno stato di nome italiano, il quale, se non altro, a traverso le vicende seguenti della Repubblica e del Regno, rinnova lo spirito militare e civile del popolo, ed è la prima mossa della nostra rivoluzione.
Ma se Lazzaro Papi sta in forse, se i cittadini della Cispadana, della Cisalpina e dei Comizi di Lione (quel medio ceto, rialzato dalla moralità del Parini e dall'idealità dell'Alfieri) si abbandonano all'impulso ricevuto con cieca fede, molti altri invece, gli stessi Parini ed Alfieri, danno indietro; le plebi di Lugo, d'Arezzo, di Siena, di Roma, di Verona, di Napoli, di Calabria, del Piemonte, risentono invece, come dice il Carducci, un vero “accesso medievale di ire guelfe e ghibelline contro i nemici della Chiesa e dell'Impero„; e chi esprime da cima a fondo tutti questi contrasti, e strappi e trapassi dolorosi, eppure fecondi, e le prime speranze, le prime avversioni, i pentimenti subitanei, le confidenze illimitate, poi i ciechi entusiasmi della gloria militare, la fede estrema nell'uomo che la rappresenta, e finalmente le disperazioni, i terrori, le viltà, che tengono dietro all'immane ruina di tanta grandezza, chi esprime, dico, da cima a fondo tutto ciò nei versi più splendidi, che si fossero sentiti da secoli, è Vincenzo Monti.
Sotto l'aspetto di tale espressione potente, immediata, soggettiva e oggettiva ad un tempo dei fatti contemporanei, non saprei dire che cosa importi di più, se la sua vita o la sua poesia, ond'è, che, comunque si giudichi il carattere del Monti, m'è sempre sembrata sommamente baggèa quella critica, che lo ha dipinto come non altro che un vacuo e felice accozzatore di frasi sonore ed ha voluto a forza applicare a lui il famoso