Sdegno il verso che suona e che non crea

di Ugo Foscolo (detto a proposito delle statue del Canova e non già della poesia del Monti), falsa e sciocchissima applicazione, la quale, se fatta al Monti, significa una confusione completa d'ogni criterio d'arte e di storia e un rinunziar di proposito a intender nulla della nostra storia letteraria.

Ma critica e politica hanno sempre in Italia proceduto a un dipresso così. V'ha i beniamini della fortuna, ai quali si perdona tutto e pei quali la gente arguta e disinvolta ha sempre in pronto una qualche spiegazione, e v'ha le vittime, alle quali non si perdona nulla, neppur l'ingegno, se l'hanno, e per le quali nessuno si dà briga neppur di cercare una spiegazione, che non sia un obbrobrio di più, e di tali vittime è il Monti.

Voi vedete quindi la difficoltà grande, che s'incontra a parlar di lui, senza inciampare nell'apologia o nella diatriba, come hanno fatto del resto quasi tutti quelli, che poco o molto hanno scritto del Monti fino al Carducci, il quale, dando all'Italia la più compiuta e meglio ordinata edizione delle sue poesie, la richiamò, se non altro, circa trent'anni sono, all'ammirazione del poeta, “i cui versi, dice il Carducci, corsero il bello italo regno, abbaglianti d'empito e di splendore, come gli squadroni di cavalleria del re Murat„ e promettendo un ampio studio sul Monti, che poi purtroppo non ha fatto, soggiungeva queste memorande parole: “Nella storia letteraria del gran secolo, che corse per l'Italia dal 1750 al 1850, quando sarà scritta con serenità oggettiva e senza preoccupazioni di parte, Vincenzo Monti riprenderà il luogo che gli spetta, come a principe dell'arte d'un'intiera e ingegnosissima generazione, come a prosecutore ed allargatore dell'antica tradizione italiana, come a ravvivatore del sentimento classico nella sua migliore espressione.„

Difficile dir meglio e più vero di così. Ma come soggetto di conferenza il Monti ci si presenta di necessità non quale è, e dev'essere, come soggetto di studio esclusivamente letterario. Sotto quest'ultimo aspetto la sua massima importanza deriva dallo svolgimento del neoclassicismo del Parini e dell'Alfieri, ch'egli perfeziona, varia, adatta con inarrivabile potenza e facilità ed ammoderna sempre più col realismo storico e colle intonazioni preromantiche, che già si sentono in lui e fanno già presentire altri trapassi ed altre novità future e imminenti dell'arte. Ma come soggetto di conferenza, dico, l'uomo, la vita, le relazioni della sua poesia col suo tempo sembrano avere importanza o attrazione anche maggiore, se chi ne parla sapesse e potesse dir tutto di quei diversi e opposti ambienti e momenti letterari, morali, civili e politici, a traverso i quali toccò al Monti di passare, seguendo gli impulsi della sua indole nativa, violenta come ogni indole debole, e debole come ogni indole violenta, con scatti improvvisi e cascaggini non meno improvvise ancor esse, con alternative continue di abnegazione e di egoismo, di audacie e di paure, di collere e di intenerimenti, di generosità e di bassezze, per le quali ora domina le circostanze, ora è dominato da esse, ed a vicenda ora le circostanze del tempo ci spiegano la sua vita, ora la sua vita è documento, che meglio d'ogni altro spiega e caratterizza le circostanze del suo tempo.

Che bel tema di psicologia storica, e come opportuno anche oggi!

Ma vorrebb'essere nelle mani del Sainte-Beuve, del Taine o di Carlo Hillebrand! In quella vece non l'hanno trattato in pieno (il grand'emporio Montiano di Leone Vicchi sta da sè e poi si ferma al 1799) non l'hanno trattato in pieno, che il Cantù e Achille Monti, un pronipote del poeta: il primo con tutta quella salmeria di pregiudizi e di rancori romantici, ultracattolici e politici, che si strascinava sempre dietro, e con cui rimestava la farragine di notizie grandi e piccine, che avea sempre a sua disposizione su ogni argomento, il secondo con sì sviscerata idolatria di quella sua gloria gentilizia, che quantunque fosse (me ne ricordo per averlo conosciuto a Roma) la più mite, buona e serena natura di vecchio classicista e liberale alla Romana, che si potesse immaginare, una volta messo su questo terreno, montava su tutte le furie; sul Cantù e su ogni avversario o tiepido ammiratore del Monti menava giù botte da orbi, e di Vincenzo Monti difendeva tutto, assolveva tutto, persino quello, di cui il poeta stesso s'era con tanta fretta e sovrabbondanza di contrizione accusato da sè.

Voi lo vedete, signore; non s'era così sulla strada d'uno studio psicologico condotto con serenità oggettiva e con buon metodo d'osservazione e di critica; nè ora ho di certo alcuna pretensione di percorrerla io quella strada sul fragile veicolo, sul traballante velocipede d'una conferenza. Mi contenterei di non esserne fuori del tutto.

Leggendo le poesie del Monti si può temere di non veder giusto sotto l'impero d'una specie di seduzione estetica e perciò appunto vi dico: “oltre alle sue poesie, leggete il suo epistolario.„ Se c'è uomo, di cui l'epistolario privato dica di più ed a cui l'epistolario privato nuoccia di più, quest'uomo è il Monti di certo. Ma se c'è uomo altresì, verso il quale, più lo si conosce da vicino, e più si senta il dovere di non giudicarlo da pochi tratti e staccati, bensì nell'insieme e bilanciando il bene ed il male con quella mesta carità e misericordia, a cui danno pure qualche diritto il genio, il lavoro, la sfortuna, la gloria, questo è pure il Monti di certo.

Apologisti e detrattori con lui hanno torto del pari. Le sue mancanze di carattere dispiacciono e sono antipatiche. Tanto più dispiacciono, quanto più s'ama la concordanza d'una forte virtù con l'ingegno grande e la sapienza. Ma è innegabile altresì quella fondamentale bontà dell'animo del Monti, su cui il Giordani, da psicologo acuto, anzichè da rétore, ha poggiato tutta la difesa che ha fatta di lui, quella fondamentale bontà, che pur congiunta a impressionabilità quasi morbose, a maggior vivezza che profondità di sentimento, alla mobilità della fantasia, alla muliebrità dell'indole “tanto più notabile in corpo quasi d'atleta e nella poetica baldanza dell'ingegno„ fu, direbbe il Taine, la faculté maîtresse del suo spirito, e lo preservò sempre, in mezzo a tutti i suoi errori, dal divenire un briccone, come lo furono invece quasi tutti i suoi più accaniti avversari, i quali tuttavia in tante particolarità non d'ingegno, ma di carattere, somigliano a lui.