Ma la storia che su questa terra, chiamata da Dante
L'aiuola che ci fa tanto feroci,
non è nè l'una cosa nè l'altra, a tale arcadia politica dava, col suo fato ironico, per epilogo proprio il Terrore, quando l'idillio di Andrea Chenier era troncato a mezzo dalla scure che, recidendo una testa, insanguinava un alloro.
La filosofia non basta a cambiare le condizioni sociali che, con tutta quella comunanza intellettuale, rimanevano differenti; come i cittadini veri e non nominali (non quelli variopinti che il tedesco Anacarsi Clootz, oratore del genere umano, menò al cospetto dell'assemblea) rimasero cittadini, e ciascuno della loro patria e del loro clima, coll'indole della propria razza, colle tradizioni della propria storia, colle necessità del proprio governo. Onde diversi furono così gli stimoli e i fini dei rivolgimenti dei vari popoli, come gli affetti e i propositi suscitati in essi dal grande incendio francese.
Diversi furono in America, dove pure la dichiarazione dei diritti dell'uomo precorse di 13 anni il giuramento della Pallacorda. Diversi furono in Inghilterra, tuttochè fosse la patria non solo della famosa filosofia volgarizzata in Francia di seconda mano, ma eziandio di quel governo libero e rappresentativo che s'invocava ad esempio; e dalla quale pertanto sarebbe parso ragionevole, a stregua di filosofia, attendere aiuto e favore, mentre invece da Pitt a Burke, da Nelson a Wellington ivi si trovarono i più arrabbiati nemici, coloro che dettero l'alto là, e riuscirono a fiaccare una forza che per un momento era parsa indomabile. Diversi infine furono, come noi dobbiamo vedere, a Napoli nel '99, sebbene di laggiù Tanucci desse la mano a Necker, Galiani a Voltaire, Filangeri e Giannone a Montesquieu e a D'Alembert.
Ma se non poteva farsi a meno di accennare in iscorcio le ragioni della distinzione tra quello che fu la rivoluzione in Francia, e quello che poteva essere nei varî luoghi dove, non già scoppiò, ma venne portata, certo è che intanto di fuori uscì, e, rotte le dighe, effetti universali ne ebbe, dovuti appunto e alla parentela delle dottrine, e alla analogia qua e là delle condizioni civili, morali e politiche, e forse più di tutto ai suoi stessi nemici.
Perocchè la sua azione europea, e specialmente italiana, fu determinata, più che dalle speranze e le simpatie degli oppressi, dai timori e dalle viltà degli oppressori, i quali, collo sfidarla, la cambiarono di guerra civile in guerra nazionale, e, in luogo di abbassarla, l'ingrandirono. E, assai più che i libri e i bandi altisonanti, strumento per essa di apostolato, come compresero i Girondini, erano le armi, che, sempre per una delle notate contradizioni, mentre dicevansi imbrandite per quella civiltà cosmopolita, furono rese invitte e onnipotenti dall'amor passionato della patria e dal sentimento della sua salvezza e grandezza; furono sacrate alle più prodigiose vittorie dalle più stolte e folli provocazioni.
Finchè, quando le parti della salvezza e della provocazione vennero invertite, s'invertì anche il successo. Ma intanto i popoli dei due campi avversi avevano una cosa nuova imparato: a combattere, non per i re, ma per le patrie. E questo, il sentimento nazionale di un solo riscatto e d'una incoercibile indipendenza, fu forse il più prezioso e più incontroverso retaggio della rivoluzione, al quale non sarebbe bastata, come all'eguaglianza civile e alla libertà politica, la evoluzione pacifica e riformatrice.
L'Italia perciò non ha da lamentare, ma da benedire quei tempi fortunosi. L'Italia che sapea le tempeste fin dalle sue gloriose repubbliche, che dava nel rinascimento al mondo la cultura moderna, che avea nelle tradizioni domestiche la signoria universale dell'Impero e della Chiesa, ma, per non essersi mai potuta comporre a salda unità, era stata costretta
A servir sempre o vincitrice o vinta.