All'uno e all'altro effetto deve aver condotto l'educazione che uccise l'anima a pro' del corpo, ai cui faticosi e piacevoli esercizi fu tutto dedicato. La mente non affatto chiusa e sonnolenta, ma non dirozzata nè coltivata, gli faceva schivare i libri pei quali ebbe sempre un santo orrore, e fuggire la compagnia degli uomini di scienza e di governo, mentre il gusto smanioso dei giuochi allegri e dei ludi e l'impeto di passioni non ingentilite e non imbrigliate, lo traevano a quella di giovani di gusti bassi e di abitudini prave.

Compagno assiduo gli era un fratello di latte, Gennaro Ribelli, futuro bandito della Sila bruzia; da cui apprese a spennare piccioni vivi, e a bastonare il germano primogenito dichiarato, alla partenza del padre, ebete e impotente a regnare.

Grossolano e sensuale, non conobbe gentilezza di affetti nè di costumi. Essenzialmente, fu volgare; proprio la negazione del re in tutto: non soldato, non gentiluomo. Un vero tipo di lazzarone nato per isbaglio e cresciuto nella reggia di Federico II e di Manfredi. Un altro dei re di quei tempi, rampollo alquanto degenere di quella gran stirpe sabauda nell'aspetto e nel contegno de' cui figli, gentiluomini e galantuomini di razza, si è sempre invece sentito il re, Ernesto Masi chiamò parrucca coronata. Questi fu una coppola coronata; il suo diadema, un berretto da cuoco.

Il quale infatti si poneva in testa nel campo di Portici facendo da oste, da pescivendolo, e da pagliaccio tra lazzari e soldati di nome come lui, che perciò lo amavano e lo beffeggiavano insieme; andando in visibilio a far di sua mano frittelle, le zeppole, come diceva, gravide di alici e caciocavallo. Quelle della cucina furono le sole batterie al cui fuoco rimanesse intrepido; e quei cacicavalli gli erano così fissi nella mente e nel cuore (ossia.... non parliamo di cuore!) che gli servirono più tardi, per la loro forma ben nota, a una similitudine, a cui forse non sarebbe arrivato Falaride o Nerone, quando annunziava alla moglie le infami impiccagioni dei patriotti delle isole flegree con questo motto anche più infame: oggi si sono fatti molti cacicavalli!

E a questo triviale e fatuo Sardanapalo, che arrivò ad avere un istante una fantasia di riformatore socialista, nella quale pure anche il Sardanapalo entrava per qualche cosa, fondando la famosa colonia di San Leucio di trenta famiglie di setaiuole cantata dai poeti adulanti e discussa sul serio dagli economisti, fu data in moglie una donna superba e scaltra, sexu fœmina, ingenio vir, un raggio di bellezza dalle chiome bionde, dalla gola di cigno, dagli occhi sfavillanti, dalla sembianza greca o fiamminga.

Maria Carolina aveva ricevuto dalla madre Maria Teresa, per la quale gli Ungheresi tuonarono il famoso giuramento: moriamur pro rege nostro Maria Theresia, insieme a fermezza di propositi e ingegno perspicace, le passioni smodate d'intrigo politico e di esclusiva dominazione. E, oltre a ciò, l'esempio di annullare l'autorità del marito, l'imperatore Francesco pur teneramente amato da lei sposa e madre esemplare, ma ridotto a proletario nel vero senso della parola, perchè le dette sedici figlie, per far qualche cosa d'altro, a fabbricante di panni che vendeva perfino agli eserciti nemici.

Qual meraviglia che Ferdinando divenisse un automa docile e obbediente nelle braccia di una Circe che aveva per dominarlo la duplice magìa della grazia e dell'astuzia, il duplice impero dell'ingegno e della beltà?

Inoltre, operosissima, mentre il marito non scriveva neppure la firma degli atti ufficiali pei quali adoperava una stampiglia, essa fu uno scriba instancabile, e buon per lei che avesse scritto meno, che allora meno e meglio si sarebbe scritto e si scriverebbe di lei. La volontà ebbe dura, l'indole virile, nello stesso tempo che divampava nelle più bollenti e femminili passioni. Ma queste non erano gentili e generose. Si è detto che le passioni hanno ali e non piedi: o strisciano o volano. Lo sue strisciavano! Non erano di quelle che, anche stimolate dai sensi, rapiscono in un oblio soave, addolciscono e incelano l'anima. Questa ella aveva arida; aveva il cervello anche qui dentro! Onde la religione, delle cui pratiche fu osservantissima, prese in lei la forma della superstizione spigolistra; e l'ordine e la tradizione, della pedanteria. Ministri del re dovevano essere i favoriti della regina, ma i suoi disegni dovevano essere i favoriti dei favoriti, pena la disgrazia. E se uno di essi seppe mantenersi a galla, fu perchè con lui il giuoco era da pirata a marinaro.

Quanto ai costumi, si sa che le gettarono in faccia e sopra la lapide tutti gli obbrobri. Napoleone in un famoso proclama, molto imperiale ma poco cavalleresco, la bollò col nome di Fredegonda. Michelet e cento altri le dettero peggior nome, la chiamarono Messalina. E questo è troppo, perchè nessun Giovenale ha potuto narrarla ebbra, sfidando lo scandalo, di brutale lussuria.

Ma è certo che, quando lo stesso Sir Paget, inviato dell'alleata Inghilterra, in un rapporto al governo, la dice donna piena di vizi innumerevoli, e quando parlano tanti irrefutabili fatti e documenti, non si può dipingere come immune da ogni labe. Ma, dato l'esempio quasi generale delle corti di quel secolo che, se fu il secolo delle idee, fu anche il secolo della corruzione e della licenza; la natura fragile e sensibilissima; l'educazione falsa; e sopratutto il sangue viziato della famiglia, tanto che anche l'imperatore Leopoldo, il grande riformatore toscano, morì in due anni di stravizi, rimpetto ai quali erano nulla quelli di Luigi XV e del Parc-au-cerfs, si sarebbe potuta perdonare, e, in ogni modo, dovuta rispettare e risparmiare la donna, se le sue incomposte passioni non avessero inquinata la politica italiana e precipitate le sorti di un popolo sventurato.