Noi abbiamo forse esagerato un po' troppo il risveglio intellettuale e morale d'Italia nel secolo scorso. Abbiamo detto troppo: — se la spinta ci venne di Francia, in Italia eravamo già più innanzi e i nostri grandi pensatori, come Ortes, Filangieri, Genovesi, Beccaria e i nostri grandi letterati, come Alfieri e Parini, avevano già preceduta la rivoluzione.

Tutto ciò non è vero. L'Italia era un paese in cui ogni audacia intellettuale si perdeva nello scetticismo delle classi più colte; dove, se pur non mancava qualche ardito pensatore, le classi di governo e quelle che aspiravano a succeder loro non osavano.

I Principi del secolo passato appaiono in Italia assai spesso più audaci e più liberali dei loro popoli. Leopoldo II di Toscana, Giuseppe II d'Austria, Carlo III e perfino Ferdinando IV di Napoli, vanno molto più in là di ciò che non osino chiedere i loro sudditi. Qualche volta anzi essi seminano malcontento, appunto per la loro violenza riformatrice, come accadde a Napoli, e sopra tutto in Sicilia, dove il vicerè Domenico Caracciolo osò, con audacia giacobina, attaccare le basi stesse del sistema feudale.

Giuseppe II d'Austria diede alla Lombardia leggi eccellenti: fiaccò la potenza feudale, accordò che tutti i cittadini fossero eguali dinanzi alla legge, riordinò le amministrazioni locali, protesse come più era possibile i contadini, creò opere pie dovunque, sviluppò la cultura superiore: era l'assolutismo illuminato, che precorreva i tempi. Tutto ciò non fu fatto per opera di pensatori, ma contro di essi. Quando gli ufizi pubblici furono aperti a tutti, lo stesso Pietro Verri se ne dolse. Il filosofo osava rimproverare l'imperatore di ammettere ufficiali non nobili nell'esercito, “perchè — egli diceva — il sentimento di onore è educato fra i patrizi, ma non fra gli altri.„

Quando nel 1776 Maria Teresa avea voluto abolire la tortura e gradualmente anche la pena capitale, le persone più illuminate di Lombardia si erano opposte. Il Senato, su relazione di Gabriele Verri, avea detto contro l'imperatrice, che la gravità dei crimini e l'urgenza di procurarsi indizi usum torturæ necessarium reddunt.

Pietro Verri, il quale pare anche adesso uomo superiore al suo tempo, non faceva che seguire e da lontano le riforme che venivano di fuori: applaudiva quando erano imposte, ma non dissimulava il proprio dispiacere quando gli sembravano troppo audaci.

Lo stesso Cesare Beccaria, il cui spirito era veramente francese, e che s'era, com'egli medesimo confessa, formato su Montesquieu e su Helvetius, pareva anch'egli non precorrere, ma seguire a malincuore le riforme che venivano dall'alto. Membro e relatore di una giunta nominata da Giuseppe II per l'abolizione della pena di morte, egli credeva indispensabile mantenerla in caso di regicidio e di cospirazione contro lo Stato. E anche in questi due casi, quasi nello stesso tempo, l'aboliva per spontanea iniziativa, un principe di sangue austriaco, Leopoldo di Toscana.

Gli stessi statisti, filosofi ed economisti, che la nostra compiacente vanità ha esaltati, non aveano quasi alcuna delle grandi audacie di pensiero degli scrittori di Francia: non facevano che uno sforzo continuo per adattare il vecchio al nuovo, per seguire ciò che loro era quasi sempre imposto da una volontà superiore.

Venezia, che le Memorie di Casanova e le storie recenti ci dipingono alla fine del secolo passato come un luogo di depravazione e di godimenti, non ci presenta alla vigilia della rivoluzione francese un solo pensatore elevato, non uno solo presago dei tempi nuovi.

Carlo Goldoni e Carlo Gozzi sono realmente seguaci del vecchio regime: se il primo diventa senza volerlo, forse anche senza saperlo, un riformatore è perchè egli porta sul teatro i fatti della vita reale e i fatti non hanno mai la facile compiacenza delle opinioni.