Quell'oscuro Giammaria Ortes, tanto esaltato negli ultimi tempi, sopra tutto da chi non lo ha mai letto, quell'oscuro monaco, che sembra profondo sempre perchè sempre oscuro, dopo aver forse intravvisto quella che fu più tardi la teorica malthusiana, non sa proporre che di difendere i beni di manomorta e i fedecommessi a famiglie, a chiese e a luoghi pii: al terribile problema, che nella quiete solenne del suo triste monastero gli si affaccia alla mente, non vuol dare altra soluzione se non quella di aumentare la zuppa dei conventi. E quando, nella sua famosa relazione, il cavaliere Andrea Tron, che fu sì veggente nello scoprire i mali della repubblica e sì cieco da non scoprire quelli di casa sua, constata il decadere della forma antica, non sa indicare alcun rimedio: indicarne forse gli par vano.
La mente che vede non osa. Accade qualche volta che, come in Toscana, l'opera dei principi riformatori è appoggiata da uomini di chiara mente, come quel vescovo Scipione dei Ricci, che parve uomo di altri tempi e fu anima di profeta e di apostolo: ma non è che eccezione solitaria. In generale si assiste a questo fatto singolare, che mentre i nuovi bisogni della classe che sorge si affermano, nessuno osa interpetrarli. Le riforme vengono dall'alto e la massa le accetta quasi a malincuore.
Napoli, che ebbe nel secolo passato alcuni fra i pensatori più potenti d'Italia, trovò anch'essa uomini che li precedettero. Lasciamo stare Vico: egli, che morì quasi mezzo secolo prima che la rivoluzione francese scoppiasse, non fu uomo del suo tempo. Vico, il quale creò non una ma parecchie scienze, e che bene a ragione parlò di scienza nuova, non ebbe fra i suoi contemporanei quasi alcuna importanza. Trascinò vita miserabile fra gente di cui non riescì a vincere la indifferenza e fu modesto uomo e rassegnato alla crudeltà del destino.
Ma Giannone, ma Galiani, ma Genovesi, ma lo stesso Mario Pagano, che furono fra gli spiriti più illuminati del tempo loro, alla vigilia della rivoluzione francese quasi non prevedevano la trasformazione che si andava compiendo.
Giannone fu veramente figura grande di novatore: ma la lotta contro la prepotenza ecclesiastica lo assorbì tutto.
Galiani era troppo scettico e troppo sottile per aver fede in qualche cosa.
Nel 1764 scriveva a Tanucci: “.... forse alla lunga è meglio avere un parlamento alla francese che non averlo, ma nei principî di un regno, un poco di dispotismo non è male, altrimenti la creazione è più tardiva.„ Questo abate grazioso e gaudente, il quale non predicò che l'obbedienza passiva al re, in pratica non gli chiese che benefizi. Le follie dei sovrani trovavano in lui il complice spiritoso: l'economista non aveva una sola parola di sdegno, non una d'indignazione. Quando l'arciduchessa Maria Carolina, che di sua madre ebbe la passione violenta del maschio, ma non la intelligenza temeraria, per venir sposa a Ferdinando IV, ordina 120 vestiti di gran lusso e spende milioni, il compiacente abate osserva soltanto: “ quidquid delirant reges, ma è danaro che vien qui.„
Figura meno nota, ma più alta quella di Antonio Genovesi. Il timido abate, che osò insegnare in italiano, in quella università di Napoli, dove l'ignoranza si esprimeva pomposamente in latino, avea più slancio e maggiore sincerità dell'avventuriero Galiani. Pure quest'uomo, che vagheggiava una forma costituzionale e una Italia comune madre nostra, unica e libera, nel suo libro Diceosina o filosofia del giusto e dell'onesto, non rifiutava di ammettere la necessità di una mezza servitù popolare.
Genovesi non propugna se non quelle istituzioni le quali sembrano più adatte allo sviluppo e alla costituzione di una classe media: libera circolazione e divisibilità della proprietà, libertà e sicurezza di commercio, libertà di lavoro. Fra coloro che non producono reddito materiale o immediato, eppure, come egli dice, giovano alla società, non esita a mettere coloro che vivono di reddito. Nel popolo egli non avea fiducia alcuna: anzi lo volea lontano dalle pubbliche faccende. Più che un riformatore egli è il ponte di passaggio fra il vecchio e il nuovo: egli è l'innovazione che non si stacca dalla tradizione. Vuole che la riforma venga dall'alto piuttosto che dal basso: — quivi non vede che l'ignoranza e il male.
Ma che pensare di Mario Pagano, il quale quando già la rivoluzione francese era scoppiata e si preparava nelle coscienze la rivoluzione napoletana del 1799, quando già si era alla vigilia di quei fatti per cui egli dovea lasciare miseramente la vita, difendeva il feudo e ne additava le ragioni di necessità?