Don Luigi avea dato segno di una certa curiosità e di qualche attitudine per le scienze naturali. Con lo Chaptal teneva corrispondenza intorno a questioni di chimica industriale. Lo scienziato nel 1792 avea ricevuto dal suo allievo una lettera, che egli ci ha conservato nei suoi Souvenirs e che non è di un principe imbecille. “La vostra Rivoluzione, mio caro amico, ci ha insegnato che il mestiere di re non vale più nulla: figuratevi quello d'erede presuntivo. Dopo averci ben riflettuto, mi son deciso a conquistare la mia indipendenza, e credo potervi riuscire mettendo su delle fabbriche in Ispagna dove mancano. Ma non posso riuscirvi che mediante il vostro aiuto. Venite a trovarmi e lavoreremo insieme. Mio suocero ci darà aiuti di denaro e di protezione. Quando avremo fatto fortuna, andremo a vivere in qualche posto dove possiamo trovar riposo, se pure esiste ancora su questa terra.„

Il Bonaparte stava per dargli la fortuna e un breve riposo. Gl'Infanti lasciarono la Spagna l'11 di maggio 1801. Viaggiarono sotto i nomi di conte e di contessa di Livorno. Questa la sola precauzione che prendesse il Primo console per attenuare lo scandalo d'un ricevimento apertamente reale. Suo fratello Luigi aspettava le vetture alla Bidassoa, alla testa del suo reggimento di dragoni: il generale Bessières andò incontro ai sovrani a Mont de Marsan e li scortò fino a Parigi. Furon ospitati nel palazzo del signor d'Azara, ambasciatore di Spagna: Cambacérès e Lebrun andarono a far loro la prima visita. Subito dopo, i sovrani d'Etruria presero posto in una vettura tirata da muli, secondo la moda spagnuola, e si recarono alla Malmaison, dal Primo Console, che circondato da' suoi generali li attendeva sul peristilio. Don Luigi, timido e imbarazzato, si fermò come interdetto dinanzi al vincitore di Marengo: non potè proferir parola e si gettò con effusione tra le braccia del suo creatore. Bonaparte lo rialzò con bontà, rivolse qualche complimento alla regina, che, con maggior presenza di spirito del marito, rispose con parole cortesi le quali tolsero Don Luigi dall'imbarazzo. Giuseppina s'impadronì di Maria Luisa e la colmò di regali, di acconciature ch'essa avea scelte dalle sue modiste; e grazie all'inesauribile argomento della moda fu presto rotto il ghiaccio fra le due donne, che durante il soggiorno della coppia reale a Parigi furon viste intime e loquaci come vecchie amiche.

Ma fra i due uomini non avvenne il medesimo. Don Luigi non poteva vincere la soggezione che provava dinanzi al Bonaparte. Quando gli affari richiamavano il Primo Console nel suo gabinetto, il giovane re se la svignava scappando nel salone degli aiutanti di campo, dove ritrovava la sua disinvoltura e il suo vero carattere. Superbo di possedere una bella voce baritonale, cantava il Tantum ergo o il Magnificat a quegli antichi volontari della Repubblica che cantavan con lui. Poi li faceva mettere in fila per saltare sulle loro spalle e far le capriole sul tappeto. Questa puerilità serviva a puntino ai disegni del Bonaparte. Dopo la partenza degl'infanti, dinanzi a' generali ne prendeva occasione per dire: “Avete visto che cosa sono cotesti principi della Casa di Borbone, cotesti eredi di Carlo V e di Luigi XIV? È possibile che gente fatta così risponda alle necessità del nostro secolo?„

Pure il Console usò a' suoi ospiti ogni maggior riguardo, e moltiplicò i divertimenti: partite di piacere, balli, ricevimenti magnifici alle Tuileries, presso i ministri, parate della guardia consolare al Carrousel, spettacoli all'Opera, al Teatro francese. Alla zecca si coniò in presenza dei sovrani la medaglia di prammatica Rex Etruriae. Essi assisterono alla seduta dell'Istituto e ascoltarono dotte comunicazioni dello Chaptal, del Cuvier, del Laplace. Presero con loro doni preziosi di Sèvres e dei Gobelins. Maria Luisa, consigliata da Giuseppina, usciva fuori in gran gala e per risparmiarsi la fatica di cambiare abbigliamento, la Spagnola si vestiva fin dalle sette di mattina con lo strascico di corte e portava il diadema senza più levarlo fino a quando andava a riposare.

Il mobilissimo popolo parigino accoglieva con grande entusiasmo il primo Console e il re, su quella stessa piazza dove, ott'anni prima, aveva ghigliottinato il loro buon zio Luigi XVI, come doveva chiamarlo più tardi Napoleone. I manifesti attaccati alle cantonate avevano preparato la pubblica opinione: si diceva che quella memorabile visita era al mondo pegno di pace, e dell'universale concordia che i negoziatori d'Amiens eran sul punto di restaurare. E poi, in cotesta folla, ogni granatiere che aveva traversato scalzo l'Italia poteva dire ai vicini: Cotesto re e cotesta regina li ho fatti io! — L'entusiasmo fu tale che sorpassò i desiderî del Bonaparte, onde il Gabinetto del Primo Console mandò ai prefetti istruzioni segrete per temperare lo zelo delle popolazioni lungo il tragitto che avrebbero percorso i Reali. Il 30 giugno, gl'infanti presero commiato dal Bonaparte e da Giuseppina, e affermarono la loro eterna riconoscenza in un ultimo abbraccio a così grandi amici.

Presero la via dell'Italia scortati da uno squadrone di ussari comandati dal Grouchy. Il generale Clarke, che a Firenze doveva essere il loro tutore, li accompagnava. Dovunque gli stessi segni di rispetto, le stesse ovazioni. Il Murat li attendeva in Toscana, poichè l'eroe piumato riempiva allora con la sua petulanza e magnificenza teatrale queste sale del palazzo Riccardi. Egli diresse l'insediamento di re Luigi a Palazzo Vecchio, e, lasciatolo lì sotto la sorveglianza del Clarke, ripartì per Milano.

Ci voleva un altro ingegno, assai maggiore a quello di questo principe debole ed infermiccio, per rafforzare un trono malfermo in quella Toscana rovinata, lacerata dalle fazioni, occupata dai soldati stranieri, indifferente al sovrano che il caso le imponeva. Le difficoltà gravissime del nuovo regno ci sono rivelate dai carteggi del Clarke e del Tassoni, l'accorto inviato della Repubblica Cisalpina, dalle lettere lamentevoli del re Luigi al Primo Console. Fin dal primo giorno, l'infante si trova alle prese con le difficoltà finanziarie che sempre aumenteranno. Come ricordo del fausto avvenimento, è costretto ad imporre ai sudditi una contribuzione di 300.000 franchi per far fronte alle spese del corpo francese d'occupazione, giacchè 6000 uomini eran di guarnigione a Livorno, donde sorvegliavano gl'Inglesi padroni dell'isola d'Elba. Invano Don Luigi supplica il suo “carissimo amico„, il Primo Console, di scemare le sue pretese; non può nemmeno ottenere dal Bonaparte la restituzione della Venere dei Medici, che allora appunto peregrinava da Livorno a Napoli e da Napoli a Parigi; non potè neanche ottenere quel “più regolare arrotondamento de' suoi Stati„, che il giovane sovrano molto ingenuamente chiedeva in cambio della bella divinità.

Senza tener conto della pubblica miseria, la Corte spagnola si lasciò andare al fasto e allo sperpero. Non si pensava che al piacere. Il re avea preso come primo ministro il vecchio Mozzi “astronomo calato dall'osservatorio al gabinetto„, dice un diplomatico forestiero. Cotesto cortigiano de' vecchi tempi sembra uno dei personaggi dipinti dallo Stendhal nella Chartreuse de Parme. Pure il Mozzi era un galantuomo che non mancava nè d'esperienza nè di finezza; ma fu ben presto sostituito da un intrigante della peggiore specie, il Salvatico che alla Corte degl'infanti diventò ciò che era presso i loro parenti di Madrid il famoso principe della Pace. Cotesto Godoi in sessantaquattresimo aveva tutti i vizi del suo modello. Per le sue mani passavano le grazie, e il denaro del Tesoro andava a' suoi compagni di dissolutezza. Da un solo particolare si può giudicare del fasto che si permetteva cotesta Corte indebitata: intorno alla coppia reale erano centoquindici gentiluomini di Camera e settantacinque dame d'onore. Il Salvatico accarezzava le manie puerili di Don Luigi e la passione per il piacere, che nella regina Maria Luisa andava unita ad un superstizioso bigottismo. La mattina diceva il rosario con i Sovrani; la sera metteva su a Poggio a Cajano alcune recite nelle quali l'infante faceva ammirare la sua bella voce. Che autorità poteva conservare un principe che cantava nel Barbiere la parte di Basilio, mentre il favorito gli rispondeva in quella di Figaro? E cotesto principe era insidiato dal male implacabile che dà un così tragico aspetto ai nipoti di Luigi XIV, consumati sotto il cielo di Spagna dagli eccessi del senso.

Dopo pochi mesi di regno, il disgraziato Don Luigi non era più che un'ombra demente. I rapporti del Clarke e del Tassoni segnalano giorno per giorno il declinare della sua salute, gli accessi furiosi d'epilessia, la cui frequenza è attribuita “alle troppo frequenti prove d'amore che il re dava alla regina„. Ben presto i ministri cominciarono a parlare della sua pazzia, senza riguardi. Questo Amleto frenetico scappava dalla tavola a cui il Murat lo invitava, si chiudeva a forza in camera, e ne usciva poi in veste da camera, con la sciabola in pugno, per esterminare i traditori che la sua immaginazione vedeva da per tutto e non senza ragione! Mancò poco che così non ammazzasse il vecchio Mozzi e il Salvatico. Dovettero legarlo nel letto con lacci di seta. Il 27 maggio 1803 un'ultima crisi epilettica lo spense a trent'anni, dopo un biennio di regno. Come parecchi de' suoi congiunti, aridi rampolli d'una razza esaurita, don Luigi aveva appena appena attraversato la scena del mondo. Nel risveglio di giovani forze che fremevano all'aurora del nostro secolo, coteste fisonomie smarrite e invecchiate sembrano gli ultimi fantasmi d'un mondo che scompare.

Lo seppellirono — ma per poco, come vedremo — nella Cappella dei Medici. Per una di quelle ironie a cui la storia è avvezza, cotest'anima d'augello spaurito, vagabonda così nella morte come nella vita, andò per un momento a posarsi fra le grandi figure di marmo e di bronzo, sotto il Pensieroso, alla grave ombra della Notte. La miseria dell'erario, scrive il Clarke, era tale che “per il funerale del re non c'era di che pagare i ceri; e dalla cereria non vollero darli a credenza: non c'erano che dodici ceri in un angolo del palco sul quale fu esposto, scoperto, il corpo del principe sventurato„. — E il ministro soggiunge: “Gli animi son vicini alla disperazione: le imposte sono così gravi che i sudditi toscani pagano più di quelli della Gran Bretagna: la regina reggente è abbattuta e scoraggita.„