Maria Luisa diventava difatti reggente d'Etruria, in nome del figlio Carlo Luigi ancora in culla. Il vero reggente era il Salvatico. Rinchiusa nelle sue pratiche devote, viaggiando di monastero in monastero con un codazzo di monache, la Spagnola non faceva nulla per affezionarsi i Toscani. Alla morte dell'Alfieri offese i loro sentimenti: e gli amici del poeta ottennero a gran fatica il servizio religioso che il clero gli voleva rifiutare. Nel dicembre 1804, l'ambasciatore di Spagna Labrador fu dai parenti di Maria Luisa incaricato di ottenere a qualunque patto l'allontanamento dell'infausto Salvatico. Il Labrador si recò dalla regina e per tre ore le fu intorno: essa finì per cedere con mala grazia. Cotesta rivoluzione di palazzo fece gran rumore in Firenze. Il favorito non lasciava mai la sovrana, ed entrava da lei a qualunque ora: doveva accompagnarla il giorno appresso a una partita di caccia; ma grande fu lo stupore, e generale il sollievo, quando seppesi ch'era stato destituito durante la notte e condotto con una vettura di posta in una delle residenze suburbane. E la Reggente dovè alla meglio ricomporsi per comparire nel circolo di corte.
D'allora in poi e durante i tre anni che seguirono, la storia della reggenza d'Etruria non ci presenta che l'agonia d'un potere che si dissolveva prima ancora di aver governato. Gl'imbarazzi finanziari ogni giorno crescevano, nonostante gli sforzi e l'abilità del banchiere Eynard: nel 1805 il generale Verdier metteva il sequestro sulle rendite della città e del porto di Livorno per pagare le spese del corpo di occupazione. Come i soldati stranieri, così gl'impiegati toscani si pagavano da loro, e l'amministrazione era dall'alto in basso incancrenita dalla più sfacciata corruzione. Da principio la reggente aveva cercato appoggio e soccorso presso il suo protettore, il Bonaparte; ma il Bonaparte era diventato Napoleone; e il nuovo imperatore aveva altre cure, altri pensieri per altri Stati più importanti di quello dove il Primo Console aveva fatto il primo saggio d'una monarchia vassalla. Per un momento pensò di maritare Maria Luisa al fratello Luciano, che rifiutò. Di poi lasciò libero il campo agl'intrighi della sorella, l'Elisa Baciocchi; giacchè la principessa di Lucca e di Piombino anelava di succedere alla sua debole vicina; e insidiare occultamente Maria Luisa, rovinarla agli occhi dell'imperatore, prendere il suo posto a Firenze, era il disegno politico dell'ambiziosa Elisa.
La guerra di Spagna sonò a morto per il regno d'Etruria; e Maria Luisa sballottata tra Ferdinando suo padre e Napoleone suo protettore, oscillante fra il partito francese e quello spagnuolo, era destinata fatalmente ad esser travolta nella disgrazia de' suoi parenti.
Elisa trovò un alleato nel successore del Clarke, il residente francese D'Aubusson de la Feuillade, gentiluomo di vecchia razza, d'ingegno vivo e aperto a tutte le idee moderne, che si dava in Firenze un gran da fare. Abitava il palazzo Feroni, in Via dei Serragli, si teneva in gran lusso e dava sontuosissime feste. Partiti gli ospiti, il ministro prendeva in mano la penna e dirigeva al Talleyrand delle relazioni vivaci e argutissime, nelle quali diceva corna della società che avea ricevuto. “Il presente governo (dicembre 1806), è composto di quattro ministri, tutti vecchissimi, debolissimi, indolentissimi. Il vecchio Mozzi è rimbecillito dall'età. La regina gli mandò l'altro giorno l'ordine di dare 300 zecchini a un corriere che andava in Spagna: ma egli non ha mai saputo perchè quel corriere ci andasse. La regina non ha fiducia in lui, perchè non ha più che qualche lucido intervallo. Il Cercignani, vecchio come Erode, debolissimo, decrepitissimo, sciocchissimo, nemicissimo dei Francesi, chiedeva non è molto a coloro che sollecitavano la sua protezione, se educassero i figli nel santo timor di Dio e nell'odio contro i Francesi. Il Martini, ministro da un anno, non è fanatico; ma questa è la sola sua buona qualità. È lungo, lento, peso e vecchissimo. Pure ha grandissime pretensioni: ha per intercalare ch'egli ha per governare più talento dello stesso imperatore.... Il quarto ministro Mugnai è ancora vecchissimo e sordissimo.... Fo quanto posso per scuotere coteste vecchie zucche e far loro aprire gli occhi semichiusi dagli anni; ma non ci riesco.„ Nel giugno del 1807 il D'Aubusson tornava all'assalto e ritoccava così il quadro poco lieto: “ministri che non stanno in piedi per le ingiurie del tempo e per la mancanza di fiducia della loro sovrana, o imbecilli e inveleniti contro di noi, tutti con la paura di perder l'impiego; subalterni che valgon quanto loro e anch'essi impauriti, deboli come i superiori in ogni cosa.
Una regina che per giudizio e istruzione ha sei anni, che non si rammenta da un giorno all'altro delle cose, ostinata e dispotica come si suole essere a cotesta età, raggirata da un confessore fanatico e da sottoposti intriganti i quali vogliono arricchire e dominare e non sanno nulla prevedere: ecco il vero quadro della Corte.„
Pretendevano le male lingue che il D'Aubusson fosse molto addentro nel favore della Sovrana, da lui dipinta con colori così poco lusinghieri. È difficile crederlo, perchè lo vediamo prendere a cuore gl'interessi d'Elisa Baciocchi e con la principessa di Lucca cospirare alla rovina della Spagnola. La più gran censura che si faceva al governo etrusco, continuamente rappresentata al Talleyrand e all'Imperatore, era la complicità sua con gl'Inglesi che stavano in crociera dinanzi a Livorno, le agevolezze concedute alle loro merci per rompere il blocco continentale. L'Elisa e il D'Aubusson sapevano che l'Imperatore su questo punto era specialmente irritabile. Sembra di fatti che le risoluzioni di lui fossero precipitate per il pensiero di difendere più energicamente il suo sistema di blocco sulle coste d'Etruria. Tutti aspettavano e reclamavano in Toscana il cambiamento d'un ordine di cose intollerabile, giacchè non c'era più nulla da sperare da una regina e da un governo screditati, odiati da tutte le classi della popolazione, incapaci di porre riparo all'anarchia amministrativa e alla rovina economica del paese. Napoleone non aveva che da fare un cenno per distruggere a Firenze il fragile edifizio da lui innalzatovi: e cotesto cenno fece nell'ottobre del 1807, ma non fu come Elisa desiderava. Frustrando le speranze della sorella, l'Imperatore decise l'annessione pura e semplice della Toscana al Regno francese in Italia. La principessa di Lucca doveva ancora aspettare due anni quel granducato da essa tanto bramato, che le fu concesso soltanto nel 1809.
Stipulava il trattato di Fontainebleau che la reggente e il piccolo re d'Etruria, spodestati dei loro dominii, ricevessero compensi nel Portogallo: Maria Luisa non li ebbe mai. Napoleone, di fronte a lei, procedè con la sua solita brutalità sbrigativa. Disse al generale Reille: “Reille, avete consegnato nel 1801 al re d'Etruria le chiavi di Firenze: andate a farvele restituire.„ Il generale entrò nella città, nel dicembre 1807, con un corpo di 10.000 uomini. Il D'Aubusson aveva notificato alla sventurata Regina il colpo che le era preparato: il 10 dicembre, essa firmò piangendo il proclama che scioglieva i Toscani dai loro giuramenti di fedeltà. E da quel paese, dove non aveva potuto radicarsi, la videro fuggire come un'ombra leggiera, circondata da altre ombre, nella generale indifferenza. Tragica dipartita, quadro parlante di tutto il sistema napoleonico, di quei perpetui sgomberi di sovrani, insediati, cambiati, richiamati come sentinelle di fazione: attendati per alcuni giorni in quelle capitali donde il capriccio di Lui, morti o vivi, li richiamava. Maria Luisa fece esumare il corpo dello sposo, e una carrozza che precedeva la sua portò il feretro di Don Luigi, custodito da quattro cappellani: un'altra carrozza portava la culla di suo figlio. All'inizio del viaggio, il convoglio di scorta era ragguardevole: ma a Cafaggiolo incontrò la principessa Elisa, che aspettava i cavalli di posta requisiti dalla sua rivale: le due donne non si videro. La scorta diminuì rapidamente, intorno alla regina errante che partiva senza un soldo: arrivato alla frontiera di Francia, il corteggio erasi ridotto al morto, al bambino e a quattro donne spagnole rimaste fedeli alla loro padrona. A Milano, essa aveva avuto un abboccamento con l'Imperatore: ma abituato alle disgrazie cagionate dalla sua politica, quella di Maria Luisa non lo commosse più di tante altre.
L'Infante raggiunse i suoi parenti e seppellì lo sposo ad Aranjuez, dove “il cadavere del Re arrivato a buon porto, fu ritrovato conservatissimo„ ( Gazzetta Universale di Firenze ). Poco dopo Maria Luisa accompagnò la famiglia nell'esilio di Valençay. Il Talleyrand che aveva offerto nel 1801 alla regina d'Etruria una magnifica festa nella sua dimora di Neuilly, le offerse ora una prigione nel suo castello di Valençay. Nei Souvenirs di Madame Cavaignac, che incontrò per caso il triste convoglio, trovo un quadro poco lieto di questo miserie reali: “Fu appunto a Saint-Jean de Maurienne, credo, che trovai la famiglia reale di Spagna, mentre recavasi non so dove. Io non ebbi cavalli: tutti erano ritenuti per essa. C'erano il re, la regina, gl'infanti, la regina d'Etruria, suo figlio, il principe della Pace. Tutte figure oltremodo strane e grottesche. Se non avessi visto i corrieri con la livrea dell'Imperatore, avrei preso tutte quelle carrozzate per altrettanti ciarlatani ambulanti, venditori d'orvietano o giocolieri. Non ho mai visto nulla di simile: eran divisi gli uomini dalle donne, comprese le tre Maestà. Mi meravigliai di veder la giovane regina quasi brutta quanto la madre.„ — Uscita da Valençay, Maria Luisa dimorò alcun tempo a Nizza; poi fu mandata a Roma e chiusa nel convento di San Domenico e Sisto, donde il Murat la trasse fuori nel 1814. — Inviata a Lucca dal Congresso di Vienna, vi morì nel 1824. L'infante Carlo Luigi ricuperò i dominii ereditari di Parma nel 1847; abdicò nel 1849 in favore di suo figlio Carlo III assassinato il 27 marzo 1854.
Così disparve, dopo sei anni d'esistenza, il regno d'Etruria fondato per un capriccio del Bonaparte. Come tante altre, l'effimera dinastia spagnola passò fra le pietre forti dei vostri palazzi fiorentini, senza radicarsi nei cuori. Data in balìa a cotesti passeggeri padroni, prima dalla volontà di Napoleone e poi dai calcoli della Santa Alleanza, l'Italia li guardava alternarsi e passare: essa si raccoglieva e preparava la propria indipendenza. Di quell'Italia silenziosa, concentrata nell'attesa de' propri destini, un Michelet avrebbe voluto scorgere l'imagine simbolica nel David di Donatello: quel David di marmo che ammiravo ieri al Bargello, quel giovane erede presuntivo, così altero e disdegnoso, la cui bocca fiorisce in un misterioso sorriso, mentre calpesta la testa di Golia. Eppure è Golia che ha rivelato a cotesto giovane la sua forza e i suoi destini: non sarà re senz'aver lottato contro il gigante. L'invasione rivoluzionaria, da principio acclamata perchè abbatteva i vostri secolari tiranni, fu alla sua volta opprimente e sanguinosa: la dominazione napoleonica fu conculcatrice, abusiva, perchè la fantasia arbitraria del Grande disconobbe il diritto dei popoli a governarsi liberamente. Ma cotesta ultima prova era necessaria per scuotere e staccare l'Italia dall'antico regime, per risvegliare il sentimento nazionale che doveva ben presto trovare la sua forma e tradurre in una realtà politica il vecchio sogno dell'Alighieri. Quindi non malediciamo a questi un po' crudeli preparatori dell'idea patriottica.
Tali sanguinosi conflitti di razze e d'ambizioni hanno avuto la loro utilità nella storia; ma avremmo fatto ben vano studio di essa, se non ci avessimo imparato a risparmiare in avvenire tante lacrime e tanto sangue, a compiere più semplicemente e più umanamente le nostre opere d'incivilimento e di trasformazione. Converrebbe disperare della ragione e del progresso, se l'inevitabile concorrenza dei popoli non trovasse ormai più pacifiche forme: fra noi segnatamente, Italiani e Francesi, fra le due nazioni sorelle che si laceraron fra loro le tante volte, e che si aiutarono anche scambievolmente senza potere scindere il loro ideale. Possiamo almeno riconoscere in avvenire una sol forma di rivalità e di lotta; e cotesta io me l'auguro ardente, accanita: la lotta sui campi di battaglia dello spirito, dell'arte, della letteratura, la lotta dell'umanesimo dove noi svolgeremo a gara, in diverso modo, gli elementi comuni che hanno formato la nostra anima di latini.