Fosse l'una o fosse l'altra ragione, — o fossero entrambe, — o fosse, abilmente lumeggiata, la paura della comune oppressione, certo è che il giorno dopo l'ingresso di Corrado cogli armigeri suoi, un tumulto popolare scoppiò improvviso a Milano.

Più che tumulto, bisognerebbe dire rivolta; giacchè proprio contro la persona dell'imperatore s'acuirono le minaccie e gli sdegni; ed egli fu costretto, dissimulando l'ira, ad uscire dalla città, recandosi nel suo campo presso Pavia.

Lì, con proposito di violenta reazione, convocò la Dieta del Regno, e si pose ad amministrare la giustizia; il che voleva dire, il più delle volte, ordinare supplizii[5].

L'arcivescovo di Milano non volle sembrare intimidito dai precedenti, e si recò audacemente a prendere il suo posto nella Dieta. Ma l'agguato non si fece aspettare. Investito violentemente da un feudatario tedesco per non so che ragioni concernenti la corte o borgata di Lecco, Ariberto chiese tempo a rispondere, probabilmente per raccogliere documenti; ma essendogli negato l'indugio, ricusò fieramente di giustificarsi; e l'imperatore, che altro non aspettava, ordinò senz'altro l'immediato arresto dell'arcivescovo. Non fu senza esitazione — pel rispetto inspirato dall'uomo e dalla carica — che quest'ordine venne eseguito. E Ariberto, dato in custodia a Poppone, patriarca di Aquileia, e a Corrado, marchese di Verona, fu condotto a Piacenza, dove restò prigioniero.

Credeva l'imperatore di avere fiaccata l'insolenza dei Milanesi, ma si accorse presto, con danno suo, di avere semplicemente posta la mano in un nido di vespe.

Incredibile fu la commozione che produsse in Milano la notizia di questo fatto. Le divisioni di parte scomparvero quasi per incanto. La rottura dell'alleanza fra Cesare e l'arcivescovo, fece di quest'ultimo il rappresentante naturale dell'indipendenza. Milano cessò da quel momento di essere città ghibellina. Diventò guelfa, e rimase tale, con poche alternative, fino al 1859.

I due cronisti milanesi dell'epoca, Arnolfo e Landolfo, descrivono colla stessa foga, quantunque appartenenti ad opposte opinioni, il dolore e l'indignazione della loro città.

Furono due mesi di lutto, durante i quali le gentildonne e le popolane si stemperarono in pianti, in elemosine, in preghiere, in processioni; mentre gli uomini ordinavano in fretta le pubbliche cose, scombuiate dalla mancanza della mano che era solita a muoverle.

Pensarono dapprima a trattare collo stesso imperatore, offrendogli ostaggi per la liberazione dell'arcivescovo; ma Corrado, poco suscettibile di scrupoli, trattenne gli ostaggi senza liberare Ariberto. Allora i Milanesi spedirono legati in Francia per suscitare nemici a Corrado ed offrire la corona d'Italia a Oddone di Sciampagna. E intanto altri fra i più nobili cittadini s'erano diretti ai conti e ai vescovi delle altre parti d'Italia, sollecitando una lega che avrebbe avuto per iscopo immediato la liberazione del grande arcivescovo, e per iscopo ultimo l'emancipazione dei comuni italiani dall'alto dominio germanico.

S'era nel più fitto di queste pratiche, quando, con immensa gioia del popolo milanese, ricomparve Ariberto, libero in mezzo a' suoi. Gli era bene riuscito uno stratagemma. Per mezzo d'un monaco, suo fedelissimo, Albizzone, s'era fatto inviare nel carcere dall'abbadessa d'un monastero di San Sisto, consacrata da lui, gran copia di provvigioni e di ghiottornie. Posta ogni cosa a disposizione de' suoi custodi, questi, com'era facile prevedere, s'ubbriacarono saporitamente; e, durante il loro sonno, potè Ariberto, aiutato dal previdente Albizzone, uscire dal carcere, attraversare il Po in una barca, e giungere, fanatizzando tutti, a Milano.