Qui comincia l'epoca più pura e più grande nella vita di Ariberto da Intimiano. La lotta che Milano sostenne nel 1037 contro Corrado il Salico, lotta di cui Ariberto capitanò tutto lo svolgimento e quasi tutti gli episodî, non è inferiore nè di magnanimità nè di gloria a quella che sostenne un secolo dopo contro Federico Barbarossa. Direi anzi che in questa furono più alti gli animi, più compatte le volontà. E se di quella i risultati politici furono italianamente maggiori, non bisogna dimenticare che a Legnano ed alla pace di Costanza avevano contribuito, oltre Milano appena rifatta, le forze della Lega Lombarda, gli aiuti dei marchesi di Dovara e di Romano, le influenze di papa Alessandro III e della repubblica di Venezia. Nulla invece di tutto ciò confortava Milano nel 1031. Quando Corrado, irritato per la fuga del suo prigioniero e sitibondo di vendetta, venne a porre il suo esercito intorno a Milano, aveva per sè quei contingenti delle città lombarde e quelle influenze papali che triplicavano l'isolamento materiale e morale della minacciata città.

Questa però, piena di fede nell'uomo energico che governava nel tempo stesso i suoi interessi materiali e i suoi sentimenti religiosi, si atteggiò a disperata difesa contro un'offesa implacabile.

Le mura di Ansperto, e le trecento torri da cui facevano buona guardia i suoi difensori, impedirono che i nemici penetrassero nella città; ma Corrado, in ciò non peggiore de' suoi precursori e dei continuatori suoi, fece il deserto nei sobborghi e nel contado. «Eo tempore» scrive Vippone fedelissimo suo «imperator Mediolanenses nimium aillixit; et quoniam urbem antiquo opere et maxima multitudine munitam capere non poterat, quod in circuito fuerat igne et gladio consumpsit.»

Il 19 maggio, Corrado tentò l'assalto. Non solo fu ributtato, ma i Milanesi, uscendo audacemente dai terrapieni, si azzuffarono coi Tedeschi in una battaglia campale, dove si distinse pel suo coraggio un Eriprando Visconti.

Riuscitagli male la violenza, l'imperatore sperò nell'insidia; e, senza convocare nessuna Dieta, promulgò dal suo campo quelle leggi che da Germania aveva promesse; mediante le quali, emancipando i piccoli feudi dai maggiori vassalli, gettava un tizzone di discordia fra gli alleati dell'arcivescovo, i Capitani e i Valvassori.

Il tizzone si spense senza dar fiamma. Il sentimento patriottico, quantunque allora si trattasse di patria piccola, era già più forte d'ogni seduzione straniera. Ariberto rispose a quei decreti, mutando radicalmente le basi della pubblica difesa; disciplinando al servizio delle armi i popolani; i quali trassero dalla nuova dignità del combattere gli elementi di una virtù civile, ormai da secoli soffocata nei loro animi.

L'imperatore cercò allora, contro l'indomito prelato, l'appoggio della tiara pontificale; e si abboccò a Cremona con papa Benedetto IX, di sciagurata memoria. Da quel convegno uscirono per Ariberto due fulmini; la sua deposizione dalla sedia arcivescovile alla quale fu nominato un prete Ambrogio, e più tardi la scomunica pontificia: l'affetto dei Milanesi mantenne ad Ariberto la dignità episcopale, che invano Ambrogio cercò carpirgli; e la pessima riputazione di Benedetto IX impedì che alla sua condanna ecclesiastica si attribuisse il consueto prestigio. Quanto a Corrado, si trovò pagato della stessa moneta. Chi lo aveva di moto proprio incoronato, di moto proprio lo scoronò. Ariberto fece togliere dagli atti pubblici ogni data imperiale, dichiarò Corrado decaduto dalla dignità regia in Italia, ed invitò Oddone di Sciampagna ad assalire l'imperatore in Germania.

Questi allora, imbestialito per un'audacia che si sentiva impotente a punire, e costretto a ricondurre oltre l'Alpi un esercito stremato dalle battaglie, dalle epidemie e dalle faticose marcie lungo la penisola, radunò tutti i principi vassalli dell'Italia settentrionale e fece loro giurare di devastare ogni anno il territorio milanese, affinchè la ribelle città, non domata dalle armi, dovesse arrendersi per la sofferenza e per la fame.

I principi giurarono; e nel successivo anno 1039 mantennero la parola, presentandosi con forze nuove e imponenti nelle vicinanze della città. Ma Ariberto non aveva perduto il suo tempo. Durante i mesi d'inverno, la riforma politica e militare da lui ideata s'era svolta in maggiori proporzioni. Ai popolani del contado aveva fatto balenare quelle stesse idee di patria, di resistenza e di emancipazione, colle quali aveva affascinato i popolani della città. Armi ed ordigni di difesa s'erano fabbricati in gran numero, e l'arcivescovo ne distribuiva a tutti, disciplinando, come oggi si direbbe, a leva in massa tutta quella moltitudine, chiamata dalla voce di un forte, che era nel tempo stesso Davide e Samuele, a riacquistare quella libertà che gli avi imbelli avevano perduta: «pro libertate aquirenda præliante, quam olim parentes ejus ob nimiam hominum raritatem amiserant»[6].

Nè bastava. Poichè Ariberto, profondo conoscitore dei suoi tempi e del popolo suo, comprese che a radicare l'idea nuova ed astratta della patria in quelle menti avvezze a forme simboliche, era mestieri identificarla in un simbolo nuovo. Ed inventò il Carroccio; singolare e primordiale istromento di guerra, destinato a diventar subito popolare in tutte le italiane città; curioso emblema di superstizione, di fede, di poesia popolare e di disciplina guerresca; immagine fantastica della religione e della patria, strette a comune difesa; carro di vittoria e altare di pace, intorno a cui si combatteva con energia, si moriva con entusiasmo.