Così risollevati a nuova vita materiale e morale, i popolani lombardi provvidero energicamente alla difesa dei loro abituri; e la sconfitta dei grandi vassalli imperiali sarebbe stata disastrosa, se non fosse giunta notizia della morte dell'imperatore Corrado in Utrecht; notizia che bastò a far cessare la lotta ed a sciogliere l'esercito dei coalizzati feudali.

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Qui comincia la terza ed ultima fase del rinnovamento politico milanese.

L'insurrezione dei Valvassori aveva scosso nel sentimento pubblico il prestigio del feudalismo; la difesa contro l'Impero aveva reso popolare il bisogno dell'indipendenza; non mancava che un movimento diretto ad assicurarsi l'esercizio delle libertà comunali. Questo movimento tardò tre anni, ma dal 1042 al 1045 mutò radicalmente la costituzione politica di Milano.

Un valvassore, per privata contesa, aveva ucciso un plebeo. Non era fatto strano, e novanta volte su cento, prima d'allora, sarà rimasto impunito. Ma la plebe non era più il gregge pauroso e servile, che accettava la sferza del padrone, chiunque si fosse. Aveva combattuto insieme ai nobili contro Cesare, e acquistato quindi un certo sentimento di eguaglianza civile. Non sopportò più di riconoscere in tanti concittadini quel diritto di oppressione che negli antichi Duchi le era parso quasi legittimo[7]. Aveva imparato tre anni prima l'uso delle armi; le impugnò nuovamente, e scese nelle vie, deliberata a combattere le classi nobiliari e mettere fine alla loro anarchica prepotenza[8].

Fu una lotta epica; durata tre anni, e che finì, dice Arnolfo, «con una profonda mutazione nello stato della città e della Chiesa.»

La guerra civile non era mai apparsa in Milano così feroce, col suo sinistro codazzo di stragi, di vendette e di devastazioni. Fino dai primi giorni, il furore fu tale che non si dette quartiere. I popolani dovevano essere certamente dieci volte più numerosi dei nobili; ma questi avevano per sè le armature complete, i cavalli in assetto di guerra, le feritoie dei loro palazzi di pietra, la più profonda cognizione degli ordini militari. Sicchè, malgrado la sproporzione numerica, i primi combattimenti non erano riusciti favorevoli all'insurrezione; la quale probabilmente sarebbe stata repressa e domata, se un uomo, uscito da tutt'altre schiere, non le avesse dato il potente aiuto del suo valore e della sua virtù.

L'uomo si chiamava Lanzone; non è facile darvene notizie maggiori, per quanto si tratti di uno dei più grandi caratteri del secolo undicesimo.

S'è saputo, o s'è congetturato solamente dugent'anni dopo, che appartenesse alla famiglia Da Corte, famiglia prolungatasi nell'aristocrazia lombarda fino all'epoca degli Sforza. Un solo cronista s'è occupato con qualche precisione di lui; fortunatamente è un cronista vissuto a Milano nella seconda metà del secolo undecimo, Landolfo il Vecchio; ed è su quelle indicazioni, confermate nelle particolarità sostanziali dal cauto e severo linguaggio di Arnolfo, che una critica perspicace e affettuosa ha potuto, negli ultimi tempi, trarre l'uomo dal mito e riprodurre, innanzi ai contemporanei, che le potrebbero utilmente copiare, le fattezze di questo magnanimo del tempo antico.

Può dunque ritenersi per assodato: