Se non vivessimo noi in tanta luce di pubblicità multiforme, forse fra dieci secoli i nostri posteri disputerebbero se l'anno del risorgimento italiano sia stato il 1848 o il 1859 o il 1860 o il 1866 o il 1870. Le grandi mutazioni organiche hanno fasi e fremiti e oscillazioni, che abbisognano di tempo per tradursi nella soluzione tranquilla. Ma nè dieci, nè venti, nè trent'anni rappresentano in questi casi più che un momento storico. E quando dall'unità dei pensieri e degli sforzi si rileva chiaro uno di questi momenti, poco importa se la loro durata non coincide esattamente col numero dei giorni nei quali la terra suol compiere la sua evoluzione intorno al sole.
Nel fato di Milano, oltre il momento storico, anche il processo storico appare evidente.
Dapprima la conquista barbarica, che distrugge lo Stato e vi sostituisce il regime anarchico della feudalità.
Poi, con Ottone I, il despotismo intelligente, che è il periodo primordiale del rinascimento politico. Il popolo vede un tiranno solo più forte dei molti di cui si lagnava; e ingenuamente gli batte le mani, come ad un liberatore. È il trionfo della politica ghibellina.
Succede, con Ariberto, il potere arcivescovile. Il despota v'è ancora; ma, oltre ad essere intelligente, è indigeno, è vicino, è mite per l'indole sua, comincia a trarre dalle forze e dalle volontà popolari elementi di amministrazione e di governo. E il popolo accetta il dominio di Ariberto con entusiasmo, persuaso che valga, più di quello del lontano imperatore, a frenare le intemperanze rinascenti dei vecchi despotismi feudali. È il trionfo della politica guelfa.
Ma ad Ariberto non basta l'animo di continuare l'iniziata opera di emancipazione; e, dopo la vittoria contro Corrado, ricade nella tradizionale alleanza coi feudatari maggiori.
E allora il popolo, fatto maturo dall'esperienza e dai casi, reclama la libertà come unica guarentigia di ordine e di benessere. Compare Lanzone, che non è nè guelfo nè ghibellino, che nell'ordine dei progressi politici è più grande di Ariberto e di Ottone, e che della sua immensa popolarità si giova per annullare sè stesso e per sostituire al potere personale l'universalità dei cittadini, disciplinati a comune sovrano. Il genio sparisce; ma la sua necessità è minore, perchè è sorta l'istituzione. L'emancipazione civile ha raggiunto la sua ultima formola.
Che poi, malgrado questa e malgrado la magnanimità di Lanzone, periodi di anarchia o di dominio personale abbiano ancora turbata per qualche tempo la risurrezione politica della cittadinanza milanese, ciò non basta a sfatare la benefica rivoluzione compiutasi in quel momento istorico. Il diritto è stato riconosciuto; la legge è stata promulgata. La violenza, dopo ciò, rimane, se anche vincitrice, un fatto transitorio, di cui la legge e il diritto non tardano a ottenere riparazione. Anche il ladro ruba; ma il giudice che lo condanna dimostra come la proprietà fosse inviolabile prima del furto e tale rimanga dopo.
Più di otto secoli sono corsi dagli avvenimenti che vi ho ricordato, ed è lecito chiedersi se a quelli proprio risalgono gli albori della moderna vita italiana.
A me pare indubbiamente che sì.