Chi volesse trovare in Europa qualche analogia possibile, in qualsivoglia argomento, tra le condizioni odierne e quelle di nove secoli fa, si accingerebbe a ben duro e disperato mestiere.
Mutata l'indole dei governi e dei sodalizi religiosi; rinnovate le teorie del diritto e le basi della legislazione; divenuti predominanti migliaia d'interessi, onde allora non si sospettava pur l'esistenza; capovolte addirittura le fondamenta del consorzio civile, ci abbisogna uno sforzo gigantesco d'immaginazione per riprodurre anche in minima parte, dinanzi al nostro sguardo intellettuale, i fenomeni di una umanità, che sembra avere coll'umanità contemporanea quella stessa parentela, di cui una scienza evoluzionista moderna si compiace trovare le traccie, per esempio, fra un chimpanzé ed una bella signora.
Non parliamo poi dello stato territoriale, della geografia politica dell'Europa. Appena si salvano i nomi grossi e complessivi d'Italia, di Germania, di Britannia. Regni sostituiti a repubbliche e repubbliche a regni; città non ancor nate e città da un pezzo sparite. V'era una Spagna senza Spagnuoli, v'erano degl'Ungheri senza un'Ungheria, v'erano i Franchi prima che la Francia apparisse. I popoli, così teneri ora dei loro confini e dei loro territori, erano qua e là sbalestrati da convulsioni capricciose; i Normanni diventavano Siculi; i Saraceni s'appollaiavano sulle creste degli Abruzzi e delle Alpi Cozie. Cento rivoluzioni hanno scombuiato conquiste e conquistatori, hanno menato nella loro rapina Stati, famiglie e dominii; sicchè oggi, quasi nel 1900, nulla appare più falso di ciò che era l'unico vero nel mille.
V'era però una stirpe, che ha resistito all'onda dei secoli e al vituperio dei nomi. V'è una famiglia sovrana — l'unica in Europa — che ha questo privilegio di poter guardare da qualcuno de' suoi castelli reali il territorio circostante, e di poter dire che dal mille in poi hanno continuato ad esercitare su quello autorità principesca i suoi antenati, legittimamente succedutisi colla propria discendenza e col proprio nome.
Questa famiglia — l'avete senz'altro indovinato — è la famiglia dei principi italiani; i quali non trovano, nelle valli di Susa e di Aosta, nessun nome che rompa, fosse per un giorno, l'eco tradizionale del loro grido dinastico; i quali firmano nel 1890 Umberto di Savoia come firmavano nel 1003 Hubertus comes «in agro savogensi»; i quali, con privilegio sovrano, battevano moneta nel mille ad Aiguebelle, come battono moneta a Roma nel 1890.
È forse questa antichità e continuità di dominio che ha fatto delle origini della dinastia di Savoia l'argomento caro ad un nugolo di scrittori, impeciatisi nell'esame di pergamene, che a ciascuno parevano conferma di sistemi diversi e di induzioni opposte.
Io non trascinerò — non temete — le vostre mani gentili entro i polverosi scaffali dove quelle pergamene hanno riposato per tanti secoli inesplorate. Ma, costretto dalla fatalità mia e dalla vostra a sostituire qui il brillante oratore[9] che avrebbe dato ai suoi veri tutto il fascino dell'estetica e della poesia, cercherò di non dare alla storia maggiore severità di quella che si accompagna necessariamente alla fisonomia dell'epoca ed alla precisione dei fatti.
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Fra i popoli migratori che, nella prima metà del medio evo, scesero da regioni ignorate nel mezzogiorno d'Europa, i Borgognoni furono senza contrasto i meno numerosi e i più miti. Guerrieri per difesa, piuttosto che per conquista, la sorte li aveva spinti nel grande bacino del Rodano dove s'erano acclimatati. In lotta coi Franchi e più volte sconfitti, non lo furono però mai tanto compiutamente da far perdere al territorio da essi occupato il nome della loro razza e l'impronta delle loro leggi. Fra queste, una specialmente apparve mirabile per ispirito di politica tolleranza e fu la legge Gombetta (Gundobada), che pare sia stata liberamente discussa in pubblica assemblea[10]. Per quella legge, nessun vinto era obbligato ad accettare il diritto pubblico dei vincitori. Ciascuno dichiarava di voler vivere sotto la legislazione che preferiva; sicchè i giudici erano obbligati, prima di pronunciare sentenze, a chiedere ai convenuti sotto che rito intendevano di essere giudicati.
Questa larghezza di regime civile, di cui non appare nessun esempio nei paesi caduti in balìa dei Longobardi o dei Franchi, permise alle popolazioni di razza italica, rimasto sui versanti alpini della Savoia e della Provenza, di stringere con invasori così moderati rapporti assai più amichevoli di quelli che permetteva agli abitanti della valle del Po il ferreo regime sotto cui erano mantenuti.