Così si spiega una certa fusione fattasi più presto che altrove, fra gli antichi elementi romani e i nuovi elementi della stirpe borgognona. La feudalità fu istituita anche in Borgogna, come dappertutto dove passarono gli eserciti dei Carolingi; ma non ebbe lì quel carattere acerbo di sovrapposizione dei conquistatori sui vinti. Sicchè la diversità di razza non impedì che sorgessero a potenza e dignità feudale anche famiglie discendenti da stirpe italica; le quali continuavano a reggersi in ogni altra parte dei diritti civili e pubblici, secondo la legislazione romana, garantita dalle istituzioni organiche del popolo borgognone.

Fra queste famiglie, una appare già illustre e potentissima alla corte di Borgogna, negli ultimi anni del decimo secolo e nei primissimi dell'undecimo. E di questa famiglia i più antichi documenti dell'epoca ci rivelano capo e personaggio preponderante negli affari politici del Regno un conte Umberto, che la cronaca di Hautecombe designa coll'aggiunta blancis manibus; vuoi perchè una speciale gentilezza fisica distinguesse il gran gentiluomo; vuoi perchè, secondo la versione, forse un po' cortigiana, di alcuni scrittori, la sua indiscutibile riputazione di onestà fosse così alta da doverlo celebrare come bianco e puro di mani in mezzo a tanti potenti che le macchiavano nella preda o nel sangue.

È da questo Umberto Biancamano che discende, per genealogia accertata e non interrotta più la famiglia di principi, che ci onora della sua rettitudine e che noi onoriamo del nostro affetto.

Che se voi desideraste sapere intorno a siffatto capostipite, più antiche notizie; se mi chiedeste, come Farinata all'Alighieri: chi fur li maggior sui, potrei rispondervi con cinque congetture, non vi darei una sola certezza. Al di sotto del Biancamano, tutto a poco a poco diventa facile, chiaro, ricco di particolari e di prove; al di sopra tutto è buio, ipotesi, immaginazione. Come il Nilo, la casa di Savoia nasconde le sue scaturigini in una regione fantastica, dove i nuovi Argonauti non giungono a penetrare. Però ciò non impedisce al gran fiume di versare, innanzi alla sua foce, i larghi beneficii del suo limo fecondatore; come non ha impedito alla nobile dinastia di avvincere a sè stessa col prestigio del bene quei «volghi dispersi» che non avevano un nome, e che non le chiedono d'onde venga, ma sanno dove va.

Non mancarono gli storici cortigiani. Alcuni, pur di trovare un re ed un eroe al vertice della piramide, fecero risalire gli antenati del Biancamano a quel sassone Vitichindo, che mise per un istante in forse la gloria di Carlo Magno. Altri si fermarono al re, se non all'eroe, e innestarono la casa di Savoia su quel tronco laterale della dinastia franco-borgognona, che ebbe in Lodovico il Cieco un così inetto e così infelice imperatore. Altri finalmente posero ad obbiettivo delle loro ricerche un'origine nel tempo stesso regia ed italiana, facendo discendere il conte Umberto da quella razza dei Berengari d'Ivrea, che furono, per la loro violenza, così disformi dal tipo umano e leale dei principi di Savoia.

Oggidì tutte queste opinioni sono sfatate. E non è neanche necessario, per esserne persuasi, di svolgere i cinquanta volumi, in cui queste ipotesi sono discusse, affermate ed escluse. Il che prova, per incidenza, come non debba temersi quel pericolo, che fra alcuni anni non basti la vita di uno studioso ad approfondire neanche uno dei rami dello scibile umano. No, la scienza è rimedio a sè stessa; ricerche nuove, pur di piccola mole, bastano a rendere inutili i volumi, farraginosi di ricerche antiche; sintesi logiche e verità elementari si sostituiscono con autorità indisputata alle faticose lungaggini di analisi non ravvivate dal lume critico. Basta ai nostri contemporanei — e i nostri posteri saranno in ciò più fortunati di noi — assai meno tempo di quello che dovessero impiegarvi gli antenati nostri, per accertare storicamente la verità e le proporzioni dei fatti. Ogni scrittore coscienzioso abbrevia la via; sicchè la scienza che è stata aristocratica fino ai padri nostri, potrà essere democratica fra cinquant'anni.

Ecco perchè quattro o cinque volumi pensati, dei più moderni, bastano a sostituire, in questo argomento, le voluminose compilazioni dei tempi andati, e a persuaderci che, fino a nuove scoperte di documenti difficili a presagire, il padre di Umberto Biancamano resterà, come Giove, col capo avvolto fra le nubi.

Nè di questa relativa impotenza dell'indagine storica possono sembrare eccezionali i motivi.

A buon conto, quanto più ci avviciniamo all'epoca delle invasioni barbariche, tanto più scema il numero degli scrittori e la probabilità che le carte siano sopravvissute alle ingiurie del tempo. Appena si riesce ad accertare l'ordine cronologico dei Papi e dei Sovrani, intorno ai quali si concentrava l'attenzione e l'adulazione dei cronisti. Di Umberto Biancamano anzi si conosce assai più che non si conosca di personaggi anche maggiori dell'epoca sua.

D'altronde, nell'incendio di Susa, avvenuto per opera del Barbarossa nel 1174, si vogliono distrutti gli archivi privati della casa di Savoia[11], nei quali stavano probabilmente i pochi documenti autentici e gli alberi genealogici della famiglia. Costretti a rifare questi ultimi per debito d'ufficio e per vanità di dottrina, i cronisti famigliari non poterono raccogliere carte equipollenti che fino ad Umberto I e dovettero ricorrere, per completarli, al metodo pericoloso delle induzioni. Ma allora si trovarono di fronte alle difficoltà ermeneutiche ed alla confusione dei nomi. Gli Umberti, gli Adalberti, gli Oddoni, gli Amedei, i Rodolfi, le Adelaidi e le Ermengarde suonavano frequenti al di qua come al di là delle Alpi. Uno storico che s'aggiri in mezzo a questi nomi per trarne identità di personaggi e di epoche, ci arieggia troppo quel Polifemo cieco, che palpa il vello dei montoni, sotto il cui ventre s'è rattrappito Ulisse. Le probabilità d'ingannarsi sono infinite; perchè nessun cronista credeva importante di dare intorno al proprio personaggio particolari di date o di parentele o di età, che naturalmente non erano ignote al piccolo numero di uomini pei quali scriveva. Ogni cronista chiudeva le proprie aspirazioni e le proprie indagini nei confini del proprio Stato; parlava de' suoi Umberti e de' suoi Oddoni, come se altri non ne esistessero sulla superficie del globo. Tra quei piccoli principati v'erano relazioni di commercio o di violenze, non ve n'erano di indole intellettuale o letteraria. Sicchè nessuno pensava di identificare con particolari estrinseci personalità notissime nell'ambiente in cui si scriveva, a beneficio di ragionamenti, di paragoni o di ricerche future, di cui non si poteva neanche sospettare la possibile utilità.