Di fatti, chi di voi, cui non fosse noto, penserebbe, che, per raccontarvi le origini di questa monarchia perita per sempre, io deva forzarvi a riportare la vostra immaginativa sin su all'ottavo secolo d.C. e trarvi meco sino alle coste della Norvegia: e mostrarvele, queste, pullulanti di navi, e le navi spiccarsene di qua, di là, e scorazzar per i mari che bagnano le spiaggie della Danimarca, della Germania, dell'Inghilterra, della Francia, e cacciarsi nei fiumi, che vi mettono foce, e penetrare più che possono, entro terra, e mettervi a ruba e a sacco ogni cosa, e uccidervi o portar via uomini, rapire o violare e trucidare donne, fanciulli, e tornare a casa, ricche di preda e di gloria? Eppure, o signore, è così. Portano un illustre nome nella storia cotesti pirati del settentrione: Vikingi, checchè questo nome voglia dire, abitanti o assalitori di rade. Alle lor vittime parevano corsari del mare; essi se ne dicevano re. E re erano. Per due o tre secoli i popoli rivieraschi non ebbero difesa contro di loro. Nè quelli soli delle regioni nominate dianzi. Giacchè entrarono nell'Atlantico, e visitarono a quel gentil loro modo le spiaggie occidentali della Francia, della Spagna; entrarono nel Mediterraneo e visitarono le nostre. Udite questa. Sentirono in una delle loro scorrerie parlare di Roma, della ricca, della grande Roma: a Roma, a Roma, fu il loro grido subito. Quivi avrebbero messe le mani sulla maggior somma di ricchezza al mondo. Quando, costeggiando le spiaggie orientali della Spagna e le meridionali della Francia, furono giunti, discendendo quelle dell'Italia, a Luni, vi fecero sosta poco discosto dalla foce della Magra, sui confini della Liguria e della Etruria, cui aveva già reso celebre e prosperoso il porto suo, quello che ora è detto della Spezia. Era ancora città popolosa e ricca, quantunque fosse già sul declinare, quando verso il principio della seconda metà del nono secolo cotesti Vikingi vi approdarono. E a essi, una città che dopo scorsi cinque altri secoli Dante avrebbe portato a esempio delle città ite, anzi di quelle che non ci dovevano far parere cosa nuova nè forte,

Udir come le schiatte si disfanno

Poscia che le cittadi termine hanno,

a essi parve Roma: tanto grande n'era il porto. Li comandava un Hasting, e si traeva dietro un dugento navi di quelle ch'essi chiamavano suckhar, serpenti, trakur, dragoni, nomi di agguato e di spavento. Ai Lunesi la notizia di così triste arrivo pervenne mentre celebravano nella cattedrale la festa del Natale e ne furono, sì, sgomenti, ma non tanto che non corressero a chiuder le porte e s'armassero a difesa. Hasting mandò loro a dire che non nutriva nessuna cattiva intenzione, lui; sbalestrato dai venti, aspettava di potere andar via; per ora implorava soltanto che gli si lasciasse vettovagliare la ciurma, e per sè, poichè si sentiva morire, il battesimo; nient'altro. S'ebbe vino, pane, ogni cosa; e, quanto al battesimo, entrasse pure in città e venisse in chiesa a farvisi battezzare. Si lasciò portare: non era in grado, diceva, di camminare; tanto si sentiva in fin di vita; e non v'era segno di verace e tormentosa agonia che non desse. Fu cerimonia solenne; il vescovo volle celebrare la funzione lui; gli fece da compare il conte. Ed egli scongiurava: «Pochi giorni mi restano, seppellitemi qui, in questo luogo che m'è sì caro; seppellitemi da cristiano.» Fu riportato alla nave. A breve andare, si sparse voce che, diffatti, egli era morto. I suoi lo allogarono nella bara, rivestito del giaco e colla spada al fianco; e fecero così gran corrotto, e con così alti lamenti e grida che più non avrebbero fatto se fosse morto davvero. E se ne andarono colla bara alle porte della città, e quivi, piangendo, scongiurando, chiesero che lor si aprissero, e si desse riposo al cadavere del lor capitano, del lor padre, del loro fratello colà dov'era risorto a vita di spirito. E i cittadini acconsentirono. Apriron le porte, ricevettero il morto con grande onore. Le campane suonavano a stormo; preti e signori, ricchi e poveri accompagnavano processionalmente. Il vescovo cantò la messa funebre, lui. Ma ecco che, quando fu finita ogni cerimonia, quando si fu per alzare la bara, il morto ne saltò fuori. Com'egli era armato, così erano tutti i suoi, che erano entrati in città e in chiesa in sua compagnia. Avevan nascosto corazze e spade sotto le cappe. Fecero infinita strage. I primi ad avere mozzato il capo furono il vescovo e il conte compare. Poi, usciti di chiesa, misero a ruba la città; poi la campagna. Non seppero, se non dopo compita l'opera, che la città non era Roma. Tornarono di dove eran venuti; e io non ve ne avrei discorso sin qui, se l'avvenimento, che può anche non essere in tutto vero, non mostrasse le qualità principali e costanti della stirpe, sinchè durò intatta: nessuna più temeraria, più astuta, più crudele al bisogno, più soverchiatrice e più ingorda di essa.

Come e perchè cotesto sciame di corsari uscisse dalla terra natìa e si spandesse da per tutto, è facile intendere; si trovavano troppi a casa, e la casa, per giunta, era povera. Tedeschi di stirpe, e certo cacciati dalla spinta di altre genti o della stessa loro famiglia o di diversa in quella estrema penisola, dovevano forse ricordare con desiderio le spiaggie perse da secoli. E vi ritornavano con desiderio. Ma non vi ritornavano quali n'erano partiti. Nella nuova lor patria il fragore dei ghiacciai e il tono delle valanghe, durante la lunga notte polare rischiarata soltanto dalla fiamma sparsa dall'aurora boreale; il muggire dell'onde sbattute dalla tempesta sulle spiaggie cavernose dei seni di mare, le folte e scure selve, e la state che scoppia a un tratto, e riveste le roccie e le creste dei monti della betula odorosa e verde, mentre il sole sale sempre più alto e gitta i suoi arcobaleni sulle cascate spumanti; e il bagliore dei raggi che si riflettono dai campi di ghiaccio, e la luce verdognola, cangiante, che ne riempie le grotte cristalline, destavano nei lor petti una meraviglia mesta e pensosa. Tutta la lor credenza religiosa n'era colorita e formata. L'universo si figuravano fosse colmato tutto dall'albero dell'esistenza, il frassino Yggdrasil, che vien su del Nifl, il regno dei morti. A' suoi piedi sgorga gorgogliando la fonte del Mimer, e laggiù nel regno buio stanno a sedere tre Norne, tre Parche, sorelle, l'età passata, la presente e la futura, che ne innaffiano le radici e filano i fili dei fati umani. L'impero della terra è diviso tra gli Asi, i buoni Iddii, che rappresentano la luce e il calor della state, e gli Iotuni, mostri giganteschi, che figurano il gelo, la tenebra, la tempesta di neve. Quegli abitano in su nell'Asgard; questi in giù, al buio nello Iotum. Principale tra gli Asi è Odino, il signore del cielo e della terra, cogli occhi di foco; il padre degli uccisi in battaglia, che gli accoglie presso di sè nel Walhalla. E v'era altri Asi appena meno potenti. E non mancava loro il conforto, cui niente oltrepassa, la compagnia della donna; Frigga, moglie di Odino, Freya, la dea tutelare dell'amore, Iduna, la custode dei pomi di cui gli Asi vivono in una giovinezza eterna, divinatrice del futuro. Ma a cotesti benefici Iddii stanno di contro i perversi, mostri terribili: il lupo Feuris, il serpente Midgard, e Hel. Come padre degli Asi fu Allfadur, così degli Iotuni fu Loki. Padre e figliuoli, Odino vinse e variamente punì; ma quando il bellissimo Baldur, figliuolo di Odino e di Frigga, morì, la fortuna degli Asi cominciò a declinare. Aveva pur presentito la madre che sarebbe morto! Aveva chiesto a tutti gli elementi, a tutti, a tutte le creature, a tutte, di non recargli danno: e l'avevan giurato. Pure quel furbo di Loki le trasse di bocca, che una sola creatura, una sola, non l'aveva giurato: un arboscello, il vischio. E Loki persuase il cieco Hodur di colpire Baldur con un rametto di vischio. E il bellissimo Baldur cadde a terra spento; e Nanna, la moglie, che si struggeva per lui di un infinito amore, lo seguì. E la stessa sorte toccherà agli Asi tutti, il giorno che perirà la terra; dovranno dileguarsi e sparire, nel crepuscolo degli Dii. Tre inverni, non interrotti da nessuna state, si seguiranno l'un l'altro; si ottenebrerà il sole; una sciagura incalzerà l'altra; per l'intiero mondo infurierà la guerra. Surtur, il principe del fuoco, verrà da mezzogiorno a passo a passo; il cielo si fenderà; e attraverso le suo fenditure gli spiriti del fuoco irromperanno. Sotto i lor passi il ponte del cielo rovinerà. Nel settentrione il lupo Feuris si sprigionerà dalla sua catena. La nave Negilfari, tratta dalle unghie dei morti, sarà condotta dal gigante Hymir verso Oriente, e di quivi si avvicinerà l'esercito dei cattivi spiriti, menati da Loki. I giganti di ghiaccio e il cane dell'inferno Garmer s'affretteranno al ritrovo. Tutti converranno nelle pianure Oscornar. Ed ecco il custode del cielo Heimdall soffiar nel suo corno; e gli Dii marciare a battaglia, e tutti gli eroi seguirli, quanti ne son periti dal principio dei tempi. Il frassino Yggdrasil vacilla, divelto dalle radici. L'aquila gigantesca divora crocidando i cadaveri dei caduti; il serpente Midgard, divincolandosi, vien fuori dal mare sputando veleno. Thor, sì, l'uccide; ma l'uccisore alla sua volta è soffocato dal veleno vomitato dal suo nemico. Feuris ingoia Allfadur, ma anch'egli muore. Loki e Heimdall si trucidano l'un l'altro. Gli astri si spengono; fiamme dissolvono la compagine della terra. E la terra si sprofonda nel mare; ma dal mare una nuova terra emerge; gli Asi si destano da morte, e con loro sorge un uman genere ringiovanito.

Vi parrà, che in questo intreccio di fantasie cosmogoniche e religiose nulla vi sia di cui ci si giovi. Nulla, di certo; forse vi avrete raccolto qualche eco di racconti già uditi, stranamente confusi con invenzioni nuove; ma ciò al soggetto nostro non preme. Al soggetto nostro preme osservare che, come le religioni sogliono, anche questa dei Vikingi o dei Norvegi era atta ad aprirne gli spiriti e lasciarli spaziare più in là e più in su, a metter loro davanti il contrasto del bene e del male; ad arricchirli di qualche idealità avvivatrice. Difatti, se gli abbiamo visti, i Vikingi, astuti e soperchiatori, pure non era sola la preda che li allettava a' pericoli, bensì ancora gli abbagliava la gloria, com'essi la intendevano, la vaghezza del nuovo. «Chi vuole», dicevano, «col suo coraggio acquistare gloria, deve persino innanzi a tre nemici non trarsi indietro; soltanto avanti a quattro può fuggire senza vergogna.» E il premio che s'aspettavano, era, dopo morte, il banchettar con Odino lassù e con quanti altri eroi erano morti prima o dopo. Nè volevano la battaglia, la morte, priva di canto. Le corti dei principi, dei capi, le navi stesse, mentre scorrevano il mare, eran piene dei lor cantori, gli Scaldi, ai quali spettava celebrare nei versi le imprese dei valorosi. Nessuna persona più accetta di loro nei palazzi dei grandi. Cantavano poesie loro, poesie di loro antecessori avanti ad essi. Ne ricevevano in ricambio ricchi doni. I cortigiani avevano obbligo d'imparare a mente i versi cantati e diffonderli. Non tutto, vedete, nei paesi e nei tempi barbari è men civile che nei paesi e tempi civili.

Così vaghi di glorie e di avventure accrebbero la loro e la nostra cognizione della terra. Nel 861 Nadodd fu gettato da una terribile tempesta sulle coste di una terra ignota; la chiamò come la vide, terra di neve, ne tornò sgomento della natura selvaggia, in mezzo a cui s'era visto; ma uno svedese, Gardar Svafarson, vi approdò da capo più tardi e la chiamò Gardarsholm, isola di Gardar. Altri, cacciati o da timori o da speranze o da voglia di libero vivere, scoversero l'Islanda, Ingolfshodi; traevano il nome o dal proprio loco o dalla natura visibile. Nè qui si fermarono. Verso la fine del decimo secolo Eirek il rosso, sbandito dalla patria per un omicidio, allestì una nave gigantesca col disegno di veleggiare verso mezzogiorno; non mosse solo, ma accompagnato da audaci. Nel 982 vide distendersi dinanzi a lui una lunga costa, coronata da un ghiacciaio; non sostò nè mutò rotta; sinchè non ebbe incontrata una regione, che per essere di state verdeggiava tutta e la chiamò Groenlandia, e vi chiamò altri. Fra questi un Bjarni, in un viaggio con una propria nave, si trovò una volta a vagare molti giorni e notti senza sapere dove fosse. Da molti giorni non vedeva il sole, quando gli si mostrò una terra, che nè a lui nè a' suoi compagni parve la Groenlandia. Non vi si ancorò; navigò più oltre; e dopo due giorni e due notti gli sorsero davanti due strisce di costa, delle quali la seconda mostrava grandi monti di ghiaccio. E neanche qui si sentì invogliato a sbarcare; avanzò; e, menato via da un forte libeccio, scoverse dopo quattro giorni una quarta terra e vi discese. Quivi trovò il padre Herjulf, che senza sua saputa vi dimorava, e accolto lietamente, vi rimase il resto della vita. Che terre erano queste? L'ultima, si congettura fosse la costa del Massachusetts; la seconda, la Nuova Scozia; la terza, non è ben chiaro; forse il nuovo Fundland. Così avrebbero rinvenuto l'America un cinque secoli e più prima di Colombo, se gli uomini vedessero davvero le cose, prima di esser maturi a vederle e a giovarsene. Nè Bjarni restò poi solo. Un Leif, figliuolo di quell'Eirek, scoperse il Labrador e rivide la Nuova Scozia, che chiamò Terra del vino poichè vi abbondavano rigogliose le viti; nel 792 vi tornò il fratello Thorwald, e pose la sua sede in quella che fu poi chiamata isola di Rhode; e se ne spiccò per spiare il paese verso settentrione, ma fu viaggio funesto. Giunto, si crede, alla montagna di Gurnet nel golfo di Plymouth, l'uccisero. Ed altri seguirono; ma questi bastano a mostrare un aspetto di questa indole Vikinga, il più adatto a spiegare la loro azione sul mondo.

Giacchè i Vikingi amavano di uscire di casa e andare a risiedere persino in regioni ignote e selvaggie, come non avrebbero sentita la voglia di prender dimora in regioni relativamente civili alle cui spiaggie approdavano o per i cui fiumi s'internavano? Una delle prime di queste era la Francia nella sua costa settentrionale, lì dove era a quei tempi chiamata Neustria. Risalivano la Senna: bruciavano a dritta e a manca. Parigi gli attirava. Vi penetrarono nel 857; ne bruciarono le chiese: ne misero a ruba le case: la città si riscattò a denaro, ma v'eran rimasti cinque anni. Ventotto anni dopo vi tornarono forti di settecento navi. Il fiume n'era ricoperto per un tratto di due miglia. Ma la città, istruita dalle precedenti invasioni, s'era afforzata. Fu variamente, gagliardamente attaccata, ma anche gagliardamente difesa. Così l'anno dopo. Come alla battaglia di Regillo, Castore e Polluce erano apparsi in aiuto a' Romani, così a' Parigini venne in aiuto tutto un esercito celeste. Il capo dei Vikingi stanco accondiscese ad andar via per denaro; gliene fu dato: andò. Ma non tutti i suoi lo seguirono; parecchi restarono; e ritentarono gli assalti. Nè si mossero, sinchè Carlo il Grosso non si fu avvicinato con un esercito, non già per usarlo a cacciarli via colla forza, ma per pagare la ritirata anche a questi. Eran rimasti dieci mesi; ma non perchè Parigi avea lor resistito, se ne tornavano a casa. Anzi si spandevano per le regioni a settentrione di Parigi, e vi si stanziavano. Già nel principio del decimo secolo la popolazione v'era di Vikingi in gran parte. Anzi la difendevano contro altri Vikingi, meglio che i Franchi non avevano fatto contro loro. Nel 911 un Rollo, o Rollone, — uomo di tale corporatura che non c'era cavallo che lo reggesse, ond'era costretto ad andare sempre a piedi, sicchè ne aveva avuto soprannome di camminatore, — chiese a Carlo il Semplice licenza di stabilirvisi addirittura, e l'ebbe. Così quella parte di Neustria che i Vikingi occuparono con lui, mutò nome, e si chiamò quind'innanzi Normandia; giacchè i Vikingi eran detti altresì Northmen, uomini del Nord, o, come noi diciamo, senza più intendere il nome, Normanni.

La cessione di quel tratto di terra lungo la Senna dall'Epta e dall'Eure al mare non fu fatta da Carlo volentieri: ma l'arcivescovo di Rouen non potette ottenere da Rollone a miglior patto che si ritirasse dai confini della Borgogna, dov'era giunto, e vi aveva vinto il Duca. Già questo patto, così duramente imposto, mostra in quali condizioni fosse allora la Francia. Mentre i Normanni la disertavano a settentrione, facevan peggio i Saraceni a mezzo giorno. La debolezza del Principe, l'indisciplina e l'insubordinatezza dei grandi, la mala sicurezza di tutti vi avevano disciolto ogni ordine. La leggenda — quella stessa che l'Ariosto ha verseggiata — fece poi di tutti i Carli della dinastia Carolingia, dal Magno al Semplice, uno solo; e dei Normanni e dei Saraceni un sol popolo, i Pagani; sicchè questi e non quelli fu cantato ponessero l'assedio a Parigi. Una storia piena di confusione e di disordine fu dalla leggenda confusa e disordinata peggio. Ma Rollone sapeva chi egli era, e che forza sarebbe stata la sua. Quando in Saint-Clair venne a colloquio con Carlo, gli porse la mano, ed essendoglisi fatto segno, che dovesse baciargli il piede, vi si ricusò. Dette però ordine a un Normanno di farlo in sua vece; e questi tirò tanto in su il piede del Re, che lo gittò rovescioni per terra. Ecco come il nuovo nasce, e tratta il vecchio; è insolente di sua natura.

Intanto i Vikingi, i Normanni, i Pagani bianchi, Fiun Gail, i Pagani neri, dubh Gail, i Madjus, com'eran variamente chiamati da popolazioni cristiane o musulmane, s'eran già cominciati a convertire al cristianesimo. Il loro sentimento religioso non era forte: come prima non s'eran mai proposto di propagare la fede di Odino, così parvero abbracciare la fede di Cristo piuttosto per ragion politica, che per salvare le anime. L'arcivescovo di Rouen riuscì a battezzare Rollone e i suoi seguaci, e Rollone mutò il nome in Roberto. A ogni modo nè la fede mutata nè la nuova sede assicurata e tranquilla tolse ai Normanni l'antica voglia di vagare per mare e per terra in cerca di nuove avventure. Una di queste ci preme.