Nel quinto secolo d. C. un cittadino di Siponto, la Manfredonia di ora, ai piedi del Gargano, ebbe tanta grazia da Dio, che in una grotta non discosto dalla cima del monte vide l'arcangelo Michele, quel medesimo che, nella battaglia coll'angelo Lucifero, lo incalzò per modo colla spada di fuoco da precipitarlo addirittura in inferno. L'8 maggio 493 l'arcangelo apparve di nuovo al vescovo di Siponto Lorenzo e gli ordinò che dedicasse quella grotta a lui. Fu fatto; e maravigliosa accoglienza trovò il nuovo culto in tutto l'Occidente. In Normandia gli fu consacrata una cappella presso Avranches, su una roccia bagnata dal mare, e ogni anno un infinito numero di pellegrini vi accorreva a venerare l'arcangelo. Era naturale, che in molti sorgesse il desiderio di peregrinare al proprio luogo in cui era apparso, al luogo che la pietà dei fedeli aveva arricchito di doni, ed era perciò diventato preda a vicenda di Longobardi, di Saraceni, di Greci. Vi si poteva passare chi volesse andare in Terra Santa: e questo, il maggiore dei pellegrinaggi, non era stato mai smesso. Covava negli animi per Terra Santa il foco che divamperà di lì a un secolo.
Ora, un Normanno dei principali, Gisalberto Butterico, poco oltre il 1000, s'avviò pellegrino al Gargano. Non lasciava la patria senza cagione; aveva ucciso il visconte Guglielmo, seduttore di una sua figliuola; voleva scansare la pena che Riccardo II, il terzo successore di Rollone, gli avrebbe di certo inflitta, poichè portava amore all'ucciso. Menava seco i suoi quattro fratelli, Rainulfo, Asclittino, Osmundo e Rodolfo, e altri compaesani, di molti. Bisogna accennare, nelle mani di chi stesse a quei tempi la regione che costoro attraversavano.
Quanta parte dell'antica popolazione, vissuta qui mentre l'Impero Romano durò, scampasse agli strazi delle invasioni barbariche, non si può dire; e neanche se e quanti Goti sopravvivessero alle guerre e alle conquiste, Bizantina prima, Longobarda poi. Certo alla popolazione Romana più o meno numerosa e alla gente gota, s'erano oramai sovrapposti Longobardi, Greci, Saraceni. Questi ultimi cacciati sin dal 916 dal loro nido al Garigliano, dove erano rimasti asserragliati trentaquattro anni, non avevano mai smesso di molestare l'una o l'altra parte del territorio napoletano, ma non erano riusciti a stabilirvisi; occupavano, sì, a riprese città persino importanti, ma combattuti da indigeni, da Greci, da Longobardi, non vi duravano; però, restano tuttora — nè tutti sulle spiaggie — nomi di luoghi che li ricordano e attestano una più o meno lunga dimora. Venivano per lo più dalla Sicilia, già conquistata da essi via via a cominciare dalla prima metà del nono secolo, o di più lontano, dall'Africa, e trovavano alleati nelle discordie cristiane, alimentate dal numero dei principati Longobardi, dalla condizione incerta e mutevole dei possessi Greci, dalle ambizioni e dalle ingordigie di tutti: e tra tutti e più legittime, ma non meno disordinatrici, le gelosie di più di un comune, rivendicatosi o desideroso di rivendicarsi a libertà. Già, quanto a' principati Longobardi dopo morto Pandolfo Capodiferro nel 981, il ducato di Benevento si era disciolto da capo in tre; un ducato di Benevento, sminuito, un principato di Capua e uno di Salerno. Dal primo s'eran distaccate altresì le contee dei Marsi e di Chieti, che prima gli erano appartenute, ed avevan già fatto parte del Ducato di Spoleto. Dalla spiaggia del Tirreno i dominî di questi principati si distendevano entro terra sino alle falde del Gargano e alla catena Appennina: ma qui si trovavano a contesa coi Greci, che, possedendo la spiaggia Adriatica, e, di giunta, la Calabria, gli affrontavano da Oriente e da Mezzogiorno. E a' principali Longobardi il possesso stesso della spiaggia Tirrena era interrotto da ducati minori, il cui magistrato supremo era elettivo, e che riconoscevano una cotal sovranità preeminente all'imperatore di Costantinopoli; quantunque l'elezione non uscisse di solito da una famiglia, e la preminenza imperiale fosse diventata in tutto una forma vuota di effetto. Tali erano Gaeta, Napoli, Amalfi, Sorrento.
D'altra parte i Greci avean diviso il lor tema d'Italia come lo chiamavano per ricordo dell'antico potere, in due governi: quel di Puglia e quel di Calabria; e davano nome di Catopano al governatore del primo — o che questo sia una corruttela di capitano o che voglia dire sopra tutto, — di Stratego a quel del secondo.
Felice, come vedono, condizione di popolo doveva essere questa; ma peggio di una realtà così intricata e violenta doveva aduggiarlo un'ombra. Due secoli prima, papa Leone III, coi suffragi del popolo di Roma, aveva, a parer suo, ritornato in vita l'impero Romano nella persona di Carlo Magno, incoronandolo e segnandolo colle sue mani di sacerdote. Una confusione di idee aveva dato motivo a una creazione siffatta; e le tenne dietro una gran confusione di fatti. Chi guardi al successo, potrebbe sospettare, che appunto il Papato sperava di pescare nel torbido; ma queste astuzie a lunga vista sono per lo più congetture vane. Bisogna cercare il motivo del Papa in tutt'altro, e, certo, in ciò, che l'Impero restaurato da Roma per le mani del sacerdozio si sarebbe surrogato all'impero di tutt'altra origine che s'intitolava da Bisanzio, e sarebbe stato del sacerdozio Romano e della sua primazia un appoggio continuo e sicuro. A ogni modo quell'impero d'Occidente, rinnovato prima nei Franchi, e trasmesso da quello ai Tedeschi, pretendeva diritti almeno su tutte le terre già appartenute all'impero Romano, finito nel 476. Ma a quali diritti? Non si sapeva, e il Papa lo sapeva meno di tutti. Certo, a quelli, che secondo il suo vigor d'animo e di braccio, ciascun imperatore avesse saputo mantenere, esercitare o rinnovar colla spada. Intanto, nelle provincie di cui parliamo, questa mal definita autorità imperiale era riconosciuta dai ducati Longobardi; mentre era sconosciuta dai minori ducati e dai Greci, che avevano una loro propria autorità imperiale, la Bizantina.
Quando quei Normanni venivano, appunto queste due autorità imperiali eran per cozzare di nuovo; e contro la Bizantina cozzavano già i popoli delle Puglie. Pare che di tutti cotesti reggitori i peggiori fossero i Greci; giacchè erano anche i più civili, e quando al mal volere e alla possa s'aggiunge l'argomento della mente, nessun riparo, dice ancora Dante, vi può far la gente. Melo e il suo cognato Datto, due cittadini Baresi, erano a capo di molto popolo insorti contro essi nel 1009; ma davanti al catapano Bizantino, venuto da Costantinopoli con molto esercito, non avevan potuto tenere il campo, e s'eran dovuti rinchiudere in Bari; poi Bari stessa fu presa; ed essi fuggirono a mala pena, e s'ebbero a ricoverare Melo, in Capua, Datto in Monte Cassino. Benedetto VIII, un Papa dei buoni, eletto nell'anno stesso che vide la sconfitta di cotesti due patrioti, li favoriva; com'egli cacciò i Saraceni da Luni, così avrebbe voluto cacciare i Greci dalla spiaggia Adriatica. A questa impresa gli parvero buono aiuto quei Normanni nominati dianzi. Gli si erano presentati in Roma; egli aveva assolto Butterico dell'omicidio commesso. Le lor persone aitanti, le lor sembianze guerriere gli davano luogo a sperar bene. Gli mandò a Melo: e, questi, raccolto di nuovo un esercito, riaccese la guerra. Il 1017 egli e i Normanni vinsero nel maggio il catapano Andronico, ma ne furono sconfitti nel giugno; non però per modo, che, se ebbero a desistere dal marciare a Bari, non potessero persistere a conquistar terre più a settentrione, nella Puglia, e sconfiggere alla loro volta un catapano Contoleone venuto di fresco. Seguirono altre zuffe; la contesa finì per allora, come un'altra più celebre, a Canne. Quivi, nel 1018, l'esercito di Melo, di cui i Normanni erano il principal nerbo, e l'esercito Bizantino, un'accozzaglia di assoldati di nazioni barbare, anzichè di Greci, — e v'era persino dei Russi, che si batterono meglio di tutti, — comandata da Basilio Botojanne, si affrontarono. A' Normanni non bastò il valore smisurato per vincere; il numero li soverchiò. Molti rimasero morti nella battaglia: chi fu fatto prigione; altri si rifugiarono presso duchi, e conti Longobardi. Melo corse a Bamberga a chiedere soccorso ad Enrico II imperatore. Trovò alla corte di questo anche il Papa e il normanno Rodolfo. L'imperatore dette a Melo per cominciare il titolo di Duca di Puglia, non potendo dargli la Puglia stessa: ma Melo nell'aprile del 1020 morì. Il Papa tornò a Roma: Rodolfo restò aspettando. E l'Imperatore per parte sua aspettava d'avere composte le cose in Germania, dove anch'egli aveva un suo proprio ribelle, per fare la spedizione d'Italia; giacchè i progressi dei Bizantini, vincitori a Canne, erano tali da mettere l'autorità imperiale in pericolo di restare nel mezzogiorno senza terre che la riconoscessero, e minacciavano persino il Papa in Roma. Nel 1021 Enrico II fu in grado di scendere nel suo regno d'Italia. Celebrato il Natale in Ravenna, se ne spiccò dividendo il suo esercito in tre parti, l'una comandata da lui, le altre due da due arcivescovi. Dei duchi Longobardi uno solo gli era rimasto fedele, Landolfo V di Benevento; punì gli altri due; Pandolfo cacciò da Capua, e installò in sua vece un altro Pandolfo, Conte di Teano; a Guaimaro di Salerno chiese il figliuolo in ostaggio. Poi prese a gran fatica Troja, — città poco innanzi fondata da Greci con questo vanitoso nome; — e infine si risolvette a tornarsene a casa. La peste gli decimava l'esercito, sorte comune degli eserciti forestieri nell'Italia meridionale per più secoli. Se non gli disfacevano gli uomini, li disfacevano le febbri. Dei Normanni altresì tornò in patria la maggior parte; ma molti restarono. E sopratutto restò l'impressione del lor valore nella fantasia dei popoli che gli avevano visti combattere, come in essi stessi quella del paese in cui avevan combattuto, e perso e vinto battaglie. Non avevan potuto, di certo, in quella prima prova, appropriarselo, ma se fossero stati più, pensavano, l'avrebbero fatto; ed era terra grassa e promettente. Intanto, i duchi e i principi Longobardi si ripartirono tra di sè quelli che non andaron via. Servivano come soldati di ventura alle lor guerre reciproche. Le quali nessuno, credo, narrerà mai tutte; e io non ne narrerò nessuna. Chè tutta questa non è storia, ma stoppa. Preme soltanto ricordare che a un Normanno valoroso, per nome Rainulfo, il Duca Sergio di Napoli, nel 1029, dette una sua figliuola per moglie, la vedova contessa di Gaeta, e per dote un territorio tra Napoli e Capua, la Contea di Aversa. Nel bel mezzo dei suoi possessi il conte Rainulfo elevò un castello. Così un primo Normanno si stabilì, si afforzò, mise radici.
Signori, se v'è storia, la quale provi che gli uomini fanno le cose, e non le cose gli uomini; e che dottrine molto recenti le quali disperdono la persona umana nell'ambiente in cui vive, son false, è quella che io v'ho narrata sinora e sto per narrarvi; giacchè si vede la mano dell'uomo, per il volere e l'arbitrio che la dirige, fazionarla essa. Nel Cotentin, in Normandia, non lontano da Coutances in quello ch'è ora il dipartimento della Manica, viveva un cavaliere, Tancredi di Altavilla. Ebbe due mogli: l'una, Moriella, gli dette cinque figliuoli, Guglielmo, Drogone, Umfredo, Goffredo, Serlone; l'altra, Trasenda, sette, Roberto, Mangero, Guglielmo, Alfredo, Umberto, Tancredi, Ruggero. La sostanza famigliare, non che bastare ai figliuoli, appena bastava al padre. E il padre dette a ciascuno una spada e un cavallo; e gli mandò con Dio; cercassero per il mondo gloria e fortuna. I tre primi, Guglielmo, ch'ebbe soprannome Braccio di ferro, Drogone e Umfredo giunsero verso il 1038 alla corte del giovine Guaimaro di Salerno, succeduto al padre, che aveva già prima adoperato guerrieri Normanni. Avevan condotti seco trecento cavalieri. Presero servizio coll'imperatore greco Michele, che voleva ritogliere la Sicilia agli Arabi. Fecero questo patto: avrebbero ricevuto in compenso metà della preda e della terra. E da prima l'impresa riusciva; quel Guglielmo faceva prodigi: ma Giorgio Maniace, il generale greco, non teneva il patto. Sicchè i tre figliuoli di Tancredi si partirono da lui in collera, e venuti sul continente, cercarono prender vendetta dei Greci. Al che furono aiutati da un Arduino Longobardo, anch'egli offeso da Maniace, e dal conte Rainulfo d'Aversa. La guerra cominciò nel 1041, e, per difesa che i Greci facessero, dovettero pure abbandonare a' Normanni e ad Arduino quasi tutte le città possedute da loro, e il Gargano per giunta. Nel 1042 i Normanni elessero a lor capo Guglielmo Braccio di ferro, e questi già si chiamò Conte di Puglia; e della nuova contea si lasciò investire da Guimaro di Salerno e da Rainulfo di Aversa; dei quali il primo, diventato molto potente, si fece in questa congiuntura Principe Duca, e il secondo s'ebbe il Gargano e i dintorni. Ad Arduino spettò, secondo i patti, la metà degli acquisti. Dodici altri Normanni, che Rainulfo aveva messo insieme con Guglielmo a capo dell'impresa, ottennero ciascuno un particolar dominio. Questi accordi conclusero in Melfi, che sarebbe rimasta città comune a tutti.
Guglielmo morì nel 1046; i Normanni gli elessero a successore il fratello Drogone; e Guimaro ne confermò la scelta. Davvero di dove questi traesse il diritto d'investire e di confermare, non si vede: ma egli s'era impossessato di Amalfi e di Capua, e aveva fatto d'un suo fratello il Duca di Sorrento, e come aveva dato in moglie a Guglielmo la figliuola di questo, così dava in moglie a Drogone la figliuola sua. Una minor forza, dunque, cercava nella ricognizione d'una forza maggiore, la ricognizione del diritto suo; e forse, questa maggior forza del Duca di Salerno ritrovava la sua legittimità propria e quella degli altri, nell'autorità imperiale che aveva inizialmente investito lui. Del che, però, non si sarebbe mostrato persuaso l'imperatore Enrico III, quando nel 1047 venne in Campania: giacchè lo costrinse a render Capua al principe spossessato e a rinunciare al titolo di Duca. Invece investì di sua mano Drogone e Rodolfo, succeduto a Rainolfo di Aversa e suo nipote.
Così la casa dei Normanni s'allarga; ma per ora son dominî distaccati i loro; cresciuti sì di numero, ma sconnessi. E ora, una inimicizia inaspettata scoppia. I primi Normanni eran venuti coll'assenso del Papa; ma ora lor diventa avversa la politica papale. Leone IX, Papa sin dal 1048, non poteva di certo prevedere, ch'essi avrebbero costituito, accanto allo Stato della Chiesa, uno Stato forte: il che al papato non è mai piaciuto; e ora vedeva, che eran già più forti di quanti principi e popoli esistevano prima di loro nello Stato attiguo. Forse, anzi certo, neanche l'Imperatore li gradiva, come quelli che non avevano aspettato l'investitura sua per intitolarsi Conti: e tra l'Imperatore ed il Papa correvano allora intelligenze strette. A ogni modo il pomo della discordia parve fosse Benevento. L'Imperatore aveva fatto dono al Papa di questa città; ma del territorio di essa n'aveva investito Drogone. Così il primo ducato Longobardo pagava la pena di aver parteggiato, alla calata dell'Imperatore, per i Greci contro lui ed il Papa. E Drogone, quanto a sè, avrebbe ben voluto che i suoi Normanni non facessero danno ai cittadini; ma non eran facili a tenere a segno. Entravano in città, e la taglieggiavano e in ogni altra maniera la offendevano. Drogone, non che essere in grado d'impedirlo, fu ucciso lui a tradimento in una chiesa, mentre Leone IX raccoglieva un esercito contro di lui. La campagna che seguì, ebbe questa fine che il Papa, quantunque si collegasse con Argiro, — un figliuolo di Melo, che mutata parte più volte, era riuscito a diventar Catapano Bizantino e a ritogliere Bari a' Normanni, — il Papa, dico, fu vinto e fatto prigione presso Civitella, il 18 giugno 1053. Non mai prigioniero fu fatto segno di maggiori onori; ma in compenso dovette a' vincitori accordare la signoria della Puglia, della Calabria e della Sicilia. Di dove gli veniva il diritto di dare roba non sua? Questo diritto papale di dare, come si accordava col diritto imperiale di dare? Non se lo chiedevano. Andava negli spiriti sorgendo e radicandosi l'idea di una doppia autorità universale, senza che insieme sorgesse nessun preciso concetto dei limiti tra le due, o che l'una su ciò consentisse coll'altra.
Umfredo, fratel di Drogone e suo successore alla contea di Puglia, e Riccardo, Conte di Aversa, avean capitanato i Normanni in questa felice impresa. Intanto era disceso di Normandia un altro dei fratelli di Umfredo; però del secondo letto, Roberto. Questi più alto della persona, che la più parte dei suoi compagni di Normandia, colla bionda capigliatura disciolta, largo di spalle, voce sonora e imperiosa, pareva nato a comandare; e di fatti col valore smisurato congiungeva una qualità, non meno necessaria, l'astuzia; onde appunto ebbe soprannome Guiscardo. Visse più anni piuttosto da bandito che da cavaliere, — se le due parole a quei tempi avevano diverso senso, — in un castello di san Marco, a mura di legno, non lontano da Bisignano, in provincia di Cosenza. Di quivi si calava a far preda, occupando con agguati città o assalendo cittadini e forestieri. Drogone il fratello glielo aveva donato, e insieme concessogli il diritto di conquistarsi la Calabria. Un altro Normanno, un Girardo, gli offrì una sua zia in moglie e dugento cavalieri in aiuto. Roberto accettò tutto, zia e cavalieri; e, chiesto licenza a Drogone, sposò Alderade, che così si chiamava la zia. Così uniti si assoggettarono gran parte del paese. Intanto nel 1055 moriva Umfredo, e lasciava figliuoli in età non adatta al comando. Il principio di eredità non era già così prevalso come fece poi; si sceglieva il successore nella famiglia; ma non era già ammesso che il principato si dovesse necessariamente trasmettere di padre in figliuolo o figliuola. Sicchè i Normanni elessero Roberto a successore di Umfredo; e Roberto, senza darsi pensiero d'essere designato dal padre morente a tutore del figliuol minorenne Abelardo, nominò sè Duca di Puglia e di Calabria. Nicolò II glielo confermò; e il Guiscardo gli si obbligò a difender la Chiesa. Fu più difficile ottener l'obbedienza dei Baroni: nè gli costò poco o breve sforzo. Così si costituì tra i Normanni un principato già grosso: ma quella conferma chiesta a' Papi, e ottenuta, di un possesso acquistato con le armi, che pareva investirlo di diritto, in realtà lo rendeva vacillante e gli scalzava la base di diritto proprio.