E si vide subito. Ho nominato dianzi un Riccardo Conte di Aversa. Pure, a Rainulfo era succeduto Rodolfo: come ora invece di questo è conte Riccardo? In un semplicissimo modo, parrebbe; Rodolfo era, bensì, morto nel 1047; ma Riccardo non ne era il figliuolo. Egli era bensì cognato del Guiscardo e nipote di Rainulfo; ma non eran titoli questi che rendessero il suo titolo alla contea migliore di ogni altro. Però nessuno più bello di lui; nessuno di più gentile aspetto; nessuno cavaliere più ardito. E a' Normanni questi eran titoli che superavano ogni altro. E l'elessero. Se non che egli era in carcere; ve l'aveva gittato Drogone per punirlo, dopo averlo vinto, della gran molestia che dava, battagliando, a vicini e a lontani. Ora, doveva per prima cosa uscirne. Guaimaro glielo ottenne; ma non appena Conte Riccardo si vide padrone di Aversa, volle conquistar Capua. E ci riuscì nel 1058 malgrado i Capuani. E così finì il secondo ducato Longobardo.
Nè qui Riccardo si fermò. Un suo genero e vassallo Guglielmo di Monstarola gli si ribellò, e si rifugiò da papa Alessandro II e lo riconobbe a suo signore. Riccardo mosse nel 1066 contro Roma stessa e osò intimare guerra al Papa. E il Papa ricorse per aiuto a re Errico di Germania, che fu poi Errico IV, l'Errico di Canossa, ancor sedicenne. Il Re non si mosse; però il suo scudiere, Duca Goffredo di Lorena e di Toscana, fece sua la causa del Papa. Ma poichè nè Goffredo si sentiva abbastanza forte per mettere alla ragione Riccardo, nè Riccardo era abbastanza sicuro di potergli resistere, fu conclusa una pace. E qui si vede come la potenza dei Papi s'intromettesse già tra i Baroni del paese vicino e si facesse fomite di ribellioni e guarantigia di ribelli.
La potenza dei Papa era sul crescere, anzi per raggiungere il sommo dei suoi ideali e delle sue speranze: che già Ildebrando, quel meraviglioso uomo che nel 1073 divenne lui Papa e si chiamò Gregorio VII, governava sin da Vittore II, cioè da diciotto anni, la Chiesa. E nella sua mente piena d'ardore, di coraggio e di costanza aveva, secondo la inclinazione e la scienza dei tempi, maturato il concetto, che la Chiesa, indipendente nella sua azione, nei suoi dignitari, nei suoi beni da ogni autorità imperiale o regia, dovesse sola esser fonte di tutto, e soprapporsi a tutto, come autorità ch'essa era, proveniente senza intermezzo da Dio. Non mai era stata tentata rivoluzione maggiore di questa; e più disperata di riuscita nella integrità, almeno, del suo disegno. Poniamo che il Papato ne avesse il diritto, dove avrebbe trovato la forza sufficiente a incuterne il rispetto? Era un disegno squilibrato, ma in questo squilibrio necessario tra l'ideale sognato e il reale resistente fu l'attrattiva sua.
Però prima di vederlo codesto uomo smisurato apparir sulla scena nostra, — la minore, del resto, delle scene in cui apparve, — dobbiamo ricordare la maggior impresa, che intanto Roberto compiva. Un altro suo fratello era giunto, nel 1057, da Normandia, il minore di tutti, Ruggero, con tre sorelle, per giunta, e la madre. Anch'egli bell'uomo e da far colpo; se non superava Roberto in valore, lo superava in bontà di cuore e amabilità di tratto. Da prima, ebbero i due fratelli qualche dissapore; poi, nel 1060, Roberto si risolvette a dare al fratello il comando di una parte del suo esercito, e commettergli la conquista definitiva della Calabria. Insieme posero l'assedio a Reggio: e la città, quantunque si difendesse bravamente, fu presa. E così Roberto era giunto all'estremo punto della penisola; ma egli era già stato dal Papa investito dell'isola di rimpetto. Ruggero non ne era in minor desiderio di lui. La Sicilia era allora in mano dei Saraceni, che v'avevano posto piede nel 827, più di due secoli innanzi, e l'avevan tolta ai Greci, che l'avean tolta ai Goti, come questi a' Romani, e i Romani di nuovo a' Greci e a' Fenicii, e gli uni e gli altri, rivaleggiando, ai Siculi indigeni o piuttosto venuti d'Italia; e chi sa a qual altro popolo questi invasori primissimi l'avranno sottratta!
L'impresa fu tentata prima da Ruggero solo nel settembre del 1060, seguito da non più di dugento cavavalieri. Mal riuscita, fu ritentata nel febbraio del 1061 da lui e da Roberto insieme, sollecitati da un Saraceno due volte infedele. Non la narrerò, quantunque sia piena d'interesse; e mi contenterò di dire, che Palermo, città che durante il dominio Saraceno era diventata la principale dell'isola, dopo resistito a fortissimi attacchi, si arrese nel 1072. La Chiesa vi surrogò la Moschea, come due secoli prima la Moschea vi aveva surrogata la Chiesa: ma come nella prima mutazione non erano stati esterminati i Cristiani e Greci, così ora nella seconda non furono esterminati i Maomettani e Saraceni. Anzi questi rimasero numerosi nell'isola, e diventarono per soprappiù istrumento e forza di governo ai principi Normanni e Svevi. Però, per quanto la tolleranza meriti lode, se anche si prescinda da' fini politici, anzichè morali che la dettarono, se nelle vicende che seguirono i Maomettani ebbero gran parte a mantenere il regno ai principi Normanni e Svevi, si può dubitare se la prevalenza lasciata talora a' Musulmani nel governo e nell'esercito, giovasse a dar solidità allo Stato che i Normanni crearono e gli Svevi ereditarono.
Colla presa di Palermo non fu tutta compita l'occupazione dell'isola nè questa tranquillata tutta. Ma oramai la conquista e la pacificazione erano un processo sicuro; e dei Greci, dei Longobardi, — come vi si chiamavano tutti gl'Italiani, — dei Saraceni che non fossero tornati in Africa, degl'indigeni si sarebbe a mano a mano fatto un popolo solo; giacchè è propria qualità delle isole il macerare insieme le stirpi che le abitano, anche se molte e diverse. Intanto i due fratelli, per principiare, presero tra loro quest'accordo, che sarebbero loro appartenuti in comune, metà per uno, Palermo, Messina e Val Demone nel settentrione dell'isola; e a Ruggiero la metà delle altre regioni dell'isola o conquistate o tuttora da conquistare; e l'altra metà insieme al lor nipote Serlone e ad un altro parente degli Altavilla, Arisgoto di Pozzuoli. Non era combinazione da durare un pezzo. Serlone, del resto, un valoroso, a breve andare morì ucciso con perfidia da un Saraceno; Ruggiero ne piangeva; Guiscardo gli gridò: «Piangere, si conviene alle donne; agli uomini vendicarsi.» Questo tratto dipinge la diversa natura dei due.
E Roberto e Ruggiero, aumentati ciascuno di potere, crebbero altresì di titoli. Ruggiero, già Conte di Calabria sin dal 1062, quantunque la possedesse solo a metà con Roberto, s'intitolò altresì Conte di Sicilia e vi rimase a finir la conquista; l'altro, Roberto, al suo titolo di Duca di Puglia e di Calabria, — perchè il Conte di Sicilia apparisse vassallo con questo secondo titolo, come lo era con quello di Conte di Calabria, — aggiunse l'altro di Duca di Sicilia e tornò sul continente. Quivi, nel 1071 egli aveva, dopo lungo assedio, ritolto Bari a' Greci; ma gli bisognò, tornato da Palermo, riconquistare Trani, e rimettere a dovere i Baroni ribollenti sempre, come quelli che venuti uguali in Italia, non vedevano perchè dovessero omaggio e obbedienza a un di loro, quale era Roberto, e neanche al più nobile di tutti nella regione natia. Allora tumultuavano, perchè Roberto voleva che facessero la dote alla sua figliuola che andava sposa a Ugo margravio d'Este. Continuava così Guiscardo ad elevarsi colle parentele. L'anno innanzi ne aveva sposata un'altra all'imperatore d'Oriente.
E ingrossava insieme lo Stato. Sin dal 1058 aveva con un pretesto repudiata Alderade, la compagna de' suoi poveri anni, e chiesta in moglie a Gisolfo Principe di Salerno la sorella Sigelgaite, donna di alto animo, che nelle imprese del marito prese non piccola parte. Tre virtù, dice un cronista, erano in lui: ricchezza, chè nessuno era più ricco; pietà, che nessuno era più pio; cavaliere, che nessuno era più cavaliere; e tre virtù in lei, nobiltà di sangue, bellezza di forme e intelligenza di spirito. Il fratello ne accordò la mano per paura; ma l'esser diventato cognato di Guiscardo non lo salvò. Chè questi nel 1078 gli tolse colle insidie e colle armi il Principato di Salerno e lo sbandì. Aveva già nel 1073 occupato con improvviso assalto Amalfi, e tra le due date Sorrento. Così il terzo ducato Longobardo cadeva; e insieme con esso due dei ducati minori.
E colla fortuna gli cresceva l'ardire. Quando l'ultimo duca di Benevento morì nel 1078 senza figliuoli, si rifecero vive le pretensioni opposte del Papa e dei Normanni sulla città. Il Guiscardo, che fidava per le sue nelle armi, vi pose, senz'altro, l'assedio. Ma il Papa, ch'era Gregorio VII, aveva anch'egli un'arme sua, molto affilata a quei tempi: lo scomunicò. Il Guiscardo non si sentiva nella guerra contro il Papa confortato dal consenso de' suoi; il fratello Ruggiero si profondeva in attestazioni di devozione al Papa; Riccardo di Capua, ammalato per modo, che morì nell'anno, gli chiedeva l'assoluzione, e restituiva alla Chiesa tutto il mal tolto. Il Guiscardo scese a patti. Nel giugno del 1078 Papa e Duca vennero a colloquio in Aquino. Il Duca si riconobbe vassallo del Papa e promise di difenderne i possessi contro chi si sia; e il Papa lo investì per vessillo — il che, si dice, fu fatto per la prima volta — dei ducati di Puglia, di Calabria, di Sicilia, di Salerno, di Amalfi, a patto che ne pagasse censo. Così si confermò tra il Papa e i Normanni e i lor successori, se ne avrebbero avuti, una relazione, che già s'è vista nascere; e che lungo quasi tutta la storia della monarchia, di cui vi espongo l'origine, sarà gravida di guai.
Papa Gregorio non era per sè nemico ai Normanni. L'impresa di Sicilia, come impresa di Cristiani contro a Musulmani e intesa a render l'isola ai primi, gli andava, di certo, a genio. Era un caso di quel ripiglio di spirito cristiano, che già si vedeva da più anni in Ispagna, e che in breve avrebbe divampato nelle Crociate. D'altronde, egli ritrovava nei Normanni una forza incomoda forse perchè molto vicina, ma anche, perchè molto vicina, adatta a prontamente soccorrerlo contra l'autorità imperiale, tra la quale e la papale imperversava più che mai la guerra per la libertà della collazione dei beneficî ecclesiastici, così ostinatamente pretesa da una parte, così ostinatamente negata dall'altra. Nel 1078 Errico IV si andava già rilevando dalla umiliazione subita a Canossa due anni innanzi, e i fatti andavano provando che la vittoria, quivi ottenuta da Gregorio, non era stata in realtà tanta quanta era parsa. In questa rete di circostanze confuse, certo il meglio era per Gregorio e il Guiscardo di ritornare amici; e perchè a Guiscardo avrebbe dovuto parere fantastico lo sperare che Gregorio avrebbe finito col coronare lui imperatore d'Occidente in Roma?