Intanto meditava diventarlo in Oriente. Gliene dava occasione questo, che la sua figliuola Elena, maritata nel 1097 a Costantino, figliuolo primogenito di Michele VII, era stata rinchiusa in un monastero da un Niceforo Botoniate, che, impossessatosi di Costantinopoli, aveva fatto prigione lei, il marito, il suocero, già per opera di altri sbalzato dal trono. Il Guiscardo mosse con una gran flotta a liberar la figliuola, a buttar giù Niceforo, a metter sul trono dei Comneni non quel povero Michele, ma sè. Gregorio VII ve l'incoraggiava. Prese Corfù; pose l'assedio a Durazzo in Albania; ma non vi entrò che nel febbraio del 1082; chè prima ebbe a vincere nell'ottobre del 1081 una sanguinosa battaglia. I Greci eran venuti ad affrontarlo comandati da un Comneno, Alessio, che già aveva scacciato Niceforo e s'era alleato coi Veneziani, perchè sciogliessero l'assedio di Durazzo da mare, mentr'egli l'avrebbe sciolto da terra. Alla vittoria del Guiscardo aveva avuta una piccola parte Sigelgaite: colla lancia levata ricacciava nelle file dei combattenti i guerrieri fuggenti di Puglia. Ma Alessio non s'era sgomento; raccoglieva nuove forze a difesa. E i Baroni di Puglia, sempre insofferenti del giogo, minacciavano allearsi con lui contro il lor duca; e Gregorio oramai implorava da Roma che ritornasse, venisse in soccorso della Chiesa minacciata. Difatti Errico non cessava di creargli antipapi, e nel 1081 discendeva armato in Italia. Anche qui un'altra donna difendeva principalmente Gregorio, Matilde di Toscana, la gran Contessa. Il Guiscardo si persuase che gli bisognava ritornare in Italia; però, non ismise il disegno di un impero normanno di Oriente; lasciò a compierlo Boemondo, l'unico figliuolo avuto da Alderade. L'impresa infine fallì. Il Guiscardo tornato nelle Puglie ebbe prima a reprimervi insurrezioni di Baroni; poi a correre in aiuto al Papa. Errico aveva occupato Roma nel 1084; s'era fatto incoronare imperatore da un suo Papa; aveva tratto il popolo dalla sua; e Gregorio s'era dovuto rinchiudere in Castel Sant'Angelo. Guiscardo nel maggio s'accostò a Roma con un esercito di seimila cavalli e trentamila fanti; l'imperatore fuggì. Entrato in città non senza pericolo, ne fece scempio: le rovine di Roma sono in gran parte opera sua. Gregorio liberato lo seguì al suo ritorno nelle Puglie, e andò a morire il 25 maggio 1085 a Salerno. Dette a sè morendo questa testimonianza ch'egli avesse amato la giustizia e odiato l'iniquità, e perciò morisse esule. Che si risichi di morire esule, amando la giustizia, è vero; ma ch'egli avesse amato la giustizia sempre, è forse men vero.
A breve andare lo seguì il Guiscardo, un uomo di ferro dietro l'altro. Egli aveva ripigliato il suo disegno dell'impero di Oriente. Nel settembre del 1084 era ripartito da Brindisi con una flotta di centoventi navi; conduceva seco i suoi tre figliuoli Boemondo, Ruggiero e Guido. Fece rotta per Corfù; ebbe a difendersi contro la flotta veneziana che gl'impediva il passaggio; pure approdò e riconquistò l'intera isola. Si proponeva di marciare contro Costantinopoli nella primavera del 1085. Ma ecco che nei dintorni di Corfù lo coglie una febbre così micidiale che n'è ucciso in pochi giorni, il 17 luglio 1085. Sigelgaite ne raccolse il cadavere in una nave; e sbattuta dalla tempesta, salvò a mala pena sè e il morto. Pure, venuta infine a spiaggia, ne seppellì il cuore ed i visceri ad Otranto; il corpo imbalsamato nella chiesa della Santa Trinità di Venosa, dov'erano già i fratelli di lui. Esercito e flotta tornarono, ma come quello era stato grandemente scemato dalla peste, così questa fu dalla bufera.
Roberto Guiscardo fu, certo, uno dei più grandi uomini del suo tempo e fondò la potenza normanna. Ma v'ho detto via via, dove fossero le magagne di questa potenza; e n'avete potuto vedere infine un'altra; nata da avventure, resta troppo passionata di avventure. Egli lasciava un solo fratello, Ruggiero; di Alderade un figliuolo, di Segelgaite due. Aveva nominato erede il primo dei due ultimi, Ruggiero. Fu nuova magagna. Ruggiero non aveva forza d'animo e di sangue pari al padre, e la successione gliela contese Boemondo. Nel 1088, Ruggiero, il conte di Calabria e di Sicilia, lo zio li rappattumò: Ruggiero sarebbe stato il Duca di Puglia; Boemondo avrebbe ritenuto una parte di Calabria, Taranto, Otranto e alcune altre terre. In più altre occasioni Ruggiero zio venne in aiuto a Ruggiero nipote per confermargli lo stato contro ribellioni incessanti di Baroni o di città. Nel 1091 gli conquistò Capua, contro il popolo, che n'aveva cacciato Riccardo II, succeduto a Giordano, figliuolo di Riccardo I. Il nipote gli accordò in compenso quella metà di Palermo e di altre città che aveva ereditata da suo padre Roberto. Così Ruggiero zio rimaneva solo padrone dell'isola di Sicilia e della inferiore Calabria, il cui possesso aveva unito nelle sue mani prima. E la conquista della Sicilia aveva compito in quello stesso anno colla reddizione di Val di Noto; v'eran bisognati trent'anni. S'era d'allora in poi o prima cominciato a chiamare il Gran Conte; e di ogni vincolo di vassallaggio della contea di Sicilia al Ducato di Paglia non fu più parlato. Bramoso di gloria e di possanza tentò in quello stesso anno l'impresa di Malta, non per appropriarsela, ma per liberare i molti prigionieri cristiani che i Saraceni vi tenevan rinchiusi. Pacificato il paese soggetto a lui e al nipote, al che bisognò all'uno e all'altro riprovarsi ancora più volte, morì nel 1101, anch'egli, come il Guiscardo, a 70 anni.
Non era stato, a me pare, minor uomo di lui. Non men valoroso nè meno uomo di guerra, aveva sortito natura più intellettuale e gentile. Una cronista, Anna Comneno, dice di lui, ch'egli parlasse con una grazia meravigliosa; avesse concetti rapidi e profondi: si mostrasse sempre gaio, affabile a tutti. Un tratto suo basti di allorchè egli stava ritentando l'impresa di Sicilia. Aveva ripassato lo stretto con dugentocinquanta cavalieri, quando gli giunse notizia di una persona giunta per lui in Calabria. Era Giuditta figliuola del Conte di Grentemesnil, che discendeva dai duchi di Normandia. Ruggiero, che aveva appena trent'anni, si era già qualche anno innanzi innamorato della fanciulla. Ed ora essa memore di lui e ricordata da lui, se n'era venuta in Calabria colla sua sorella Emma. Il Conte non fu più visto nel campo; corse all'amata subito. E la sposò in Mileto con splendide feste, quantunque fosse tuttora povero lui. L'amava molto allora, e l'amò molto sempre; pure non s'indugiò troppo con lei; ritornò dall'amata ai nemici. Giuditta gli premorì di molti anni; gli era premorto altresì giovanissimo un figliuolo Guglielmo: e otto anni prima, con infinito dolor suo, un altro figliuolo Giordano. Morta Giuditta, egli aveva sposato una Eremburge figliuola del Conte di Mortone, e dopo morta questa, nel 1091, un'Adelasia figliuola di Bonifacio Marchese di Monferrato, della quale rimanevan figliuoli un Simone di otto anni, un Ruggiero di sei. Sicchè la parte dei dominî normanni, meglio composta insieme e più solida, doveva ora essere esposta a una delle più difficili prove, la reggenza di una donna. Pure condotta sino al 1105 a nome di Simone, poi, questo morto, a nome di Ruggiero, fu reggenza tranquilla; il che prova in che ferma condizione il Gran Conte lasciasse l'isola, e che buona e intelligente donna fosse Adelasia. Nel 1112 Ruggiero assunse il governo. Egli era stato allevato con cura, tra dotti arabi e cristiani; e i primi, che erano allora avanti a tutti in cognizione di scienze, gliene avevano arricchita la mente. Aveva mostrato per tempo un vivace spirito e un'insolita voglia d'imparare; caritatevole per modo che nessuno ricorreva a lui invano. Donava tutto il denaro che si trovava addosso; e se più non ne aveva, non dava requie alla madre insino a che non ne lo provvedesse; insieme, indole maschia, guerriera, e già vivente il padre, soleva dire al fratello Simone: «Lasciami la corona e le armi e io in ricambio ti farò Vescovo o Papa di Roma.»
Intanto nel 1111 era morto così Ruggiero suo cugino, il figliuolo del Guiscardo, come altresì l'altro figliuolo Boemondo, il quale, uno, com'egli fu, degli eroi della prima crociata, s'era fondato in Antiochia un principato. Al primo era succeduto il figliuolo Guglielmo: al secondo anche il figliuolo, chiamato del pari Boemondo. Le condizioni dei possessi dei Normanni sul continente erano sin dal principio del secolo tristi. La potenza dei duchi sfatata, e scarsa a contenere i Baroni impazienti di ogni soggezione. La sovranità eminente del papa rimaneva senza efficacia nelle mani dei successori di Gregorio VII, Vittore III (1086-88), Urbano II (1088-1098), Pasquale II (1099-1117), Gelasio II (1118), Calisto II (1119-1123), sbattuti e raminghi essi stessi. Se però ad altri questo era male, a Ruggiero di Sicilia era bene. Gli dava occasione di mescolarsi delle cose del continente, come aveva fatto suo padre, ma con più frutto. Già nel 1121 era passato in Calabria con un esercito e aveva abbattuto castella di ribelli e ripreso città; sicchè il duca Guglielmo gli fece cessione dei suoi diritti eventuali sul paese. Poichè Boemondo II se ne rimaneva in Palestina nella sua Antiochia, nè si dava cura dei suoi stati d'Italia, Ruggiero ne prese cura lui e se gli appropriò. Più tardi ricomprò a Guglielmo di Puglia con una notevole somma di denaro il diritto di successione al ducato, nel caso che morisse senza figliuoli. E il 26 giugno del 1027 Guglielmo morì appunto senza figliuoli. Ruggiero che in quei giorni apparecchiava una spedizione contro i Musulmani di Spagna dopo riuscitagliene a male un'altra contro i Musulmani d'Africa, desistette; chè trovò di maggiore importanza assicurarsi il possesso del ducato di Puglia, al quale non aveva se non quel tanto di diritto, che poteva dargli il contratto stipulato con Guglielmo. Bisognava l'assenso dei Baroni e delle città, e prevedeva che in quelli e in queste avrebbe trovato grandi ripugnanze. E in fatti ne trovò; ma più colle buone che colle tristi, più colla persuasione che colle armi le vinse; e i Baroni delle Puglie e delle Calabrie lo proclamarono Duca.
Il che non piaceva punto a papa Onorio II succeduto (nel 1124) a Calisto II. La Germania, divisa in sè medesima, non dava in quel momento paura: vi spuntava la guerra tra guelfi e ghibellini. D'altronde nel 1125 Calisto aveva a Vormazia concluso un concordato coll'imperatore Enrico V circa i diritti rispettivi della Chiesa e dell'Impero nella collazione dei benefizi ecclesiastici; un componimento equo, parrebbe, considerati i tempi, ma che appunto perchè moderato, s'attrasse i vituperi di chi voleva che nulla cedesse la Chiesa e di chi voleva che nulla cedesse l'Impero, e se gli attrae tuttora ai giorni nostri da chi vuol persuadere, che si deva ritenere sconfitto quello dei due, che non ottenne tutto. Checchè sia di ciò, il Papato aveva oramai maggiore agio a riguardare alle cose del mezzogiorno; e a condurvisi secondo gli interessi propri. I quali Onorio credeva che fossero chiaramente questi: impedire che troppo grosso Stato si costituisse vicino al suo, mantenere in condizione di vassallo il Ducato di Puglia. Ora Ruggiero offendeva l'uno o l'altro, unendo alla Contea di Sicilia tutti i possessi normanni del continente, e intitolandosi duca di Puglia e di Calabria da sè, anzi mutando, come fece appena tornato in Sicilia coll'assenso dei baroni siciliani, quello di Gran Conte in quello di Duca dell'Isola. Non bisognava indugiare: Onorio II si recò, quindi, in Capua e scomunicò il temerario; Ruggiero gli mandò ambasciatori a calmarlo; Onorio glieli rimandò via. E venne a Troja e scomunicò da capo, e predicò la crociata contro di lui, e condonò i peccati a tutti quelli che avessero preso le armi contro di lui; anzi provocò a ucciderlo. E fece meglio. Convocò i Baroni, e chiese loro, con infocate parole, d'insorgergli contro, e n'ebbe promessa dai più potenti, e persino da Rainulfo di Alife cognato di Ruggiero. Nè ad altre ambascierie di Ruggiero dava ascolto, e nemmeno la profferta di riconoscere il Ducato di Puglia da lui, lo piegò. Già questa condotta prudente di Ruggiero mostra che forza avessero a quei tempi armi tanto spuntate oggi, che non si adopererebbero senza dar cagione di riso. Una donna venne a Ruggiero in aiuto, una donna morta, ma santa. Il corpo di sant'Agata, che quel Maniace, nominato dianzi, aveva rapito da Catania e portato in Costantinopoli, un prete calabrese e un francese lo riportarono da Costantinopoli a Catania appunto allora. Poteva una santa ritornare nei dominii di uno scomunicato, se la scomunica fosse stata legittima e valida? Di certo, no. Il disfavore quindi, che dall'inimicizia del papa proveniva a Ruggiero nelle menti popolari, fu contrastato e dissipato dal favore che gli dimostrava una santa. E Ruggiero non indugiò a giovarsi dell'inaspettato aiuto: ripassò lo stretto, nel 1028: riconquistò più città, ed avanzò sempre, sinchè si trovò di fronte all'esercito del papa al fiume Bradano nella pianura di Pado Petroso. Mentre i due avversari esitavano a venire alle mani, l'esercito del papa si dileguava: poichè s'era al colmo della state, mal tolleravano le fatiche del campo soldati e Baroni. Il papa vistosi a mal partito, senza darsi per inteso dei Baroni, che aveva attirati a così brutto gioco, mandò a offrire a Ruggiero che l'avrebbe rilevato dalla scomunica e investito del Ducato di Puglia a Benevento. Accettato con gioia. E Onorio si ritrasse verso Benevento, e Ruggiero seguì. Ma nella città questo prudente non volle entrare. Dovette il papa venirne fuori, e presso il ponte maggiore compiere l'investitura solenne.
In tutta la regione che fu poi il Regno di Napoli, si reggeva oramai indipendente dai Normanni solo il ducato di Napoli, — ducato durato 500 anni, molto più a lungo di ciascuna delle dinastie che l'hanno seguito; — giacchè il ducato di Gaeta era già caduto in mani normanne. Non era legittima aspettazione, ragionevole ambizione, che oramai tutta questa regione si costituisse a regno, e il duca Ruggiero diventasse re? Poichè egli ebbe represso di nuovo l'insolenza ribelle dei Baroni, e in un'assemblea a Melfi ottenuto l'assenso a un Editto che restava un ordine qual si sia in un paese disertato tutto da moti di violenza continua e instabile, se ne tornò in Sicilia sul finire del 1029. Quivi maturò dentro di sè il pensiero di farsi re. Chi dei re di Europa più potente di lui? I suoi Baroni di Sicilia ve lo incoraggiavano. Ma che contrasto non avrebbe trovato nel Papa! Ed ecco che al fortunato muore Onorio, e la successione n'è contestata tra Innocenzo II e Anacleto. Quando i papi erano due, s'era sicuri di ottenere dall'uno quello che s'era sicuri di vedersi rifiutato dall'altro. Anacleto furò le mosse ad Innocenzo, o forse questi che contava appoggiarsi sulla Germania e n'era stato riconosciuto, come altresì dalla Francia e dall'Inghilterra, non avrebbe potuto attenersi al partito che l'altro seguì. Certo, Innocenzo lasciò intendere che non avrebbe secondato Ruggiero nella sua ambizione regia; onde questi trovò soltanto canonica l'elezione di Anacleto, come Anacleto trovò legittima l'ambizione del duca. Sicchè vennero a colloquio in Avellino nell'estate del 1130; e il 27 settembre tra il Papa e il Duca fu concluso in Benevento un concordato che non solo conferiva al Normanno nome e diritti di re, ma altresì gli accordava che si sarebbe potuto far coronare re da arcivescovi del regno a sua scelta. E Napoli sarebbe stata anche sua, e Capua, e delle milizie di Benevento avrebbe usato a sua posta. Sarebbe bisognato solo ch'egli e i suoi successori avessero riconosciuto il regno della Sede pontificia e pagatogliene censo. Ruggiero tornato a Palermo convocò i Baroni siciliani a parlamento, comunicò l'accordo col Papa, e ne chiese il parere: tutti assentirono. E il cardinal Conti, legato del Papa, vi lesse un breve, già combinato in Benevento tra Anacleto e Ruggiero, in cui quello, indirizzandosi a questo, gli annunciava che per la virtù della potenza sua e la sua munificenza verso la Chiesa egli s'era risoluto di farlo re, lui e i suoi successori, di Sicilia, di Calabria e di Puglia; e tali li faceva in forza dell'autorità sua; ed elevava la Sicilia a prima provincia del regno. Poi confermava tutte le concessioni fatte dai suoi predecessori ai predecessori del Re: tra le quali v'era pure la legazione di Sicilia, accordata da Urbano II al Gran Conte. Ripeteva il dono di Napoli e del Principato di Capua. E v'era espresso il patto che il Re dovesse mantenere fede al Papa, e pagare alla Chiesa romana un tributo annuo di seicento schifat. Non vi si diceva però, che il Re sarebbe decaduto, se non avesse mantenuto il patto; bensì che sarebbe caduto in anatema chi vi si fosse opposto.
La cerimonia della coronazione fu celebrata in Palermo nella vecchia cattedrale dal cardinal Conti il 25 dicembre del 1130. Una infinita folla accorse da ogni parte a goderne lo spettacolo. La magnificenza ne fu meravigliosa; ma io ne dirò questo solo: non un sacerdote, ma un laico, il principe Roberto II di Capua, mise la corona sul capo al Re.
Ruggiero regnò altri ventiquattro anni. Il suo impero si distese sulle coste di Africa. L'Oriente attirò anche lui. E che avesse sopra l'Italia ambizioni più larghe del territorio, sopra cui regnò, lo prova il titolo che talora aggiunse agli altri suoi, Italiæ rex: titolo contro di cui i Pisani nel 1136 protestarono non con vane parole, ma con una flotta, quantunque senza felice successo. Non fu uomo minore del padre e dello zio; anzi maggiore per sapienza di governo e larghezza di mente. Un cronista lo dice con verità provvido, sapiente, discreto, di sottile ingegno, di gran consiglio, inclinato a usare piuttosto la ragione che la forza. E fu certo il più gran re dei suoi tempi; poichè Guglielmo d'Inghilterra era morto nel 1087, prima che Ruggiero nascesse.
A me è stato chiesto di esporvi le origini di quella che fu prima la monarchia di Sicilia e di Puglia, poi delle due Sicilie, poi Napoletana; io non oltrepasserò il mio soggetto: pure quel nome che m'è venuto sulle labbra di Guglielmo il Conquistatore mi ferma, e mi consiglia a fermarmi ancora per un momento. Anche Guglielmo era Normanno, un bastardo di Roberto I, il quinto duca di Normandia. Intraprese la conquista, come fu chiamata, dell'Inghilterra nel 1066, quando già Roberto Guiscardo s'era fatto duca di Puglia e di Calabria. Si racconta anzi, che si sentisse punto di emulazione a udire le alte gesta del Guiscardo. Ora perchè la monarchia inglese, che fu l'opera di Guglielmo, ha avuto una storia tanto diversa da quella della monarchia napoletana, che dove nella prima è tutta l'unità e la potenza di un poema epico, nella seconda è tutta la sconnessione e la fiacchezza di una serie di episodi? Certo, nell'undecimo e nel duodecimo secolo la monarchia napoletana era assai più potente, e risplendeva d'ogni pregio di forza e di civiltà assai più dell'inglese. Come e quando la relazione s'è invertita? La monarchia inglese ha avuto variazioni e molte nella sua dinastia, contese civili, feroci e lunghe nella sua storia; la monarchia napoletana n'ha avuto di dinastie sei, e tutte di diversa nazione: Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnuoli, Borboni. Perchè in quella la dinastia, per effetto delle mutazioni stesse cui si è piegata, si è mantenuta; in questa nessuna dinastia ha gittato radici? Perchè?