In origine il primato spettò di pien diritto a Gerusalemme, dove il Redentore aveva insegnato ed era morto, e dove gli apostoli avevano ricevuto lo Spirito Santo prima di separarsi e muovere all'opera della predicazione. Se la storia fosse governata da preconcetti ideali, inflessibili ed inviariabili, Gerusalemme avrebbe dovuto essere la Chiesa madre dell'orbe cristiano, e la natural sede del pontificato; invece di fronte a lei sorsero: Antiochia, ch'era stata il centro della predicazione di San Paolo; Alessandria, che aveva ricevuto la nuova fede da San Marco: Roma, che due apostoli avevano consacrata col sangue, ed era la metropoli del mondo. Il primato di Costantinopoli era ancora di là da venire. Per un certo tempo Roma non fu maggiore delle altre Chiese maggiori; ma non tardò molto a crescere sopra tutte le altre. E così doveva avvenire.

Fu veramente San Pietro in Roma? vi sofferse egli veramente il martirio? È questo un dubbio che diede materia a infinite dispute, un dubbio che la critica sino a questi giorni non potè risolvere, e che forse non potrà risolvere mai. Se non vi fu, dovette certo desiderare di andarvi, perchè le forze del cristianesimo nascente già tendevano verso Roma, a cui tutto tendeva; perchè il mondo non poteva esser fatto seguace di Cristo, se prima al mite giogo di Cristo non si piegava la città ch'era capo del mondo, e perchè all'entusiasmo dei primi cristiani un tale trionfo doveva sembrare sopra tutti gli altri glorioso e magnifico. Sia come si voglia, certo è che, in Roma, la credenza alla venuta e all'insegnamento del principe degli apostoli nella città, appar viva sino dal principio del secondo secolo, e che se questa era leggenda, era leggenda necessaria, di cui si scorgono immediatamente gli effetti. La Chiesa fondata da San Pietro e da San Paolo doveva non solo, per ragionevole presunzione, possedere la dottrina nella maggior sua integrità e purezza, ma avere ancora sopra tutte l'altre Chiese quello stesso primato che sopra tutti gli altri apostoli Cristo aveva conferito a San Pietro. I Papi furono dunque legittimi successori di San Pietro, appunto perchè successori di lui furono papi.

Il sentimento di questo primato s'andò facendo sempre più vivo ed universale, e più saldo il proposito di farlo valere. Ireneo, vescovo di Lione, e martire nei primi anni del secolo terzo, risolutamente affermava in un suo scritto contro gli eretici Valentiniani, che tutte le Chiese debbono conformarsi alla Chiesa di Roma in ragione della preminenza che le spetta, e non molti anni dopo Cipriano, vescovo di Cartagine, diceva in una delle sue epistole: «V'è un solo Dio, e un solo Cristo, e una sola Chiesa, e una sola cattedra, fondata per le stesse parole del Signore su Pietro»; e chiamava in un'altra epistola sua la Chiesa di Roma «radice e matrice della Chiesa cattolica». Già Vittore I (192-202) aveva asserita la sua prerogativa; mezzo secolo più tardi, Stefano I (253-257), escludendo dalla comunion dei fedeli alcuni vescovi, che in certa question di battesimo, non consentivano con le dottrine di Roma, derivava il suo diritto dal diritto di Pietro, in cui era fondata la Chiesa, e di cui egli era il legittimo successore. La tomba del principe degli apostoli diventò come il Palladio, nonchè di Roma cristiana, del papato.

La dimora e il martirio di San Pietro in Roma, o la opinione di quella dimora e di quel martirio, dovevano, senza dubbio, conferire potentemente al primato della Chiesa di Roma e del vescovo di essa; ma non credo che per sè potessero produrlo ed assicurarlo. Il soggiorno, l'insegnamento, la morte di Gesù in Gerusalemme, non bastarono a conferir quel primato a Gerusalemme, anzi non bastarono nemmeno, nel tempo che seguì, a riscattarla dalla dominazione degli infedeli. Se San Pietro avesse insegnato e fosse morto in alcun'altra città dell'Oriente e dell'Occidente; e poniam pure che fosse delle maggiori, quella città non sarebbe divenuta per questo, ecclesiasticamente parlando, madre delle altre, e non sarebbe divenuta sede del papato. A tale officio era serbata Roma. Senza Roma, assai probabilmente non vi sarebbe stato papato, o sarebbe stato un papato assai diverso da quello che fu; e senza papato, o con un papato diverso, è assai dubbio se vi sarebbe stata cattolicità. Sembra strano a dire, ma non è men vero che ad instaurare la Chiesa cattolica, e a fondare pei secoli la potestà dei papi, ci volle tutta la forza di Roma pagana.

Ho già detto che le forze cristiane tendevano a Roma naturalmente, perchè Roma era il cuore e il capo del mondo; perchè tutto, da tutte le parti del vastissimo impero, tendeva a Roma, e concorreva in Roma. Si ricordi come le altre religioni erano confluite verso la città imperiale, desiderose di assidervisi e di acquistarvi come un nuovo lustro e una nuova consacrazione. I cristiani detestavano Roma, figurata nell'Apocalisse come la bestia dalle sette teste, e la chiamavano col nome ingiurioso di Babilonia; ma non sapevano e non volevano staccarsi da lei. Dove tanti elementi e tante forze concorrevano, la vita si faceva più intensa ed operosa, e l'organismo di quella Chiesa vigoreggiava e cresceva, come vigoreggia e cresce nell'organismo animale un membro in cui più operose e più intense si raccolgano le energie della vita.

Roma era la sede dell'impero, e doveva, anche per ciò, diventare la suprema sede del cristianesimo: l'imperatore che avversava e perseguitava la nuova religione, l'imperatore doveva, senza volerlo, suscitare il papa. In fatto era naturale che il vescovo il quale si trovava in più immediata opposizione con Cesare, e che di Cesare, più da vicino, sfidava i decreti e la maestà, dovesse acquistare, nel concetto dello universe genti cristiane, una maggiore importanza, una maggior dignità, e l'una e l'altra tanto maggiori, quanto meno efficaci contro la Chiesa governata da lui gli editti di Cesare. Al qual proposito è pur da notare che la ostilità degli imperatori giovò anche in altro modo al papato; giacchè se gl'imperatori fossero stati sin dal principio cristiani, e amici e tutori dei vescovi di Roma, assai probabilmente, o prima o poi, in una o in un'altra maniera, si sarebbero mutati di amici e tutori in padroni, avrebbero usurpato molte attribuzioni e molti offici di quei vescovi, avrebbero, con altre parole, ucciso il papato sul nascere. Più e più fatti dei tempi posteriori, e l'esempio memorabile dei patriarchi di Costantinopoli, divenuti schiavi e strumenti degl'imperatori loro, non lascian dubbio di ciò.

Ma sopratutto conferì Roma alla istituzione e perpetuazione del papato con quel carattere di universalità che le era proprio, con quel suo vanto di eternità, che così spesso risuona sulle labbra degli scrittori pagani, e per quel convincimento suo proprio e di altri, anzi di tutti, allora e dopo, attraverso ai secoli, attraverso a tutti i rivolgimenti, le vicissitudini, le ruine della storia, che in lei, e solamente in lei, fosse la sorgente prima di ogni diritto e di ogni sovranità. Roma caput terrarum e caput rerum, doveva pur essere caput Ecclesiæ. La cattolicità religiosa non sarebbe stata possibile senza quell'altra cattolicità, civile e politica, che da Roma, e nel suo nome s'era diffusa nel mondo. La religione di Cristo, non nazionale, come la giudaica, non chiusa entro i termini di una patria, non legata necessariamente a un ciclo storico, ma liberale e universale, preposta per tutti i tempi a tutte le patrie e a tutti i popoli, ebbe, a dispetto degli oltraggi e delle persecuzioni, grandissimo aiuto e grandissimo incremento da quella Roma intorno a cui e sotto alla cui potestà s'erano congregate e fuse le genti. La religione di Cristo presuppone un concetto capitale e nuovo, quello di umanità; e tale concetto appunto Roma aveva suscitato ed elaborato, e tradotto ancora, per quanto concedevano i tempi, in un fatto. Senza Roma il Cristianesimo non avrebbe potuto sorgere, o, sorto, non avrebbe potuto diffondersi.

Tanto è ciò vero che gli stessi cristiani cominciarono, appena sopravvenuti tempi migliori, a considerare Roma come un proprio istrumento della Provvidenza, e a dire che a lei era stato commesso da quella il glorioso officio di preparare il mondo alla venuta del Redentore, e di spianare le vie alla diffusione della nuova dottrina. Prudenzio, nato verso il mezzo del quarto secolo, Prudenzio che giudica Roma la più magnifica delle opere della Provvidenza, dice nel suo poema contro Simmaco: O Roma, vuoi tu sapere perchè sei salita tant'alto? e perchè tutto il mondo soggiaccia al tuo freno? Dio, volendo consociar tutti i popoli, e stringere in un concorde amore tutti gli animi, li fece soggetti al tuo impero, perchè non possono le genti congiungersi degnamente con Cristo, se prima un unico spirito non le congiunga fra loro. In conformità di tali idee scrisse Paolo Orosio i sette libri delle sue storie contro i pagani, sforzandosi di provare che tutta la storia passata di Roma, la sua gloria e la sua potenza, altro non erano che una preparazione del Cristianesimo. Questo concetto ebbe ancora il medio evo, e si vede espresso da Dante in quei noti versi del secondo canto dell' Inferno, dove, ricordata Roma e ricordato l'impero, dice:

La quale e il quale, a voler dir lo vero,

Fûr stabiliti per lo loco santo