U' siede il successor del maggior Piero;
e soggiunge che Enea, nell'inferno, ove gli era stato concesso di penetrare,
Intese cose che furon cagione
Di sua vittoria e del papale ammanto.
Ancora il nome di Roma doveva favorire potentemente l'opera della propagazione della fede, alla quale per secoli attesero i papi con instancabile zelo; perchè i popoli, assuefatti a ricevere da Roma la legge politica, dovevano essere naturalmente proclivi a ricevere da lei anche la legge religiosa; e tutti sanno quanto il nome e la maestà della metropoli del mondo potesse sullo spirito degli stessi barbari invasori. Da altra banda, i popoli da sì lungo tempo piegati alla signoria politica di Roma, dovevano facilmente ancora piegarsi alla signoria ecclesiastica che in lei si veniva formando, e, senza quasi avvedersene, aiutarla e promuoverla. Tale e tanto fu quel glorioso nome di Roma, che valse, per secoli, a dar sembianza, e persino qualche spirito di vita, a un fantasma, a quello che il Petrarca diceva nome vano senza soggetto, al restaurato impero d'Occidente: come non avrebbe esso giovato a un organismo pien di vigore e di vita qual era il papato?
Così è che, per tutte queste ragioni, la potestà dei romani pontefici andò di mano in mano crescendo, finchè divenne preminenza incontestata ed assoluta; ma fu instaurazione lenta e lunga, turbata da numerose vicende e da gravi peripezie. Il maggiore pericolo a quella preminenza venne (chi il crederebbe!) dai primi imperatori che abbracciarono il cristianesimo. Nota è la storia di Costantino, sebbene non al tutto palesi e chiare sieno le ragioni del suo operare. Vinto Massenzio, Costantino promulgò l'anno 313 il famoso editto di Milano, che sanciva la piena libertà religiosa, senza favorire delle due religioni nemiche, la pagana e la cristiana, più l'una che l'altra. E in questa parità si durò dieci anni, e furono molti, perchè non era condizione che potesse durare a lungo. Appena ebbe maturato nell'animo il proposito di dare all'impero maggiore unità e salvezza, Costantino fu condotto a vagheggiare quella uniformità religiosa di cui per lo innanzi non si era curato. Vinto Licinio, egli, che pur si fregiava del pagano titolo di pontifex maximus, egli che non si fece battezzare se non presso a morte, cominciò a favorire il cristianesimo, a perseguitare il paganesimo. In sulle prime non s'immischiò nelle facende interne della Chiesa di cui s'era fatto tutore; ma non andò molto che vi s'intromise assai più del dovere, e convocò sinodi, fra i quali il famoso ecumenico di Nicea, esiliò vescovi, e li ripristinò nell'ufficio ond'erano stati privati. La potestà laica invadeva il dominio della potestà ecclesiastica, e, come sempre, dalla commistione e dalla confusione delle due potestà nascevano turbazioni e disordini, onde s'aveva a risentire tutta la compagine della Chiesa.
Sotto parecchi degl'imperatori che seguirono le cose andarono peggiorando, perchè su questo sdrucciolo era difficile fermarsi. Il beneficio di Costantino fu pagato a caro prezzo. Non solo si videro imperatori favorir l'eresie e promuovere le contese; ma se ne videro di quelli che usurparono il posto e l'ufficio dei vescovi. Riappariva l'imperatore pontifex maximus sotto sembianze cristiane. Costanzo, che convoca concilii, che decreta in materia religiosa come in materia civile, che impone simboli, quasi fosse il legittimo interprete dello Spirito Santo, e che nel sinodo di Milano del 355 getta in viso ai padri stupiti ed esterrefatti il memorabile placito: Canone è la mia volontà; Costanzo, cui il più perseguitato dei vescovi, Atanasio di Alessandria, dà il nome di Anticristo, che tre secoli innanzi era stato dato a Nerone, è imperatore e papa ad un tempo, e caccia in esilio l'altro papa Liberio, quando questi ardisce di levarglisi a fronte e di contrastargli. Tali, ed altre simili intrusioni e soperchierie, erano del resto provocate continuamente dalle stesse fazioni che tenevano in subbuglio la Chiesa, e non meno dagli avversarii che dai propugnatori dell'ortodossia, i quali tutti, quando più non isperavano di vincere colle ragioni, o coi sofismi e le calunnie, volentieri si volgevano per aiuto a chi aveva la forza e non era malcontento di adoperarla. Le fazioni cercavano di aver dalla loro l'imperatore, e l'imperatore, com'era naturale (e non sempre forse fu male), cercava di assodare e rendere assoluto il dominio suo facendosi arbitro delle coscienze, avocando a sè la suprema autorità spirituale.
Il papato corse allora grave pericolo; ma tante erano del rimanente le condizioni che il favorivano, tanti gli aiuti che gli venivano da ogni banda, e tanta avvedutezza e costanza ebbero i vescovi di Roma, che il pericolo fu superato e la vittoria ottenuta. Già il concilio di Sardica, sino dall'anno 347, aveva riconosciuta e proclamata la preminenza del vescovo di Roma; nel sinodo di Costantinopoli, del 381, il vescovo di Roma fu dichiarato primo in dignità, quello di Costantinopoli secondo. Verso la fine del secolo VI, e dopo, a più riprese, gl'imperatori bizantini tentarono di dichiarare ecumenico veramente il loro patriarca, che già più volte aveva usurpato quel nome e di sostituirlo al papa di Roma, troppo lontano e troppo riottoso; ma ogni loro conato fu inutile.
Valentiniano, dopo la breve riscossa che il paganesimo ebbe con Giuliano l'Apostata, ripristinò la libertà dei culti; ma con Teodosio il cristianesimo diventò stabilmente religione dello Stato. La chiesa d'Occidente, in opposizione con quella d'Oriente, sempre più tendeva ad escludere da ogni giurisdizione sua il potere civile, ed a rendere autonomo il supremo ministero ecclesiastico. Gli avvenimenti incalzavano e favorivano quella tendenza. Per un complesso di cause e di condizioni che non tocca a me rintracciare, l'organismo dello Stato in Occidente s'andava sempre più indebolendo, e s'avviava alla morte; e di quanto lo Stato s'indeboliva, di tanto s'afforzava la Chiesa, sempre più emancipata da quella incomoda soggezione. Tutte le menti e le volontà e le virtù che altrove oramai non avevano modo di esercitarsi, voltavansi spontaneamente alla Chiesa, si raccoglievano in lei. Ciò che era vivo cercava la vita, e la vita era nella Chiesa, e la morte dello Stato era necessariamente accelerata dal defluir delle forze verso la Chiesa. Questo non era un caso nuovo nella storia. A poco a poco la gerarchia ecclesiastica s'instaura, le chiese per la pietà dei fedeli straordinariamente arricchiscono, la monarchia spirituale dei papi si fonda. Leone I, che meritò il nome di Grande, ebbe immensa autorità; fece, nel 453, tornare addietro Attila; mitigò, nel 455, gli orrori della irruzione di Genserico. I barbari distruggevano l'impero d'Occidente; ma, convertiti già al cristianesimo, rispettavano la Chiesa, s'inchinavano dinanzi al suo pontefice. Mentre Teodorico sconfiggeva Odoacre, e si apparecchiava a farsi padrone d'Italia, Gelasio I rispondeva alle prepotenze dell'imperatore Anastasio con una lettera famosa, ove l'autorità dei vescovi è separata risolutamente dall'autorità dei principi, anzi è fatta maggiore con argomenti che i successori di lui non mancheranno di ripetere. E quando, nel 524, il pontefice Giovanni, primo di questo nome, andò, forzato da Teodorico, a Costantinopoli, per farvi cessare la persecuzione contro gli Ariani, l'imperatore Giustino mosse, col popolo, solennemente a riceverlo, gli si gettò ai piedi, e volle essere di bel nuovo incoronato da lui.
Intorno a quel tempo ancora, senza che si possa dire con precisione quando, cominciò l'uso di serbare al solo vescovo di Roma il nome di papa, nome che per lo innanzi non aveva significato alcuno di prerogativa, e soleva darsi a tutti i vescovi indistintamente, ed anche ai semplici chierici. Così pure il nome di pontefice, che fu da prima comune a tutti i vescovi, diventò proprio dei vescovi di Roma, e significativo del loro primato.