Dante librandosi sui due partiti opposti, lo spirituale rappresentato da Ubertino, e il moderato dal generale Matteo d'Acquasparta (più tardi cardinale e legato del papa a Firenze) li condanna entrambi. E giustamente mette le surriferite parole in bocca a Bonaventura, perchè questo santo francescano, successo nel generalato a fra Giovanni da Parma, fu capo d'un terzo partito, che accettava in parte le dottrine sulla povertà assoluta, ma respingeva affatto le idee Gioacchinitiche e le conseguenze che ne derivavano. A questo partito si accostarono in Italia alcuni degl'intransigenti medesimi, i quali, sebbene anch'eglino avessero fede nelle profezie di Gioacchino, le mettevano in seconda linea, e quello su cui fortemente insistevano era soltanto la stretta osservanza della regola. E non che pretendere che tutto il mondo abbracciasse l'assoluta povertà, confessavano invece che una gran parte dei minoriti stessi non si sarebbe mai piegata ad adottarle. Domandavan quindi d'essere riconosciuti come una corporazione a parte, e sottratti al dominio dei conventuali. Così la pensavano alcuni frati di Toscana capitanati da frate Enrico di Ceva, ed altri di Romagna guidati da fra Liberato e frate Clareno. E par che tutti fossero conosciuti sotto il nome di fraticelli, in quanto per umiltà e nello spirito della regola francescana si credevano ancor minori dei minori, e portavano degli abiti corti o di rozzo panno, e vivevano una vita austera di stenti e di sacrifizii.

In seguito alla quale scissura l'ordine francescano andò diviso non più in due ma in tre parti: i moderati o Conventuali, i seguaci dell'Olivi o Spirituali, e i seguaci di frate Enrico e di fra Liberato o fraticelli. Il destino di questi partiti fu diverso. Quando dopo alternative di trionfo e di disfatte gl'intransigenti furono percossi fieramente da papa Giovanni XXII, che ordinò di sottoporli all'Inquisizione e di punire i ricalcitranti col rogo, la maggior parte dei frati si disdisse. Non in tutti era la stoffa eroica dei quattro di Marsiglia, arsi vivi nel 1317 per non aver voluto sconfessare le loro dottrine, e a poco a poco le credenze spiritualistiche cessarono nel primo ordine francescano, ma si conservarono intere nel terzo, i cui membri vivendo nel seno delle proprie famiglie erano meno esposti ai sospetti ed alle minacce.

I terziari in Francia si chiamavano anche beghini e in Italia bizochi o pinzocheri, e d'allora in poi gli spirituali si tramutarono in beghini, nè altro nome di lì innanzi fu loro dato, nè altro si trova nei processi inquisitori che furono aperti contro di loro. È strana la storia delle parole beghino, pinzochero e bigotto, e vale la pena per il proposito nostro di toccarla almeno di volo. Al principio si dicevano beghine le donne raccolte nei ricoveri fondati al tempo delle Crociate da Ugo Le Bégue. Non prestavano voti solenni, e ciascuna abitava la propria casetta di una o due camere, nè si riunivano se non in determinate ore per le preci da recitare in comune. Anche oggi esistono simili case nel Belgio, disposte in bell'ordine intorno a un oratorio centrale, e si dicono anche oggi beguinages. Nel secolo XIII dopo la creazione degli ordini mendicanti, quando si pensò a restringere il numero delle corporazioni religiose cresciuto a dismisura, le beghine e i beghini surti sul loro esempio si ascrissero all'ordine terziario o di San Francesco o di San Domenico. E poichè il numero degli ascritti al francescano era maggiore, beghino divenne presso a poco sinonimo di terziario francescano, come in Italia e in Toscana le parole di oscurissima etimologia bizochi e pinzocheri. Più tardi si diffusero presso i beghini e i bizochi le idee poco ortodosse degli spirituali minoriti nel mezzogiorno della Francia e in Italia, e degli Almariciani o fratelli del libero spirito nel Belgio e nella vicina Germania, e allora beghina e bizoco o pinzochero divenne presso a poco sinonimo di eretico, come appare dalle bolle di scomunica di Bonifacio VIII, di Clemente V e di Giovanni XXII. E la stessa sorte toccò al nome begutten, o begotten trasformazione tedesca dello stesso vocabolo beghine. Oggi bigotta, beghina e pinzochera non vuol dire più la terziaria o francescana o domenicana che sia, nè l'eretica spirituale o begarda, ma invece si adopera per indicare la donnicciuola più superstiziosa che religiosa, che vive più in chiesa che in casa, e snocciolando rosarii non è mai stanca di biascicar preci senza intenderle.

Più fortunosa ancora è la storia della parola fraticello. Al principio, come vedemmo, s'applicava per antonomasia a quella parte dei Francescani, che volean vivere conforme alla più rigida regola, ed erano tenuti in tale voce di santità, che due di loro, frati Liberato e il Clareno furono beatificati dalla Chiesa, e le loro idee sulla necessità della separazione delle due parti rivali dopo molte persecuzioni trionfarono alla fine nel 1368 per opera di Paolo dei Trinci, il vero fondatore dei frati dell'osservanza. In seguito fraticelli furono detti quegli eretici che al paro dei beghini credevano: il papa non potere nè dichiarare nè attenuar la regola, perchè, dicevano, la regola è intangibile come il Vangelo di Cristo, e fu rivelata a San Francesco dallo stesso Spirito Santo. Infine, quando Giovanni XXII per tagliare il male dalla radice, con bolla del 1323 dichiarò solennemente non essere la povertà nè la sola nè la vera virtù evangelica, furon detti fraticelli coloro che resistendo al papa sostenevano non essere a lui lecito di revocare le sentenze dei suoi predecessori, e cadere in iscomunica e non dovergli obbedire in nessun modo quando tanto osi. Questi fraticelli, non ostante le più attive persecuzioni, di cui avanza un noto ricordo nella descrizione del supplizio di fra Michele da Calci, perdurarono per molto tempo, ed a Firenze principalmente attecchirono così tenacemente che il Comune fu obbligato d'inserire nei suoi statuti uno speciale capitolo contro di loro. Tutto questo movimento vi mostra di nuovo a chiare note come sia breve il passo dal più rigido ascetismo all'eresia.

E la stessa conclusione s'ha da trarre ove s'attenda ad un'altra eresia medioevale, quella degli apostolici fondati da Gherardo Segalelli e continuata da fra Dolcino da Novara. Questi eretici pensavano la vita degli ordini mendicanti non essere conforme a quella degli apostoli, che non si riunivano in cenobi, nè formavano una vera comunità, ma ciascuno di essi senza pane e senza tetto andava per la sua via di città in città predicando l'Evangelo. Nè vestivano di nero ma di bianco, nè si radevano la barba ma la portavano lunga ed incolta, e nei loro pellegrinaggi non impedivano che le donne si accompagnassero con loro, anzi parecchi di essi menavan seco le mogli e i figliuoli. Per queste ragioni il Segalelli, e più ancora fra Dolcino, pur accettando le idee Gioacchinitiche, sostenevano non essersi inaugurata cogli ordini mendicanti un'êra nuova della storia, ma in essi invece dover finire l'antica, alla cui corruzione tutti, i minoriti non meno degli altri, prendevano larga parte. E non dubitavano di profetare che fra non molto s'inaugurerà una quarta età del mondo col trionfo dei nuovi apostoli, che il nemico dei papi, Federico d'Aragona, salendo sul soglio imperiale, dovea porre a capo di tutti i Cristiani. A differenza degli altri eretici contemporanei gli Apostolici sembra non inculcassero nè tenessero in gran pregio il celibato. E il loro stesso capo fra Dolcino, convertita in Trento un'educanda umiliata a nome Margherita, la fece sua sposa e l'ebbe sempre al suo fianco intrepida ed amorevole compagna. Non fa d'uopo dire che la setta degli Apostolici fu perseguitata non meno vigorosamente delle altri rivali. E quattro dei più riottosi e lo stesso capo, il Segalelli, furono bruciati vivi nel 1300, e frate Dolcino potè appena campare con tremila dei suoi negli aspri e invalicabili gioghi di Val Sesia, dove per parecchi anni tenne testa alla crociata che a nome di Clemente V il vescovo di Vercelli gli aveva bandita contro. Senonchè alla fine i Crociati non potendo sopraffare gli eretici col ferro, si decisero di prenderli per fame, facendo il vuoto intorno a loro e distruggendo per larga distesa i campi e i villaggi, dove avrebbero potuto rifornirsi di viveri. Così i giorni di resistenza erano contati, ed a ragione Dante con postuma profezia cantava:

Or di' a fra Dolcin dunque che s'armi

. . . . . . . . . . . . . . . .

Sì di vivanda che stretta di neve

Non rechi la vittoria al Novarese.

La vittoria infatti, dopo tanti rovesci non si fece lungamente aspettare ai Crociati, che dato l'ultimo assalto, molti degli eretici passarono a fil di spada, ed altri trassero prigioni, tra i quali lo stesso fra Dolcino e Margherita, che anche negli ultimi momenti non volle da lui separarsi. Ed entrambi senza proferire un grido patirono le più crudeli torture, ed ebbero le carni a brani a brani dilacerate da tenaglie roventi, e più morti che vivi furono dati alle fiamme.