Nello stesso anno 1260 in cui erano sorti gli Apostolici, e da tutti si aspettava trepidando la tremenda catastrofe profetata da Gioacchino, un altro moto ebbe principio, quello dei Flagellanti. Anche prima di quel tempo s'erano adoperate le fustigazioni sulla nuda carne dapprima soltanto come pena pubblica per certe specie di misfatti, e poscia come specie di espiazione o mortificazione volontaria. E fin dal 1233 si narra di gente che, uscendo dalle prediche di Sant'Antonio da Padova si percuoteva sulle pubbliche vie per penitenza dei proprii peccati. Numerose torme di devoti vestite di bianco andavano in processione da una città all'altra, flagellando le nude spalle, e cantando pie laudi non nel latino della Chiesa, ma negl'idiomi volgari. Dovunque capitavano, ogni negozio e pubblico e privato era sospeso, i partiti politici facevano tregua e promettevano di riconciliarsi in perpetuo, e di null'altro si davan cura e uomini e donne fuorchè del far penitenza in attesa delle terribili calamità che doveano precedere il rinnovarsi del mondo. Il pœnitentiam agite o volgarmente penitenzagite era stato anche il grido del Segalelli, e non tarderà molto che la Chiesa avrà in sospetto queste insolite e spasmodiche esplosioni del sentimento religioso, e se non i primi, certo i posteriori flagellanti furono accusati di eresia e sottoposti anch'essi all'Inquisizione.

Intorno allo stesso tempo infine si propagò un'altra setta ereticale, quella dei Guglielmiti che riguarda più da presso voi, mie longanimi uditrici, come l'unico esempio che s'abbia in quell'età di sovvertimento religioso iniziato dal sesso gentile. A capo di questa setta fu una donna di sangue regale a nome Guglielma, figlia della regina Costanza di Boemia e venuta in Milano per diffondere la sua dottrina. Ai suoi fedeli si annunziava come l'incarnazione dello Spirito Santo, sceso anche lui come il Figliolo sulla terra per fondare la nuova religione spirituale, che dovrà tenere dietro al Cristianesimo. La banditrice di queste dottrine, fornita di parola eloquente e di non comune coltura, seppe guadagnare alla sua causa parecchi seguaci, fra i quali alcuni preti e una Menfreda o Maifreda parente a quel che pare dei Visconti. Forse a cagione del nobile lignaggio e delle potenti amicizie e delle condizioni politiche del Milanese non fu molestata Guglielma finchè visse, e nel 1281 quando morì le furono resi solenni onoranze. Ma quando Maifreda pensò di succederle nell'apostolato, e non dubitò di celebrare la messa e di spezzare il pane eucaristico ai suoi fedeli, l'Inquisizione se ne mescolò. E non solo Maifreda e un suo compagno, Andrea Seranita, perirono sul rogo, ma furono bruciate e disperse al vento le ossa di Guglielma, che da più di diciotto anni riposavano in ricco mausoleo nell'abbazia di Chiaravalle.

Ed ora dopo che i nomi e le dottrine di tante sette ereticali abbiamo ricordate, ci sia lecito domandare qual valore ha tutto questo moto religioso nella storia dell'umanità? Che non fosse un moto superficiale lo prova il fatto della sua lunga durata e dei terribili espedienti a cui si dovè ricorrere per distruggerlo. Noi guardiamo il Medio Evo sotto una falsa luce quando lo presentiamo come l'êra della più rigida ed universale unità di fede che siasi data al mondo. Tutto al contrario quando la fede è viva, come fu nel Medio Evo, quando il problema religioso agita migliaia di anime, le soluzioni che se ne porgono, non sono nè possono essere uniformi. Anche nella religione come in tutte le opere dello spirito, più ancora che in quelle della natura, la lotta è una condizione di vita. Ed aspra e terribile fu la lotta che sostennero le diverse sette ereticali, e nessuna dette quartiere all'altra, e tutte produssero a dovizia e martiri ed eroi. Perchè dunque il movimento religioso del Medio Evo non perdurò? Perchè le sette ereticali l'una dopo l'altra, disparvero pressochè tutte in un oblio tanto più profondo, quanto più rigogliosa ed agitata fu la loro vita? La ragione principale a prescindere da parecchie altre che carità per voi mi vieta di esporre, sta in quello che dissi fin dal principio, che cioè la maggior parte delle sette ereticali del Medio Evo era informata ad uno spirito d'intolleranza ed esagerazione ascetica e qualunque di esse fosse stata vittoriosa, avrebbe mosso alla famiglia, allo Stato e alla coltura una guerra più rovinosa e implacabile che alla Chiesa stessa. Per dirla in una parola sola, l'eresia medioevale, procedendo a ritroso del progresso dello spirito umano, ragion voleva che nel rifiorire dell'umanesimo, non che prosperare, andasse ferita a morte. All'intristire delle sette ereticali del Medio Evo una sola eccezione si conosce, e ci è porta dalla Chiesa valdese, la quale però solo per questo seppe sfuggire al fato inesorabile della storia che, messi da parte i vecchi ideali di povertà e di astinenza, non dubitò di attingere nuovo spirito e indirizzo nuovo dalla nascente Riforma.

LE ORIGINI DELLA LINGUA ITALIANA

DI PIO RAJNA

L'argomento che mi rassegno a trattare tocca signore e signorine più da vicino di quel che forse non credano. No davvero — guai a me se neppur ci pensassi! — per via dell'opinione, tutta mascolina, che attribuisce alla donna una predilezione particolare per l'esercizio di quel prezioso strumento che è la lingua. I motivi miei sono di natura ben differenti. Mi s'affaccia quel luogo della Vita Nuova (§ XXV ), dove Dante afferma che «lo primo che si mosse a dire siccome potea volgare si mosse perchè volle fare intendere le sue parole a donna» — alla donna del suo cuore — «alla quale era malagevole ad intendere le parole latine.» Che se qui s'ha a fare con un'idea personale, dove la critica inesorabile anche coi grandi e coi massimi, trova che al vero è frammisto l'errore, Dante non immagina nè argomenta — ripete ed osserva — quando per bocca di Guido Guinizelli designa coll'epiteto di «materno» il nostro linguaggio, insieme con uno de' suoi stretti parenti d'oltralpe:

O frate, disse, questo ch'io ti scerno

Col dito (e additò uno spirto innanzi)

Fu miglior fabbro del parlar materno.

( Purg., XXVI, 115.) «Parlar materno»: quello che il bambino impara dalle labbra di chi, dopo avergli dato la vita, «vegghia », per dirla ancor con Dante, «a studio della culla» sua, ne regge i primi passi, ne desta con pazienza instancabile le facoltà intellettive. Così la nuova favella ci viene innanzi doppiamente illuminata dal sole dell'amore: dell'amore nella più intensa e nella più santa delle sue manifestazioni.