Dichiaratamente nelle parole della Vita Nuova, tacitamente eppure in modo altrettanto sicuro in quell'epiteto di «materno», che suppone di necessità qualcosa che materno non sia, di fronte al volgare sta la lingua latina. Se ne sta maestosa, superba di una nobiltà due volte millenaria, che nell'ordine suo non ha assolutamente l'uguale. La sua storia è la storia stessa di Roma. Al pari di Roma e insieme con lei il latino prese le mosse da principii umili ed oscuri, e a poco a poco arrivò ad una grandezza da sbalordire. Non era già nemmeno all'origine il linguaggio di Roma soltanto. Prima ancora che presso alle rive del Tevere sorgessero sul Palatino i tugurii destinati a diventare un giorno i palazzi dorati degl'imperatori, la favella che qui aveva a rimbombare sonava in altre parti del Lazio, più salubri e più fertili. E il Lazio continuò sempre a parlar latino, e il latino non cessò mai di chiamarsi così, vale a dire per l'appunto «lingua del Lazio». Ma cosa importa mai ciò? Solo in quanto era la lingua di Roma, il latino si venne estendendo fuori del suo proprio territorio. La conquistatrice del mondo fu Roma, non il Lazio, che al pari del resto dovett'essere domato e conquistato ancor esso. E il latino che si propagò, fu il latino quale s'era venuto foggiando e modificando dentro nella città, la quale, alla stessa maniera come nel rimanente, dettò la legge anche per ciò che riguarda il linguaggio. Però il parlare elegante fu detto «sermo urbanus», parlar cittadino, intendendo per «urbs» la città per eccellenza: Roma, e nient'altro che Roma.
È una storia meravigliosa quella della conquista romana: compiuta passo passo attraverso a fiere dissensioni interne ed a rivolgimenti non pochi, con una tenacia ed una coerenza rare a trovarsi negli individui, e che qui viene ad aversi in un popolo, per una serie interminabile di generazioni. Ma non è troppo meno meravigliosa neppure la storia della propagazione del latino. La conquista linguistica tien dietro alla politica: la rafferma, e le mette il suggello. E le due conquiste hanno un'intima analogia. Politicamente, la conquista viene ad essere come un immenso dilatarsi della città, e l'effetto suo finale si riassume nella qualità di cittadino romano conferita alle genti che s'erano via via soggiogate, soffocando a poco a poco il sentimento, così vivo un tempo, delle molteplici nazionalità. Urbem fecisti qui prius orbis erat, — tu facesti città ciò che prima era il mondo, — dice al principio del quinto secolo un Gallo, Rutilio Namuziano (1, 66), con un gioco di parole che racchiude un concetto sublime. E nell'ordine linguistico, abbiamo il linguaggio di questa nostra medesima città che si va facendo comune a una immensa estensione di terre, e che colla sua voce tonante prima impedisce che s'odano, e poi riduce ad ammutire una moltitudine infinita di parlate, e non già unicamente di parlate rozze ed incolte. Solo il greco, grazie alla portentosa civiltà di cui era stato ed era tuttavia strumento ed espressione, potè mantenersi prospero, pur dovendo rassegnarsi ancor esso a vedersi mozzati quei rami che sporgevano ben rigogliosi sul suolo occidentale.
Questa meravigliosa unificazione della favella fu possibile appunto per via della trasformazione che il sentimento della nazionalità venne a subire dovunque, se non in tutti; le genti più disparate si condussero a parlare a somiglianza dei Romani, non solo perchè ciò riusciva praticamente utile sotto molti rispetti, ma anche per il motivo che il chiamarsi Romano — Romano, si badi bene, non Latino, nè altra cosa — era per ciascuno argomento d'orgoglio. Dentro ad ogni animo s'avevano, più o meno in confuso, sentimenti analoghi a quelli coi quali ineggia a Roma Claudiano, un nativo della greca Alessandria; a Roma «della quale», egli dice ( De cons. Stil., III, 131), «nulla in terra di più eccelso ricopre il cielo;.... madre dell'armi, madre delle leggi, che stende su tutti il suo impero, prima culla al diritto. Quest'è colei che nata in angusti confini, mosse all'uno e all'altro polo, e allargò le mani quanto è il corso del sole;.... quest'è colei che sola accolse nel suo grembo i vinti, e carezzò il genere umano con un unico nome, madre, non signora; e chiamò concittadini coloro che aveva soggiogato; e le cose lontane congiunse con vincolo pio. All'opera sua pacificatrice noi tutti dobbiamo che in paese straniero siam come in patria: che ci è lecito mutar sede; che.... penetrare in ciò ch'era un tempo spaventosa solitudine, è divenuto un gioco; che ora beviamo il Rodano, ora l'Oronte; che tutti siamo un sol popolo.» Quod cuncti gens una sumus! Del linguaggio Claudiano non parla: ma quanto sia grande l'efficacia sua nel fare che si senta di essere un popolo solo, sa l'Italia unita, e meglio ancora sapeva l'Italia divisa e fatta a minuzzoli.
Così al quinto secolo dell'êra volgare il mondo presenta uno spettacolo davvero invidiabile. Il bel sogno di una lingua universale, ben prima che dall'inventore e dagli adepti del volapük vagheggiato da intelligenze veramente sovrane, si poteva dire allora una realtà. La favella che s'ode sul Tevere, s'ode sul Danubio, sulla Senna, sull'Ebro, lungo le spiagge settentrionali dell'Africa; quella favella è intesa negli stessi dominii dell'ellenismo, ai quali d'altronde sono state sottratte le coste e le isole italiane, e le colonie galliche ed iberiche, dove il latino non giunge, o non è civiltà, o sono civiltà appartate e ignorate. E gli effetti di questa condizione di cose si mantennero poi lunghissimamente, grazie sopra tutto al cristianesimo, che nell'unità romana trovò una preparazione indispensabile all'opera sua; e che, innestandosi su di essa, cooperò quanto mai a perpetuare il latino, qual lingua del culto e della coltura, procacciandogli anche nuove e ben ragguardevoli espansioni. E lingua del culto essa rimane tuttavia per quella chiesa che chiama sè stessa «cattolica», cioè universale; e ad essere lingua della coltura non rinunzia che lentissimamente, e ben a malincuore. È un danno di sicuro sotto certi rispetti; ma è tuttavia una necessità inevitabile. L'amore della vetusta e poderosa rocca dove gli antenati abbian gioito e sofferto, e dalle cui feritoie abbiano respinto un tempo Dio sa quanti fieri assalti, non persuaderà nessuna nostra gentildonna a ridurre là dentro la propria vita, a meno di trasformare siffattamente ogni cosa da snaturarla affatto. Da quelle mura, da quelle vôlte scende un gelo che mette un brivido nelle ossa. Le seggiole, le cassapanche, gl'inginocchiatoi, i letti su cui posarono le membra le castellane del secolo dodicesimo e tredicesimo, paiono strumenti di tortura alle nipoti; le quali d'altronde non trovano tra quelle pareti di che soddisfare a un'infinità di bisogni, che l'età moderna ha creato ed imposto.
Questo mio discorrervi del latino e della sua propagazione, viene — ben lo capite — dall'idea di uno stretto legame colla lingua che diciam nostra, ed anzi in genere colle cosidette lingue romanze: l'italiano, il francese, il provenzale, il catalano, lo spagnuolo, il portoghese, il rumeno, e, se non vi adontate, anche l'umile romancio, che tutti, colla loro stretta somiglianza, rendono ancora l'immagine dell'umanità romana, e ce ne consentono sempre in parte i benefici. E un legame è così potente da essersi sempre visto e conosciuto da chiunque, anche in età tuttora inesperte, ebbe a fissare poco o tanto l'attenzione su questo soggetto. Di tempo in tempo non mancarono tuttavia certuni, che, senza proprio mettere fuor dell'uscio il latino, non disposto davvero a tollerare un trattamento siffatto, lo accompagnarono fin presso la soglia. Costoro si fecero paladini delle lingue che dal latino si dicono sopraffatte, costringendo a prendere le loro parti quella sciagurata creatura che è l'etimologia: una gran dama ridotta spesso a servire a tutte le voglie. Così mentre vi parlo, quasi immagino di veder qui apparire Pier Francesco Giambullari, a rintronarci gli orecchi coll'etrusco, ch'egli beninteso, conosceva anche meno assai — ed è tutto dire! — di quel che si conosca noi moderni. Ma le beffe toccategli da Lasca forse lo avranno indotto, se non a mutar idea — giacchè un erudito che consenta a disdirsi è un po' difficile da trovare — a credere prudente il tener chiusa la bocca. A ogni modo poi a lui dovrebb'essere difficile il ricomporre e dare un aspetto presentabile alle sue ossa, ridotte chi sa in quale stato dentro alla sepoltura più che trisecolare di Santa Maria Novella. Vero che il modo di risorgere pare averlo trovato un contemporaneo di Pier Francesco, Gioacchino Perion, che analogamente sostenne greca — facendosi puntello di Marsiglia, greca di origine e per più secoli — la derivazione del francese, e l'anima del quale dev'essere passata nel bollente abate Espagnolle «du clergé de Paris», che da alcuni anni scaraventa volumi dietro volumi nel viso di quella che presume di essere la scienza moderna. Povero Perion! Egli non deve tuttavia essere troppo contento di questo suo ritorno nel mondo. Prima o poi bisognerà bene che si stanchi di non destar altro che risa e che s'accorga di far la figura di un guerriero di Carlo Magno, che con lancia e mazza tutto vestito di ferro, si gettasse nel fitto di una nostra battaglia. Continui del resto, se così gli piace, il signor Espagnolle a rallegrarci colle sue etimologie, degne di tener compagnia a quelle che per il suo dialetto ebbe ad escogitare il «Varon Milanes»: «Biot. Nudo, povero. È tratto dal greco Βιοτος ( sic ), quale significa la vita e per questo si chiama Biot uno qual ha la vita solamente....» «Bobaa. Si usa co' figliuoli piccoli e significa male. Credo veramente sia stato tolto dal greco, ancorchè sia alquanto corrotto, imperciocchè Βολαῖ appresso i greci dicuntur dolores qui sentiuntur in partu.» Ma per verità faccio torto al Varon dandogli un compagno siffatto; che egli è ben lontano dal farneticare quanto l'abate parigino, del quale d'altronde non ha nemmeno per ombra la sicumera e la spavalderia.
Abbandoniamo alla loro sorte questi timonieri, che in una notte cupa guidano la nave a capriccio, dopo aver sdegnosamente gettato in mare la bussola. Quanto a noi, teniamoci sulla terra dove ci troviam davanti una strada, resa sempre più solida, sempre più ampia, dalle assidue fatiche dei lavoratori che si succedono numerosissimi.
Rispetto dunque alla derivazione sostanzialmente latina delle lingue romanze in generale, e dell'italiana segnatamente, cui nessuno contrasta il vanto d'essere tra le sorelle quella che più da vicino ritrae le sembianze materne, non può esserci dubbio se non in chi abbia la disgrazia di esser cieco d'occhi o di mente. Gli è solo quando si viene alle particolarità, che dei dissensi erano lecitissimi in addietro e che in parte sono leciti ancora. Un tempo prevaleva il concetto che i nuovi linguaggi fossero usciti da una corruzione prodottasi nel latino quando sopraggiunsero le orde barbariche, e quando la civiltà romana si venne offuscando e spegnendo. Era naturale, date le conoscenze d'allora, che si immaginassero le cose in questa maniera; e coloro che pensavan così ragionavan per solito con miglior logica di taluno, che sostenendo invece parlato di già l'italiano dal popolo di Roma fin dai tempi della repubblica, ebbe a scroccarsi (porta in pace la verità, ombra di Leonardo Aretino!) fama di precursore. Forse che la corruzione del latino non appariva evidente? Si ficchino gli occhi dentro alle pergamene notarili del medioevo che ci son pervenute a decine e decine di migliaia, e che paiono portarci la voce, nonchè d'ogni secolo, d'ogni anno, d'ogni mese, e pressochè d'ogni giorno. Che sorta di latino è mai quello! Per non dir nulla del vocabolario, la grammatica è ita tutta a soqquadro; i casi, le terminazioni, i suoni, la sintassi, ballano una ridda assolutamente pazza; nessuno sa più, o vuol più sapere quale sia il suo ufficio, e in cambio di contentarsi di quello, adempie indistintamente qualsivoglia funzione; insomma, suppergiù uno spettacolo quale s'avrebbe se un bel giorno ciascuno di noi si destasse dimentico affatto di ciò ch'egli è; e la moglie mettesse, non solo metaforicamente, ma proprio anche in realtà, i calzoni del marito; e il marito entrasse nelle gonnelle della moglie, e così vestito corresse alla chiesa a dir messa; e il magistrato scendesse in toga a spazzare le strade, per poi ritornarsene a render giustizia colla granata fra le mani. O non è questo il caos donde avrà poi ad uscire il nuovo ordine?
Non è, nè poco nè punto. In fatto di lingue realmente parlate il caos non esiste. Anche il più barbaro, anche il più incolto tra i linguaggi è regolare nella sua struttura, e irregolare apparisce unicamente a chi s'è fitto in capo l'idea di volerlo diverso da quel che è. Bensì avviene — e ciò soprattutto per l'appunto nelle lingue colte, o per opera loro — che si producano parziali disordini: ma questi non sono tali da turbar l'armonia dell'insieme più di quel che facciano in musica certe dissonanze. Perfino nei casi in cui due linguaggi si compenetrino e si mescolino intimamente, l'uno assume il predominio, l'altro gli si subordina, ed è un assetto, non uno scompiglio, che viene ad aversi. I signori anarchici potranno mandare all'aria tutte le istituzioni sociali; ma nel dominio della favella, del pari che nella natura, bisognerà che si rassegnino a lasciar imperare dispoticamente la legge.
Però, nessun dubbio che il parlare dei nostri antichi, e nel sesto, e nel settimo, e nell'ottavo secolo, e giù giù fino al milledugento, non fosse in sè stesso regolarissimo, non altrimenti da quel che sia ora. Variamente regolare: non conforme cioè da luogo a luogo, per l'appunto com'è anche adesso; ma ciò fa meno che nulla, e di ciò s'avrà da toccare più tardi. Era regolare il linguaggio che usciva dalle labbra dei cittadini di Venezia, di Amalfi, di Genova, di Pisa, che insieme con loro correva i mari, intrecciava commerci, stabiliva fattorie, conquistava terre vicine e lontane; era regolare il linguaggio di ciascuna delle città lombarde che si stringevono in lega contro il Barbarossa; regolare il linguaggio delle generazioni oscuramente gloriose che avevano fecondato e propagato i germi di quelle libertà comunali, di cui allora s'intraprese la difesa e si conseguì il trionfo; regolare il linguaggio del popolo di Milano, raccolto a combattere dattorno al carroccio di Eriberto; e come parlavano una favella regolare gl'Italiani che si rivendicavano comunque a grandezza e libertà e che sapevano restituire ai molteplici frammenti della gemma lo splendore che un tempo era stato nella gemma intera, una favella regolare parlavano ben anche coloro che s'erano lasciati asservire dai Franchi, asservire dai Longobardi, e che inermi s'erano ridotti via via in uno stato di abbiezione.
Quanto alla confusione caotica offertaci dalle carte, non è già una lingua, bensì unicamente l'effetto dello sforzo di servirsi di una lingua, che si conosce come Dio vuole. Corrisponde al francese, che parecchie volte ebbe a richiamare un sorriso sulle vostre labbra, o signore, all'indirizzo di qualche mal capitato; al tedesco che a me accade di usare trovandomi in regioni germaniche; all'italiano dei visitatori stranieri delle nostre gallerie e dei nostri monumenti, e un pochino altresì a quello che s'ode da bocche lombarde, piemontesi, liguri, veneziane, napoletane e da quanti insomma, me compreso, non ebbero fortuna di nascere in questa terra benedetta. Ma fate che il tedesco parli tedesco, inglese l'inglese, bergamasco il bergamasco, genovese il genovese, e ciascuno di loro discorrerà corretto, sì da poter essere nel suo genere un vero testo di lingua. Non altrimenti quei notai che ci fanno così inorridire coi loro spropositi, eran gente che nella vita comune, quando nulla li costringeva ad usare un linguaggio oramai loro estraneo e quando potevano esprimersi liberamente nel loro particolare dialetto, non commettevano nessuna sgrammaticatura e non avrebbero fatto la ben minima offesa alla più umile tra le lettere dell'alfabeto. Sicchè quel loro scrivere ci dice solo due cose: da un lato, la loro ignoranza del latino, e in genere il difetto d'ogni coltura, una volta che il latino ne era il solo strumento; dall'altro, la differenza ben ragguardevole che doveva esserci tra il latino e la loro favella nativa.