Ma perchè mai costoro non ricorrevano dunque al partito così semplice di scrivere come parlavano? Forse per quel benedetto vizio che trascina noi tutti a far ciò che non sappiamo, e che ha per effetto di renderci ballerini goffi, cantanti stonati, conferenzieri infelici! — Non per questo, o signori; bensì per la ragione stessa per cui al contadino lombardo, che, sapendo appena tenere la penna in mano, dall'America o dall'Australia dà conto di sè alla famiglia, dotta al pari di lui, non passa nemmeno per il capo di valersi del dialetto suo proprio. Dalla sua penna il dialetto stillerà ciò non ostante sulla carta: ma suo malgrado e in una forma mista, ibrida, che se non è italiana, è tuttavia lontana altrettanto dall'essere schiettamente dialettale. Già, volendo scrivere il dialetto, egli si troverebbe di fronte ad una difficoltà, da parer forse lieve finchè solo ci si pensi, ma gravissima invece non appena si provi: la difficoltà del rappresentare colle lettere i suoni che facili e spontanei escono dalla bocca. Ma contro questo muro, così arduo da scalare, egli non arriva nemmeno a dar di cozzo, perchè nella sua mente scrittura e italiano son due cose da non potersi scindere; quei pochi scarabocchi che imparò fanciullo nella scuola del villaggio, li imparò tracciando parole italiane; ogni volta che si mise a decifrare qualcosa di scritto o stampato — l'avviso esposto al pubblico sulla parete della casa comunale, il vecchio volume delle Vite dei Santi o la storia di Bertoldo, il Secolo riportato di città dal suo vicino — fu sempre coll'italiano ch'egli ebbe a combatterla. Così, un linguaggio che ha adempiuto a funzioni letterarie mentre era vivo, continua ad adempierle anche dopo morto; il cadavere mummificato del re defunto è lasciato sul trono per generazioni e generazioni, e a lui i sudditi continuano a far riverenza, finchè a poco a poco il bisogno di un signore effettivo e che possa muovere braccia e gambe, non porti a ribellarsi a quel mero simulacro. Figuriamoci quanto durevolmente, qui da noi soprattutto, vale a dire in patria, si dovesse continuare a prestar omaggio al latino, che aveva dietro di sè un passato così splendido di gloria! Poi, quel tanto di coltura che rimaneva, e che per scarso che fosse in generale, era ben lontano dal ridursi a ciò che s'immaginerebbe guardando solo ai notai, si trovava nelle mani della Chiesa: della Chiesa, cui una lingua da potersi dire universale riusciva indispensabile, e che questa lingua aveva trovato nel latino da secoli. Per tal modo nel latino la vita s'era spenta da un pezzo, e ancora nessuno s'era accorto della morte sua. Bisognerà venire fino al tempo di Dante, perchè dell'atto di morte si stenda la minuta, salvo l'esserci poi ancora per quasi due secoli chi s'arrabbatti per buttare quella minuta sul fuoco. E per Dante stesso gl'Italiani saranno «Latini,» e «Volgare Latino» il loro linguaggio abituale.
Il loro linguaggio! Ma donde era mai uscito questo linguaggio, se le sue origini sono latine, e nondimeno esso non è una degenerazione del latino classico? — Per rispondere bisogna che prenda le cose più di lontano di quel che sarebbe nei vostri desiderî. Ringraziatemi tuttavia ch'io non le prenda più di lontano ancora! Quel titolo insidioso di Origini me ne darebbe il diritto; giacchè quando si discorre di origini ci si trova nelle condizioni di chi salga un monte, di cui crede via via di vedere la sommità. Si trascina lassù, e arrivatoci, vede sopra di sè un'altra cima, che, superata, gli giocherà poi anch'essa il medesimo tiro. E il monte per lo più è così alto, che il povero ascensore cade a terra sfinito avanti che gli sia dato di scorgere la cima vera. E quand'anche poi gli riuscisse alla fine di raggiungerne il piede, essa sorgerebbe sopra di lui qual roccia inaccessibile, colla vetta perpetuamente avvolta tra le nubi. Così in questo caso sarei nei miei diritti, se, chiamato a discorrervi delle origini della lingua italiana, mi mettessi a parlare delle origini del linguaggio umano.
Non è dunque discrezione il contentarsi ora (non me ne contentai prima!) di muovere dagli ultimi tempi della Roma repubblicana e dai primordi dell'imperiale, salvo lo spingere più addietro unicamente qualche occhiata fugace? Siamo al periodo classico della letteratura latina: a quello in cui rifulgono Cicerone, Cesare, Livio. Dando ascolto al parlare di questi grandi, dovremmo subito avvertire una diversità dal linguaggio delle loro storie, delle orazioni, delle epistole medesime. La diversità viene in parte da quella tendenza che porta inevitabilmente chi scrive, anche quando non vorrebbe, ad essere più raffinato che non sia discorrendo; in parte si deve a ciò, che la lingua scritta è di sua natura essenzialmente conservativa, e però tende a mantenere una condizione di cose rispondente al parlare di un tempo trascorso; in parte è l'effetto di una speciale elaborazione che le lingue subiscono nella tradizione letteraria, e che già fino dal principio le condusse ad essere fissate tanto o quanto differenti da quel che fossero nell'uso, come son fissate le sembianze di una donna non troppo favorita dalla natura per mano di un artista abile e compiacente. Quest'ultimo punto ha davvero nella storia del latino un'importanza ragguardevole, sebbene lontana dall'essere chiarita quanto si desidererebbe. In forza dell'elaborazione letteraria si restituirono in tutta la loro pienezza certi suoni, che nel parlare erano oscillanti, o divenuti addirittura quasi muti. Colori sbiaditi, e anche pressocchè svaniti del tutto, furono resi alla loro vivezza originaria. Si fece qualcosa di analogo a quel che si farebbe quand'anche si cominciasse ora soltanto a scrivere il fiorentino. Poichè si dice la hasa, ma accasa, in casa, si scriverebbe casa dovunque, come tutti facciamo, senza tener conto della sorte toccata in certi incontri a quella prima lettera, gravissimamente malata in Firenze, e morta di già a Pisa e a Livorno, dove la gente bassa non ha più la su' hasa, ma soltanto la su' asa.
Sicchè, una prima distinzione dal latino scritto al parlato. Ma poi il latino parlato era necessariamente vario di esso stesso. Tra il fiorentino di quante tra voi, o signore gentili, son nate all'ombra del Cupolone, e quello del popolino di «San Friano», la differenza non è piccola. Differenza di suoni, di forme, di vocaboli. O come mai non sarebbe stato il medesimo a Roma, dove le disparità sociali non erano minori davvero che presso di noi, e dove il patriziato e la plebe continuarono a trovarsi a fronte, sicchè si può dire che tutta la storia interna sia storia della lotta tra queste due classi? Però dal latino scritto non differiva troppo profondamente quello della gente nobile e colta; e perchè questa, conservatrice in tutto, tendeva a conservare anche in fatto di lingua; e perchè la lingua letteraria s'era modellata su quella de' suoi antenati; e anche perchè sul parlar suo i libri esercitavano efficacia. Ma le differenze venivano via via aggravandosi mano mano che si scendesse, e finivano per essere massime quando s'era fra l'ultimo proletariato. Quindi una moltitudine infinita di varietà, non altrimenti da quel che s'abbia fra di noi, dove qualcosa di particolare, per quanto non s'avverta, viene ad esserci nel parlare d'ogni famiglia, d'ogni singola persona. Queste innumerevoli varietà, e neppure i loro estremi, non costituiscono neanche per ombra differenti linguaggi; il latino tutte quante le abbraccia; per sfumature insensibili noi passiamo da un verde cupo a un verde chiaro, ma il colore fondamentale è sempre il medesimo.
Ebbene: le lingue cosidette romanze sono — con un arricchimento di voci straniere e specialmente germaniche non dissimile da quello che s'era avuto anche per l'addietro, segnatamente da fonte greca — la continuazione non mai interrotta del latino parlato, e in generale, non del latino aristocratico e neppure di quello dell'infima plebe, bensì del popolo di condizione media, accessibile del resto così alle azioni che vengon dall'alto come a quelle che muovon dal basso. Che proprio sia così, dice la ragione, dacchè è l'uso dello scrivere, non già del discorrere, che si viene affievolendo; e confermano mille e mille prove, in quanto ogni spiraglio che s'apre per un verso o per l'altro sul latino popolare, ci fa scorgere attinenze coi linguaggi neolatini ignote al latino delle scritture. Questo latino popolare a poco a poco si venne in sè stesso trasformando: lentamente prima, finchè la civiltà romana stette in piedi, abbondarono le scuole, e la letteratura potè avere un'efficacia ritardatrice; più rapidamente d'assai, una volta che tutto ciò venne meno. Il fiume che prima si moveva tardo, prese a correre precipitoso, trovandosi arrivato ad un forte pendio. In questo senso, e non già in nessun altro, si può dire che la formazione dei nuovi linguaggi venga a cadere tra il sesto secolo ed il nono od il decimo.
Ma questi linguaggi diversificano tra di loro. O come mai, se sgorgano da una stessa sorgente? — Trasportato fuori di Roma, il latino dovette sonare alquanto differente a seconda che se lo appropriavano popolazioni avvezze ad una favella o ad un'altra: a quel modo che suona diverso l'italiano, nonchè in bocca francese, inglese, tedesca, in quella dei nativi di ogni nostra città, di ogni nostro villaggio. La continuità dell'azione romana, la forte unità, ed i mille contatti, attenuarono per un certo tempo gli effetti di questa condizione di cose, e poterono anche dar luogo a una convenienza maggiore e più durevole assai di ciò che a prima giunta si penserebbe; ma diversità s'ebbero e si mantennero. Orbene: queste diversità, fattesi assai maggiori una volta che l'impero cadde in isfacelo e l'unità fu spezzata e accresciuta dal tempo che permette alla gocciola di scavare la pietra, sono la prima causa che ha dato origine alla moltiplicità delle lingue e dei dialetti. Insieme se n'ebbero bene anche altre; ma di fermarci a considerarle da vicino, a noi manca qui il tempo.
Se v'ho inflitto il supplizio di questa esposizione, col cuore del chirurgo che taglia le prime sue.... cioè, non sue gambe, non vorrò certo che v'insudiciate col buttarvi a terra per accostare l'orecchio al suolo, e sentire il rumore, qui tenue e confuso, più là invece ben distinto, del torrente che scorre sotto invisibile; e nemmeno, s'intende, vi farò correre il rischio di slogarvi i piedi e scorticarvi le mani per venire colà, dove, tra un ammasso confuso di rottami di rocce, spiando intentamente, si vede spumeggiare qualcosa nel fondo. In altre parole, non verrò raccogliendo le tracce innumerevoli del volgare dai monumenti stessi della latinità e dalle scritture dei primi secoli del medioevo, dove il volgare si rivela, per lo più inconsciamente, collo spropositare continuo, ma non di rado anche consciamente, sopratutto nelle denominazioni dei luoghi.
Alla fine, se Dio vuole, un filo d'acqua esce fuori; un filo d'acqua soltanto, ma più che bastevole per rivelare in modo non dubbio a tutti quanti i sensi la presenza del sospirato elemento. È il 960, e siamo a Capua, nel tribunale del giudice Arochisi. Davanti a lui stanno Rodelgrino Aquinate, e Aligerno abate di Montecassino, contendendo per la proprietà di certe terre tenute dal monastero. L'abate ha condotto con sè dei testimoni: Teodemondo, diacono e monaco, Mario, chierico e monaco, Gariperto, chierico e notaio. E ciascuno di costoro, separatamente e successivamente, tenendo in mano una pergamena dove sono indicati i confini delle terre contestate proferisce queste parole: «Sao ke kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti.» Signori facciamo un inchino ben profondo. È questa, nella sua gretta povertà, la prima proposizione risolutamente e volutamente volgare, sia pure con uno sprazzo di latinità ancor essa, in cui accadde d'imbattersi. La mascherina che finora aveva sempre falsata la voce, ha avuto un momento di abbandono e ci si è manifestata per ciò che essa è. Se prima si ostinava a parlare una favella non sua, e della favella sua vera ci faceva accorti soltanto collo spropositare continuo, coi costrutti, e con parole e frasi staccate, ora s'è proprio lasciata andare per un momento a discorrere nel suo linguaggio nativo.
Di questo abbandono par tuttavia che la maschera si penta; e, salvo qualche ripetizione di quelle parole medesime o press'a poco, noi siam costretti a starcene in ascolto forse un secolo — un secolo che non ha per buona sorte il potere d'invecchiarci — perchè il fatto si rinnovi. E fortunati noi, che insieme col privilegio dell'eternità ci troviamo avere pur quello, quind'innanzi ancor più necessario, di passare colla rapidità del pensiero da un luogo all'altro! Per stavolta tuttavia basterà che ci si trasporti a Roma, sotto le vôlte della basilica inferiore di San Clemente, sepolta fra le macerie nel 1084 per le devastazioni di Roberto Guiscardo, e ricomparsa alla luce vent'anni fa. Fu dunque avanti quell'anno fatale che un cotal «Beno de Rapiza», insieme colla moglie Maria, fece ornare le pareti di pitture, che rappresentano scene della vita del santo titolare, e la traslazione, a quel che sembra, del corpo di San Cirillo. Tra queste pitture ce n'è una, dove si vedono tre uomini adoperarsi a trascinare un fusto di colonna, ed un quarto, rivestito di manto, in atto di comando. Accanto alle figure si leggono parole che i personaggi hanno da pronunziare: «Fàlite dereto codo palo, Carvoncelle! — Albertel, trái! — Fili de.... cani, traìte.» Ho detto «fili de cani»; ma veramente l'espressione non sarebbe questa; giacchè, ciò che nel secolo XI si poteva scrivere sulle mura di una chiesa, ritraendo i fasti di un santo, non si potrebbe sempre nel XIX ripetere in presenza di signore.
Da Roma un volo alla Sardegna; non già perchè vi ci attirino certe famigerate Carte d'Arborea, che all'olfatto di chiunque abbia un po' di naso danno odor di tutt'altro che di muffa. Ma di muffa, e di quella buona, sa il privilegio che tra il 1080 e il 1085 il «judice Mariano de Lacon» concede agli «homines de Pisas, per ca», egli dice, «li sso ego amicu caru e itsos a mimi», determinando che nessun comandante che vada a reggere una certa terra «n'apat comiatu de levàrelis toloneum». Come? Si tratta di esenzioni di tributi? Ahimè: scappiam più che di fretta, chè questi son discorsi proibiti per orecchie italiane!