In tal guisa l'Italia tutta risuonava della poesia occitanica, la quale imponeva la propria lingua ai poeti dei paesi dove essa si stabiliva; in tal guisa trovatori della Provenza e trovatori italiani, si mescolavano nelle nostre corti, cantavano le nostre donne, i fatti della nostra storia, le imprese dei nostri principi. Ed al tempo stesso faceva sentire la sua influenza tra noi anche la poesia della Francia settentrionale; onde, come ci furono Italiani che scrissero in provenzale, così ci furono pure altri Italiani che scrissero in una lingua che è un francese italianizzato.

Il canto provenzale diede impulso alla nostra lirica; il canto francese alla poesia narrativa e morale. La prima si sviluppò nell'Italia del mezzogiorno e del centro; la seconda, nell'Italia settentrionale.

La più antica lirica italiana è quella, che, sorta circa nel secondo o terzo decennio del secolo tredicesimo, si chiamò della scuola Siciliana, perchè ebbe il suo focolare alla corte di Federigo II; e di essa fecero parte non Siciliani soli, ma anche Pugliesi e Toscani: i più famosi, lo stesso imperatore Federigo, Enzo suo figlio e Pier della Vigna suo ministro.

Federigo II fu, giova qui ricordarsene, una delle più grandi figure storiche del suo secolo. Egli promosse la scienza, protesse i dotti, difese la libertà dei culti, emancipò i servi, fondò biblioteche ed università. Questo imperatore che viveva di guerra, di amore e di scienza, mezzo orientale e mezzo romano, chi crederebbe non dovesse portare nella poesia tutto l'impeto delle sue passioni? Chi non crederebbe che, pure ispirandosi ai canti dei trovatori, non dovesse preferir quelli nei quali bolliva lo sdegno contro il suo terribile nemico, il papato? E chi non crederebbe ancora che Pier della Vigna, autore di versi latini ferventi d'ira contro i frati, non facesse sentire nei suoi versi volgari qualche cosa delle passioni che gli agitavano il petto? qualche cosa delle vicende a cui si trovò mescolato?

Eppure niente di questo. Federigo II come il suo ministro, come tutti gli altri rimatori della sua scuola, non furono che languidi imitatori della poesia amorosa dei Provenzali, e al pari di tutti gli imitatori, riuscirono peggiori dei loro modelli. Misera cosa, invero, quella nostra antichissima poesia, scarna, estenuata, gelida, anemica. Nessun impeto di passione l'agita mai, niun accento individuale vi si può cogliere. Tutte quelle migliaia e migliaia di rime somiglian tra loro, paiono una processione interminabile di pallide ombre che ci sfili davanti nel crepuscolo d'una giornata nebbiosa. La vita, la natura, l'amore, non danno mai un sussulto di verità a quei verseggiatori noiosi e monotoni, che spogliati di ogni personalità, scrivono tutti secondo un tipo comune, girano e rigirano intorno all'eterno tema dell'amore con giuochi di parole e di concetto, e con un frasario puramente di convenzione; sbadigliano i loro sospiri a donne che non son donne ma larve; e paurosi di ogni libero volo, si tengono strettamente afferrati ai loro modelli, come vacillanti bambini alla gonna materna. L'arte della scuola Sicula è, come ha detto un moderno, il balbettare infantile della decrepitezza; e non poteva essere che così. Lo spirito cavalleresco onde era sbocciata, come fiore a pomposi colori, la poesia provenzale, agonizzava oramai in tutta l'Europa; la stessa arte trovadorica era giunta a un periodo di estrema decadenza. La scuola Sicula al difetto dell'imitazione aggiungeva dunque quello di essere un frutto fuor di stagione, venuto troppo tardi e avvizzito prima di maturare.

Ma la spinta era data. Se Federigo e i poeti della sua corte amano di trastullarsi fabbricando stentatamente le stanze delle loro canzoni dietro le orme dei Provenzali, altri in quella stessa Sicilia risuonante di quel vaniloquio poetico, porge l'orecchio alla natura immortale, e compone versi d'amore vigorosamente sentito. La donna sbiadita, incorporea, insignificante dei rimatori della scuola cortigiana, si muterà così in una donna nelle cui vene corre vivido il sangue, sulle cui guancie brillano accesi i colori della salute. La povera castellana venuta di Provenza in Sicilia a morir d'etisia, cederà il posto alla donna del popolo non aduggiata dalle ombre crepuscolari di nessuna scuola, ma cresciuta sotto gli allegri e liberi raggi del sole, pioventi su lei gioventù e robustezza: un po' troppo veramente plebea e petulante, che non ha imparato certe raffinatezze e certe ipocrisie dell'educazione; ma che si presenta sulla scena dell'arte italiana come la prima che abbia fisonomia, atteggiamenti, parole, non presi in prestito da nessuno.

Di un'arte popolare sviluppantesi nel mezzogiorno d'Italia insieme all'arte cortigiana, ci restano varii documenti: il lamento di una donna che vede partire l'amante per Terrasanta, il pianto di una fanciulla abbandonata, e, più notabile degli altri, un contrasto tra un uomo e una donna, dove scattano parole e concetti molto vivaci, dove parla una passione irruente, senza sottintesi, senza mezzi termini, e che prova non essere il realismo un'invenzione del nostro secolo. Chi sia l'autore di questa poesia non sappiamo. I critici che si sono occupati di storia letteraria lo hanno chiamato ora Ciullo d'Alcamo ora Cielo dal Camo, e ci hanno scritto intorno pagine e pagine senza fine. Non sono molti anni che ci fu in Italia una vera alluvione di queste Ciullomachie. Ma l'alluvione per fortuna è passata, e la poesia resta: una poesia fresca di sentimento, rude nel suo contenuto e nella sua forma dialettale, che non ha grande importanza per sè stessa, ma che ci prova come accanto alla poesia artistica d'imitazione straniera, un'altra ne sorgesse indigena e originale, la quale s'ispirava alla realtà ed era eco del sentimento popolare.

Se nel centro d'Italia e nel mezzogiorno la nostra letteratura s'iniziò con poesie amorose, diversi affatto furono gli atteggiamenti presi dall'arte nascente nella parte settentrionale del nostro paese. Neppur là, invero, dovevano mancare i canti d'amore, e qualche povero avanzo ne è giunto fino a noi. Ma son poca cosa, e più triviale anche del contrasto Alcamese, tanto triviale che non sarebbe lecito a me dirvene neppur gli argomenti. Nel nord dell'Italia la più antica poesia preferì il genere civile, morale, religioso, didattico: non fu lirica, ma narrativa. Nella regione veneta si ebbe come uno strascico delle canzoni di gesta francesi; e si imitò l'epopea della Volpe; Girardo Patecchio di Cremona scrisse (non oso dire poetò) sulle noie della vita e sui proverbi di Salomone; Ugoccione da Lodi diede ammaestramenti religiosi e morali in un poemetto d'oltre, pur troppo! duemila versi; un altro poemetto compose Pietro da Barsegapè sul vecchio e nuovo Testamento; Giacomino da Verona descrisse l'Inferno e il Paradiso; Bonvesin da Riva scrisse molte poesie di generi diversi.

Giacomino e Buonvicino furono i maggiori di questi poeti settentrionali, che adoperarono una lingua avente a base i dialetti veneti, ma forbiti con intenzione letteraria.

I due poemetti di Giacomino da Verona, frate dell'ordine di San Francesco, furono certamente scritti per essere recitati al popolo, a quel popolo stesso che tanto si piaceva delle storie romanzesche, e che pendeva dalle labbra del giullare quando gli cantava le imprese di Oliviero e di Rolando.