Il suo paradiso, o com'egli la chiama, la Gerusalemme celeste, ha merli di cristallo, corridoi d'oro, porte di margherite, e alla sua guardia sta un cherubino colla spada di fuoco. Per mezzo alla divina città corre un bel fiume, le cui acque danno giovinezza eterna, sulle cui rive verdeggiano alberi dalle foglie d'oro e d'argento, e crescono fiori ch'empiono di dolce profumo tutto il paradiso.

Magra descrizione; ma come poteva essere altrimenti? Dove trovare i mezzi per rappresentare ciò che trascende la natura e il pensiero? Lo stesso più grande artista non ha a sua disposizione altri colori che quelli della terra: e Giacomino, poveretto! era tutt'altro che un grande artista.

Più viva è la pittura ch'egli fa dell'Inferno: una città di fuoco e di zolfo bollente, con acque amare e velenose, con ortiche e spine, coperta da un cielo di bronzo, nella quale se fosse gettata tutta l'acqua del mare, incontanente arderebbe come cera colata. Il re della dolente città si chiama Lucifero, e i demoni sono da Giacomino dipinti in quella forma che se li figurava la fantasia del popolo, con le corna, con le mani pelose, neri come il carbone. Egli li fa urlar come lupi, abbaiar come cani, li arma di lance, di forche, di bastoni, di tizzoni accesi. Chi attizza il fuoco, chi batte il ferro, chi strugge il bronzo, chi spezza le ossa ai dannati; i quali poi colle mani e coi piedi legati sono condotti innanzi al re della morte, e gittati quindi in un pozzo profondo, ond'esce un fetore che ammorba tutto l'inferno. Ed accanto alla tragedia anche un po' di commedia. Ad un dannato capita addosso uno dei cuochi di Lucifero; ghermitolo, lo mette ad arrostire infilato in uno spiedo, e lo condisce con acqua, sale, fiele, aceto e veleno, servendolo poi come ghiotto boccone al signor dell'Inferno, il quale lo trova mal cotto e lo rimanda al cuoco perchè lo arrostisca meglio in quel fuoco che arde eternamente.

Tragedia e commedia insieme, dicevo, che nelle povere turbe intente ad ascoltare quei canti, avranno un giorno suscitato brividi di terrore e convulsioni di risa; e che a noi oggi fanno tristamente pensare quanto in basso fosse caduto il pensiero, e quanto faticoso cammino abbia dovuto fare la civiltà per giungere a redimere gli uomini da questa morbosa condizione del loro spirito.

Il milanese Buonvicino, anch'egli frate, di quell'ordine degli Umiliati la cui storia si collega così strettamente con l'Arte della Lana, una delle glorie di Firenze, Buonvicino ci ha lasciato molte poesie, alcune di argomento leggendario, altre di argomento morale, come i contrasti tra la rosa e la viola, tra la mosca e la formica e tra i dodici mesi dell'anno; ed una finalmente di genere civile, le cinquanta cortesie della tavola. Fu già osservato non essere senza curiosità il vedere questo frate, che fu maestro di grammatica, autore di una cronaca della sua città e poeta religioso, farsi anche maestro di costumanze civili.

Volete voi sentire qualche precetto di quel galateo del secolo XIII, qualcheduna di queste curiosità del banchetto, vecchie di quasi settecent'anni? Se sei invitato a pranzo, dice Buonvicino, non correr troppo presto a prendere il tuo posto a tavola; e poi sta pulitamente al desco, cortese, adorno, allegro; non incrociare le gambe, non appoggiare i gomiti, non mangiare troppo nè troppo poco, nè con fretta eccessiva; non empirti soverchiamente la bocca. Se ti vien offerta la coppa per bere, prendila con due mani per non versare il vino. Se mentre sei a tavola sopravviene qualcheduno, guardati dall'alzarti. Cerca mangiando di non far rumore coi denti. Se stranuti o se tossi, voltati dall'altra parte. Non inzuppare il pane nel vino, non biasimar le vivande, non guardare nel piatto degli altri, non ti stuzzicar i denti colle dita, non toccare col pollice la sommità del bicchiere, e giù giù altri precetti, altri consigli, altre regole per non esser, come egli dice, villano.

E così questa letteratura dell'alta Italia, dopo aver intrattenute sulle piazze le plebi avide di racconti, entrava col frate milanese anche nella casa del cittadino, per insegnare a lui, alle sue donne, ai suoi figliuoli le pulitezze del viver civile, annunziandoci l'avanzarsi di quella società borghese, che già strappava al Medioevo gli ultimi brandelli della sua mistica corona.

Abbiamo veduto quel che accadeva nel mezzogiorno e nel settentrione. Avviciniamoci al centro.

Gli inni sacri latini furono moltissimi nel Medioevo, ed alcuni improntati di molta forza. Chi non ricorda il Dies irae coi suoi cupi suoni, colle sue lugubri immagini, col suo metro stesso che sembra martellare nell'anima il terribile ricordo della fine del mondo? Chi non ricorda lo Stabat mater, quella pietosa poesia dell'amore materno, dove il dolore è così vero, così grande ed espresso con tanta semplicità?

Sotto l'influenza del movimento religioso che si operò in Italia nel secolo XIII, l'inno latino passò alla forma volgare, e si ebbe così un nuovo genere di poesia che si svolse principalmente nell'Umbria, la patria di San Francesco e del Beato Jacopone da Todi, San Francesco, l'innamorato di Dio e della natura, che chiamava fratelli il sole, i lupi, gli uccelli, che amava la musica; il santo dalle idee cavalleresche, che volle avere una dama a cui servire e si scelse la povertà; il trovatore di Cristo, che chiamava i pii compagni dell'opera sua giullari del Signore e paladini della Tavola rotonda, dicono che rapito in estasi dettasse ad un suo compagno quello che fu detto il Cantico del Sole.