Quando col mio Signor dentro m'abbraccio,
Gridando amor, d'amor sì mi disfaccio,
Con l'amor giaccio com'ebrio d'amore.
Pare davvero di essere, non sul limitare del manicomio, ma dentro addirittura.
Pazzo o no, ad ogni modo, certo è che il frate di Todi ha impeti lirici forti e sinceri; è certo ancora che il suo misticismo lo trascina a guardare anche alle cose del mondo, a farsi severo giudice dei religiosi e dei prelati del tempo suo, a chiamare al suo tribunale lo stesso papa Bonifazio VIII. Il quale gettò in una tetra prigione lo sventurato, lo fece incatenare, gli fece soffrire la fame; ed anche nel carcere, tra i ferri, affamato il delirante asceta seguitò a cantare, e chiamò quei tormenti la sua più grande consolazione.
L'arte di Jacopone è sicuramente ruvida e sbrigliata; ma come poeta popolare (dice nel suo eccellente studio sul Todino il mio dotto e caro amico Alessandro d'Ancona) «egli ha duplice importanza, perchè ci mostra quali sentimenti fervevano ai suoi tempi nel seno delle plebi e qual forma potevano assumere nel canto. Sia ch'ei tratti i misteri della religione in forma lirica o drammatica, sia che esalti la povertà francescana o vituperi i nemici di quella, egli ha una forza ingenita che mal gli si potrebbe negare. Come quel gigante della favola che acquistava vigore toccando la terra, Jacopone è poeta non per arte ma per natura, ogni qualvolta attinga alle vivide fonti del sentir popolare, e ripeta le voci che scorrono pei campi e mormorano nelle selve dell'Umbria».
Abbiamo lasciato la lirica d'arte agonizzante di clorosi in Sicilia; la ritroviamo galvanizzata da Guittone d'Arezzo, che con faticoso sforzo tenta di rinnovarla latineggiandola; la ritroviamo che filosofeggia a Bologna, la città della dottrina, pensosa ed astrusa sulle labbra di Guido Guinizelli.
Ma la Toscana ormai attira la nostra attenzione. Ecco tuttavia della letteratura francese, apparisce quivi una schiera di poeti che insegnano moralizzando, e vestendo d'allegorie i propri insegnamenti. Un Ser Durante riduce in sonetti il Romanzo della Rosa, e scrive il suo Tesoretto Brunetto Latini; altri da vecchi libri francesi mette insieme l' Intelligenza, e Francesco da Barberino compone i due trattati dei Documenti d'amore, e del Reggimento e dei costumi di donna.
Messer Francesco di Barberino di Valdelsa, un dotto giureconsulto, un uomo d'alto affare, visse lungamente in Provenza, e là probabilmente concepì queste due opere, che sono una specie di enciclopedia morale, e che ci serbano curiose memorie dei costumi del tempo. Delle infinite cose ch'egli insegna, lasciate ch'io ve ne dica alcune, o signore, di quelle che riguardano la donna. È un altro Galateo anche questo, come quello di Fra Buonvicino.
Il Barberino incomincia da dettare i suoi precetti per la fanciulla, e vuole, con ragione, ch'ella stia sempre colla madre, che non vada mai sola tra uomini, che tenga gli occhi bassi, che sappia tacere a tempo, e quando parla, parli temperatamente e a voce bassa, che sia ordinata nel mangiare e bene acconcia nel vestire. Vuole pure che, se ella sia richiesta di canto, prima di acconsentire si faccia un poco pregare; che rida senza far rumore, e che anche il pianto sia senza voce. Tutto questo però è d'obbligo per la donzella figliuola d'imperatore o di re. S'ella invece avrà la fortuna di essere figlia d'un semplice cavaliere o d'un giudice o d'un notaio, allora le sarà lecito ridere e cantare e andare attorno, e menare allegrezza in balli e canti; allora dovrà imparare a cucire, a filare ed anche a fare un po' da cucina.