Una terribile questione si presenta al pensiero di messer Francesco. Sarà bene che la fanciulla impari a leggere e a scrivere? Egli candidamente confessa che non sa risolversi: ma dopo aver ragionato un pezzetto su questo arduo argomento, conclude che nel dubbio è meglio scegliere la via più sicura; e questa via più sicura è ch'ella impari altre cose, e lasci andare il leggere e lo scrivere come inutile e pericoloso.
Alla promessa sposa ordina il Barberino di star sempre nascosta, e che le sembri noia il solo esser veduta, e che mostri paura d'ogni vista umana. Se le accade di uscire alcuna volta colla madre, non deve salutare alcuno, ma camminare tutta raccolta, cortese, soave,
Facendo piccol passi e radi e pari.
Che se poi alla fanciulla cominci a passare il tempo da marito, allora occorre raddoppiar le cautele: non affacciarsi mai alla finestra, non legger libri di novelle nè di canzoni, sceglier cibi adattati, e finalmente raccomandarsi alla misericordia di Dio.
Rivolgendo i suoi insegnamenti alla donna maritata, il nostro autore prende le mosse dalla cerimonia del matrimonio e vuole che la fanciulla si faccia due o tre volte ripetere la domanda del consentimento prima di rispondere, come vuole che mangi prima in camera sua, per mostrar poi di non aver appetito al banchetto nuziale.
Potrei seguitare ancora per molto a riferirvi i precetti del Barberino, ma la via lunga mi sospinge, ed i libri suoi, del resto, come quelli degli altri rimatori di questo ciclo allegorico-morale, nella storia dell'arte non segnano certo un progresso. Sono un ultimo strascico dell'imitazione straniera, un limaccioso rivoletto che va a perdersi nel fiume reale della nostra letteratura.
La quale s'avvia oramai per nuovi e fioriti sentieri, annunziatori della vicina grandezza. Eccovi un gruppo di toscani, poeti giocosi e satirici: i lontani antenati del Pistoja, del Berni, del Lasca. È l'arte borghese che s'ingentilisce e si afferma. L'amore cavalleresco coi suoi inutili sospiri, con le sue donne valenti e fini, tutte uguali tra loro, tutte insignificanti, vuote, irrigidite, cede il passo ad altri ideali. Lo scherzo comincia a diventare un elemento della vita, e la risata del buonumore prorompe dalle labbra del cittadino del libero e fiorente Comune, dove si vive d'allegria e di fiorini, dove si ingrassa genialmente da epicurei e si muore stoicamente da eroi, dove si hanno i presentimenti del mondo moderno e le virtù dell'antico. Curiosi tempi delle zuffe sanguinose e feroci combattute per le vie della città, e dei balli giulivi sulla piazze; dei lieti ritrovi, delle feste del maggio, delle sollazzevoli brigate, ed insieme degli improvvisi corrucci, e delle truci vendette.
A Siena, narrano gli storici, dodici giovani nobili e ricchi, avendo sentito da un predicatore annunziar vicina la fine del mondo, decisero prima che il mondo finisse di godersi quanto più potessero, scioperatamente, la vita; si ritrassero in un palazzo con gran moltitudine di servi e di cavalli, recando ognuno diciottomila fiorini, e là in sontuosi pranzi e allegre cene, gittando dopo il banchetto dalla finestra i ricchi vasi, i coltelli d'oro e d'argento, regalando splendidamente ogni ospite che si presentasse al loro palazzo, cuocendo le vivande colle punte de' garofani, consumarono in meno d'un anno duecentomila fiorini d'oro.
Questa brigata
. . . . . . . . . . in che disperse