Dall'altra parte abbiamo il centro giuridico langobardo, che esercitò pure la sua influenza su Bologna.

Certo, le collezioni langobarde eran note alla scuola, e si citavano dai professori di gius romano, e formavano oggetto di lezioni. Parimenti i legisti di Bologna ricordano spesso le opinioni dei Pavesi e le discutono. Ciò che più importa, ne accettano i metodi, e con essi si fanno a studiare le fonti. In sostanza, tanto la scuola di Pavia quanto quella di Bologna studiano le fonti molto minutamente, rivolgendosi, più ch'altro, alle particolarità, come non pare che siasi fatto mai a Ravenna. Perciò anche il lavoro scientifico dei Bolognesi fu assorbito in gran parte dalla glossa, come lo era stato quello dei Pavesi, e l'una glossa e l'altra si somigliano. Uno dei cómpiti che i Lombardisti han sciolto con singolare fortuna fu quello di cercare i passi paralleli, che confermassero la legge o vi derogassero; e appunto questa tendenza trova il suo compimento in Irnerio, che, redigendo le Autentiche, non faceva che andare un passo più avanti dei Lombardisti, i quali si erano contentati di rimandare alla legge derogatoria. Anche le tabelle, che si trovano aggiunte a qualche codice di diritto langobardo, a guisa di alberi genealogici, in cui un rapporto generale di diritto vien distinto nei suoi singoli casi, doveano, sviluppandosi, condurre presto o tardi a quelle opere della scuola di Bologna, che si conoscono col nome di Distinctiones; per non dire di lavori affatto simili usciti dalla scuola dei glossatori. Medesimamente la Expositio della scuola langobarda prelude alla glossa di Accursio: certo, l'una e l'altra riassumono i resultati delle due scuole, tenendo conto delle discussioni dottrinali. Infine si sa che i glossatori si attengono, nel citare le leggi, alle rubriche dei titoli ed alle parole iniziali delle leggi, astenendosi dai numeri. È una pratica che si ricollega al ritorno, che avean fatto alle fonti; ma già prima essa aveva dominato nella scuola di Pavia.

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Nondimeno sta il fatto che la scuola di Bologna ecclissò in breve tutte le altre; e interessa di vedere quali cause possano aver conferito a portarla così presto a tanta altezza.

Alcune sono affatto estrinseche.

Certamente molto si deve alla positura della città. Perchè già nel Medio Evo Bologna era un gran centro del commercio mondiale. Situata nel mezzo di quattro provincie: la Lombardia, la Marca Veronese, la Romagna e la Tuscia, si capisce che dovea presto esercitare una grande attrazione per le industrie e i traffici d'ogni specie, e rendere la vita comoda e aggradevole. Certo, era una delle città più ricche e fiorenti, sicchè la chiamavano la grassa; e specie i giovani doveano trovarcisi bene. Anche il poeta anonimo, delle gesta di Federigo I, quando arriva a parlare degli scolari di Bologna, non manca di avvertire ciò. L'Imperatore li interroga: perchè preferiscano questa ad altre terre, e uno di essi risponde:

. . . . hanc terram colimus, rex magne, refertam

Rebus ad utendum multumque legentibus aptam.

La cronaca del prevosto Burcardo di Ursperg accenna anche alla influenza esercitata dalla contessa Matilde. Sarebbe stata essa che avrebbe spronato Irnerio ad insegnare. E non si trattava soltanto di ragioni scientifiche, che certo la contessa, per la sua coltura, avrebbe potuto comprendere e apprezzare meglio di altri; ma anche di ragioni pratiche. Nella sua grande devozione per Gregorio VII, essa certamente non potea veder di buon occhio i giuristi della scuola di Ravenna, che fino allora erano stati adoperati nei giudizi della Tuscia, dacchè Ravenna era diventata la sede e il centro della opposizione contro le tendenze papali. Molto meno le doveva piacere che i suoi sudditi fossero costretti di portarsi a Ravenna per studiarvi legge. Così si rivolse a Bologna, che nella lotta per le investiture aveva, a quanto pare, tenuto per il Papa, e vagheggiò l'idea che l'insegnamento cominciato da Pepone potesse venire continuato. Infine ciò che le premeva era di emanciparsi da Ravenna: soltanto ha sbagliato il conto.

Insieme giovò a Bologna la larga protezione che Federico Barbarossa accordò allo studio sin da' suoi primordi. Era di nuovo una protezione tutta politica, perchè l'Imperatore vi avea trovato un forte alleato. Correano tempi difficili per l'Impero; tempi di lotte gigantesche che minacciavano di travolgerne la sacra maestà romana. Da un lato la Chiesa che gli si voleva imporre col prestigio della grazia divina; dall'altro i Comuni lombardi, che ne aveano usurpato, uno dopo l'altro, i diritti, e pur rispettandone la maestà ideale, miravano a ridurla veramente ad una mera ombra o parvenza di potere. Eran momenti difficili; e l'Imperatore non poteva avere un migliore alleato che nella lettera del diritto romano, come l'avea inteso Giustiniano, e come, dopo tanti secoli, l'intendevano nuovamente i dottori di Bologna. Ora, io ci tengo a dichiararlo altamente: io odio la lettera morta, la lettera che vuole imporsi alla vita, e non corrisponde a nessuna realtà della vita; ma capisco come un imperatore del Medio Evo, che si vantava continuatore dell'antico Impero e chiedeva seriamente ch'esso non avesse cambiato mai nè d'autorità nè di forme, potesse appigliarsi alla lettera morta della legge, che gli dava ragione, senza curarsi della vita, che s'era tutta rinnovellata dattorno a lui, e che gli dava torto.