Le conseguenze morali (diciamolo) sono disastrose, perchè manca alla Chiesa dominante, come le è mancata sempre, l'intelligenza delle cagioni profonde, per le quali più d'un terzo d'Europa s'era distaccato da lei; perchè tutta impigliata ad armeggiare colle esagerazioni sofistiche, che Lutero, negli impeti della lotta, deduceva da' suoi stessi principii, e che Calvino esagerò sempre più, la forza vera di quei principii, le loro conseguenze vere le sfuggono; perchè non intende e non sente che l'importanza del moto Protestante non sta già nella fede senza le opere, nella negazione del libero arbitrio, nell'ammettere la predestinazione; il solo concetto ragionevole per gli stessi credenti essendo anzi quello che Dio giudichi gli uomini non per quanto avranno creduto, ma per quanto avranno operato; perchè, non intendendo e non sentendo questo, la Chiesa dominante mira quindi, più che a riguadagnare il terreno perduto, a salvare quello che le rimane, e lo fa, e le riesce, ma più esagerando alla sua volta il principio d'autorità contro il principio del libero esame, che rinnovando intieramente sè stessa.
Ad ogni modo, è verissimo, la sua resistenza è enorme e meravigliosa. Ma non è quella, che le chiedevano i più veggenti, i più moderati, i più pii fra i suoi amici contemporanei alla rivoluzione Luterana; non è quella, a cui accennò essa stessa per un momento, quando sotto Paolo III l'azione del cardinal Gaspare Contarini, capo dalla parte conciliatrice, prevaleva nel Sacro Collegio, e quando nel 1536 era eletto un Consiglio per la correzione della Chiesa, in cui col nome del Contarini, vediamo quelli del Caraffa, del Fregoso, del Sadoleto, del Giberti, del Polo, del Cortese, del Badia, dell'Aleandro, non tutti d'una mente, ma certo i più autorevoli e virtuosi uomini, che avesse allora la Chiesa; non è quella, che questi uomini le proponevano con una relazione, che poco dopo, sotto Paolo IV, diveniva essa stessa un documento addirittura ereticale, e invece di essere adottata dalla Chiesa si pubblicava con un preambolo e le chiose di Lutero.
Da un giorno all'altro il programma del Contarini è abbandonato, ed (è giusto dirlo) non per intiera colpa del Papato, ma molto ancora delle generali condizioni politiche europee e dell'ormai trionfante preponderanza Spagnuola; gli uomini, che hanno caldeggiato il programma del Contarini, finiscono nella disgrazia e nell'abbandono, alcuni anzi, come il Morone, processati e carcerati; la resistenza ad oltranza e le persecuzioni incominciano e allora va cessando altresì quella larga e numerosa agitazione, che la protesta Luterana avea da prima suscitata in Italia; il moto si isola qua e là; diviene frammentario, disgregato, individuale; ha martiri, non capi e seguaci; si mostra qui in un convento, là in una corte, altrove in un'accademia, in un gruppo di famiglie; non ha seguito, non contrasti vigorosi, non consensi efficaci; tra gli stessi ribelli veri, i più forti oltrepassano subito le precise dottrine Luterane e Calviniste, in molti altri si rinnova il caso delle antiche lotte politiche dei nostri rabbiosi Comuni. Come cioè s'ebbero allora i Ghibellini per forza, così si hanno ora gli eretici per forza. Molti non domanderebbero di meglio che fermarsi a mezza via, ma le persecuzioni del Sant'Uffizio, istituito nel 1542, il fanatismo degli Inquisitori, i sospetti dei Principi, l'intolleranza spietata, che vede eretici dappertutto, che spia e commenta ogni atto, ogni gesto, ogni parola, un segno d'allegrezza, una smorfia di malumore, il terrore, che non dà quartiere e non conosce misericordia, gli spinge, gli incalza, gli costringe all'aperta ribellione.
Voi vedete, signore, che quantità di ardui problemi e delicatissimi contiene questa storia della Riforma in Italia. C'è un modo di spicciarsi di tutti con franca disinvoltura, collocarsi al punto di vista protestante e propagandista del Maccrie, o a quello del Sant'Uffizio e degli Inquisitori dell'eretica pravità. La prospettiva è allora una sola e invariabile; poco monta chi sgarra più e chi meno, son tutti eretici di tre cotte e o col Maccrie s'incoronano di gloria o col Sant'Uffizio e gli Inquisitori (e diciamolo pure col Cantù, nonostante tutte le sue contraddizioni) si decreta a tutti quanti rogo e anatema. Ma questa non è storia!
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Ogni volta che ho pensato al moto filosofico e religioso in Italia nel Cinquecento, m'è sempre ricorso spontaneo alla mente il confronto con quello dell'emancipazione civile d'Italia nei tempi nostri. Nell'uno o nell'altro gli stessi velami, le stesse esitanze, le stesse clandestinità di consensi, gli stessi eccessi, le stesse diversità e gradazioni di tendenze, di apparecchi, di tentativi, di silenzi longanimi e di audaci rivolte. Il confronto non si potrebbe continuare senza dare in falso. Ma io non voglio dir altro se non che l'elemento morale nella storia è altrettanto necessario quanto il positivo, e che se lo studio dei fatti si sottomette ad un preconcetto, che vi tiranneggi il cervello, o si scompagna dallo studio psicologico, si perde ogni speranza di cogliere a distanza di tempo e riprodurre meno imperfettamente la realtà piena delle umane vicende. Tanto più nella storia d'un qualsiasi moto religioso, tanto più in una storia, come quella della Riforma in Italia.
Quando la ribellione è affermata coll'apostasia, il caso è più facile, benchè non sempre così semplice, come a prima vista parrebbe. Quando invece l'affermazione recisa dell'apostasia manca, le tendenze diverse che notai già scaturire dai primi echi Italiani della Riforma Tedesca non sempre sono distinte; più spesso ci troviamo a fronte di gente, che rivela solo una piccola parte dei proprii pensieri, che afferma, che nega, si disdice, si contraddice, nè sempre è dato cogliere intiero il segreto di quelle anime e distinguerle, a comodo nostro, nelle esatte categorie della storia. Dove, per esempio, gli indizi apparvero più deboli o contradditorii, gli scrittori Cattolici più zelanti se ne valsero per gridare alla calunnia, e scagionare senz'altro i più grandi nomi da questa, secondo essi, nota d'infamia, e non pensarono che quanto più alto era il grado, l'autorità, la fama, tanto più era naturale che il segreto fosse gelosamente custodito. Niuno potrà mai in tal caso pretendere di definire esattamente la misura di una ribellione o di un assentimento, che si svolgevano nella coscienza e poco o nulla si palesavano al di fuori con aperte professioni o con atti di proselitismo, i quali costavano libertà, vita, onori, fama, fortuna, e vi sbalzavano addirittura fuori del consorzio sociale, quando pure non laceravano vincoli ed affetti più intimi. Eppure la storia della Riforma in Italia non va considerata soltanto nelle precise e formali adesioni alle dottrine Luterane e Calviniste, bensì deve cogliersi ovunque si manifesta in anime religiose uno di quei dissensi o una di quelle indiscipline, a cui la Riforma era certamente pretesto od occasione. Tenendo conto di tutto questo si può soltanto presumere di approssimarsi almeno alla verità.
Accennai al Veneto, come a una delle prime regioni Italiane, che in qualche modo risentirono il contraccolpo della Rivoluzione Tedesca e m'interruppi per delineare quelli che, secondo me, sono i caratteri generali e speciali di tale contraccolpo e del moto che in Italia gli tenne dietro. Raccontare ora partitamente i casi dei personaggi più notevoli che quasi in ogni città d'Italia si mostrano seguaci delle nuove idee e quando giunge l'ora della persecuzione o della repressione violenta, o si sottomettono o pagano coll'esilio o colla vita il fio della loro ribellione, non potrei senza eccedere di troppo i limiti di tempo, che mi sono concessi. Del resto quei casi si susseguono e si rassomigliano: lo spionaggio, la denunzia, la fuga, oppure il carcere, un processo, in cui le torture morali di una lotta corpo a corpo colla capziosa casuistica dei giudici eguagliano quasi il tormento delle torture fisiche, alle quali l'inquisito è sottoposto, e infine il supplizio, ora orribilmente misterioso e segreto, ora pomposamente teatrale e solenne, quello a Venezia, dove l'eretico scompare nottetempo nelle acque della muta e nera laguna, questo a Roma, dove fra una processione di monsignori, di soldati in arme e di frati salmeggianti l'eretico sale il rogo a Ponte Sant'Angelo o in Campo de' Fiori. A questi lagrimevoli ricordi si collegano i nomi (per non dire che dei più celebri) di Pier Carnesecchi, di Aonio Paleario, di Fanino da Faenza, di Bartolomeo Fonzio, di Baldo Lupetino, di Giovanni Mollio, e di tanti altri, che sarebbe lungo enumerare. Preterendo adunque di necessità le ribellioni e i sagrifici individuali, accenniamo piuttosto dove il consenso alle nuove dottrine religiose fa gruppo, raccoglie aderenze più calde e più numerose, s'intreccia a vicende di storia politica, e nel dissolversi ci indica personaggi importanti, che poi seguono diverse tendenze di pensiero e di vita.
Notevolissimo a tale riguardo il gruppo, che verso il 1535 attornia a Napoli lo Spagnuolo Giovanni Valdes. Nella sua casa a Chiaia e in vista di Posilippo, o sull'incantevole isola d'Ischia nella villa della Colonna si radunavano il Vermigli, l'Ochino, il Carnesecchi, il Flamminio, il Caracciolo ed altri letterati, teologi e cavalieri, e con essi parecchie gentildonne Italiane e Spagnuole, fra le quali brillavano come stelle Vittoria Colonna, l'inconsolabile vedova del Marchese di Pescara, e Giulia Gonzaga Duchessa di Trajetto, vedova di Vespasiano Colonna, quel prodigio di sempre virginale bellezza (checchè ne dicono le Pasquinate del tempo) che il corsaro Ariadeno Barbarossa tentò sorprendere nel suo castello di Fondi e rapirla per farne dono al Sultano.
È gran segno del tempo il fervore di quelle riunioni e s'intende bene come tutto quell'ambiente di bellezza, di poesia e di religiosi entusiasmi, su quel paesaggio unico al mondo, rimanesse un lungo e soave ricordo per tutti quegli amici del Valdes, e le loro lettere di molti anni dopo, quando il turbine della reazione gli avea sperperati, rimpiangessero amaramente la memoria del Valdes, morto nel 1540, e i bei giorni di quell'intima comunanza di pensieri, di affetti, di aspirazioni. E due soprattutto sono le circostanze notevoli della congrega del Valdes, l'una che per la prima volta vi apparisce il libro famoso del Beneficio di Cristo, che fu pei dissidenti e Protestanti Italiani del secolo XVI quello che l' Instituzione Cristiana di Calvino fu per i Francesi e per gli Svizzeri; libro tenuto qualche tempo per innocuo e che poi sarà delitto capitale aver letto, averlo posseduto o prestato ad un amico; l'altra il vario e sempre tristo destino, che aspettava tutti i componenti di quella congrega. Di quelli soltanto, che ho nominati, Vittoria Colonna e Giulia Gonzaga finiscono volontariamente relegate in un monastero; Pietro Martire Vermigli in esilio a Zurigo; Bernardino Ochino in Moravia, dopo aver errato per mezz'Europa e sorpassata di molto col suo pensiero la Riforma Protestante; Pier Carnesecchi a Roma sul rogo; Marcantonio Flamminio in sospettata oscurità, ma più indietreggiando che avanzando; Galeazzo Caracciolo a Ginevra, Calvinista schietto; il che dimostra come dalla riunione del Valdes escano quanti aspetti diversi prese il moto protestante in Italia, quello di chi rimane entro il circolo della dottrina Cattolica, ma non vi trova più nè la tranquilla fede nè la posizione di prima; quello di chi si spaventa a mezza strada e indietreggia; quello di chi si associa del tutto al moto Protestante e per esso dà la vita o si sottopone alla perpetua miseria dell'esilio; e quello di chi neppur trova posa nella dottrina Protestante e finisce anatemizzato del pari dalla Roma del Papa e dalla Ginevra di Calvino.