Da questi prodromi scaturiscono tre tendenze diverse, nelle quali è compresa intiera la storia della Riforma in Italia. La prima, che segue irresistibilmente l'impulso ricevuto dalla rivoluzione Luterana Tedesca, e non solo si associa ad essa, ma spesso, com'è dell'indole Italiana, la oltrepassa; la seconda, che senza separarsi mai del tutto dal Cattolicismo prosegue fino all'ultimo la generosa utopia d'una conciliazione e termina in una piena sconfitta; la terza, che dà mano a rinvigorire, a risanare in parte, a stringere gli ordini della Chiesa, ne accresce terribilmente la forza militante e trionfa col Sant'Uffizio, l'Inquisizione, i Gesuiti ed il Concilio di Trento.

La prima di queste tendenze, quella che si associa alla ribellione Protestante, è, se si considera in sè stessa, la più curiosa e pietosa, ma se si considera ne' suoi effetti, certamente la meno importante; ed è naturale che sia così in una società, com'è l'Italiana del Cinquecento, la quale o è in gran parte indifferente e non presta fondamento a nessun vero e largo movimento religioso, o ha già percorso collo sviluppo della sua cultura, pagana d'inspirazione e novatrice di desiderio, tutti i gradi di questo indifferentismo sino, direbbe il De Leva, “alla negazione della persona morale consacrata dal Vangelo„, e neppur la formola Luterana le può più bastare.

La seconda tendenza, quella che anela ad una conciliazione, raccoglie una delle più schiette tradizioni Italiane, e fra i disinganni, gli abbandoni, i dolorosi isolamenti, ci rivela le agitazioni e il segreto d'una parte fra i più elevati e incorrotti spiriti del nostro Cinquecento, fra i quali basta che io vi ricordi Vittoria Colonna e il cardinal Gaspare Contarini.

La terza tendenza, quella che organizza la resistenza ad ogni costo, è troppo vasta nelle cause, nei fatti e nelle conseguenze da poterne discorrere affrettatamente insieme all'altre due.

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Alla formola Luterana, adoperata a significare la necessità di correggere le degenerazioni del dogma e i disordini della Curia Romana e della gerarchia ecclesiastica, anche prescindendo da quelle riunioni, alle quali ho accennato, si potrebbero indicare molti riscontri in Italia subito dopo Lutero ed anche molto prima di lui. Ma sarebbe inutile per noi e soverchia una tale ricerca. Del resto queste anticipazioni dottrinali non mancano mai, ma contan poco. Ogni rivoluzione è di chi la fa e al momento di farla. La ribellione di Lutero ha date certe e stiamo a queste: l'Ognissanti del 1517, quando Lutero oppone le 95 tesi alla Bolla delle Indulgenze, che è il prologo del gran dramma, il 10 dicembre 1520, quando Lutero brucia dinanzi alle porte della cattedrale di Vittenberga e fra una folla di popolo entusiasta la Bolla di Leone X, che lo ha condannato.

Nei due anni o poco più, che intercedono fra queste due date, e dopo poi sempre più, la propaganda coi libri, colle corrispondenze, colle dispute pubbliche, cogli emissari, colle predicazioni è attivissima e larghissima in Germania e nella Svizzera, dove Ulrico Zuinglio, forse qualche mese prima di Lutero, aveva iniziato un movimento analogo al suo e in certe parti più radicale.

Ben presto se ne ripercossero gli echi in Italia, nel Veneto da prima, e poi altrove.

Se non che, intendiamoci, non si tratta di nulla di simile a ciò che accade in Germania o nella Svizzera. Leggendo il libro inglese del Maccrie sulla storia della Riforma in Italia, che è anche oggi il solo, il quale abbia trattato ex-professo e in modo compiuto questo argomento, e vedendo il moto riformista ripercuotersi così rapido e così determinato quasi in ogni città d'Italia, vien fatto di chiedersi: o come dunque l'Italia non è divenuta tutta Protestante? Ma quel libro, ricchissimo di notizie, è nel suo insieme e organicamente sbagliato.

In Italia si sparge subito e largamente una curiosità, un'agitazione, una febbre, che invade specialmente le classi più alte e più culte, gli ecclesiastici, i claustrali, i letterati, i filosofi, e, poichè la questione tocca così da vicino quanto v'ha di più intimo nel cuore umano, le donne, quelle specialmente di animo più elevato e che hanno più approfittato dell'alta educazione femminile del Cinquecento. Ma tutto questo fervore, che diviene anche un poco una moda, non oltrepassa certi limiti. Tutta questa gente, che disputa così accanitamente della giustificazione per la sola fede, che si abbandona con tanta delizia interiore e con tanta ingenuità d'intenzioni al dolce sogno d'una Chiesa e d'una società rinnovata col ristaurarvi e purificarvi il sentimento religioso e cristiano, non pensa, non sospetta neppure di rasentare l'eresia, e molto meno di ribellarsi, o di mettere comunque a repentaglio l'unità della fede. Per questo, nella prima fase, nel primo riecheggiare in Italia del moto Protestante Tedesco, i consensi sembrano così rapidi, così larghi, così numerosi. Ma innanzi tutto questa agitazione si ferma in alto; non discende che pochissimo dalle classi superiori alle inferiori; non acquista mai o quasi mai carattere schiettamente popolare; ed in secondo luogo quando la Chiesa dominante si rende conto essa stessa, ha essa stessa coscienza del grave pericolo che la minaccia, i più indietreggiano, pochi si risolvono di varcare il limite estremo, il moto s'impicciolisce, diviene sempre più isolato, individuale, e scompare.