Può star l'istoria e non sarà men chiara.
Eppure, guardate, signore! Consideriamo la Riforma, o, come più giustamente l'ha chiamata il Ricotti, la Rivoluzione Protestante del secolo XVI nelle sue linee più larghe. Essa riempie tutto il secolo! La rivalità fra la Casa d'Austria e la Francia, l'insurrezione dei Paesi Bassi, le guerre civili di Francia, l'innalzamento dell'Inghilterra, la decadenza della Spagna, la servitù dell'Italia, la grandezza nuova della Germania, lo spirito animatore della cultura moderna, tutti i fatti capitali della storia del Cinquecento sono in strettissima relazione con essa. Consideriamola ora in relazione all'Italia soltanto. L'Italia è la culla del Rinascimento, cioè del maggiore coefficiente della Riforma; l'Italia è la sede del Papato, cioè della grande istituzione che dalle nuove dottrine è più minacciata; è in Italia soprattutto che il Papato trova la forza d'arrestare, se non di vincere, la rivoluzione Protestante, opponendole il Concilio di Trento, il dispotismo monarchico, il Sant'Uffizio, la Compagnia di Gesù, tutto un sistema gigantesco di reazione, che s'impossessa per secoli della scienza, delle lettere, dei costumi, delle scuole, delle anime, dei corpi, che domina per secoli tutta quanta la vita pubblica e privata con una energia, una perseveranza, una intensità, un'unità d'intenti e di mezzi, anche oggi meravigliosa e pur troppo inimitabile; l'Italia finalmente partecipa essa pure, poco o molto che sia, al moto Protestante.
O non intender nulla adunque del Cinquecento Italiano (e capisco bene che molti ci si rassegnano senza grande sacrificio) o collocare al posto che le spetta anche in Italia la storia della Riforma.
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La lotta contro il potere temporale dei Papi era antica in Italia, come sapete; più antica ancora quella contro il potere spirituale, e le deviazioni dogmatiche, che appariscono nelle scuole filosofiche del Medio Evo, sono numerosissime.
Prevale però il concetto, che la Chiesa Cattolica cerchi e trovi in sè medesima la volontà e la forza del proprio rinnovamento.
Al secolo XVI, il dissidio profondo, che esisteva fra il Cattolicismo e lo spirito del Rinascimento, quel dissidio, contro le minaccie del quale aveva inutilmente tuonato l'eloquenza del Savonarola, quel dissidio, che i Papi avevano creduto di togliere, promovendo essi per primi, proteggendo essi per primi la nuova cultura da Niccolò V a Leone X, quel dissidio si palesò tutto ad un tratto e colse il Papato nel momento peggiore, quando cioè più per forza degli eventi, che per volontà sua, era senza più divenuto uno dei tanti signorotti Italiani e mirava a difendersi o ad allargarsi colle arti e le violenze comuni a tutti gli altri.
È strano sentire ora il Creigthon, uno scrittore Protestante, sostenere la tesi opposta e dire che se la crisi fosse sopravvenuta, quando il Papato era politicamente insignificante, esso non avrebbe potuto resistere e si sarebbe forse ridotto un Vescovato Italiano. Per me non lo credo. Non credo che possa aver giovato al Papato una serie di Papi, come quella che, salvo poche eccezioni, va da Innocenzo VIII e dal Borgia a Clemente VII e a Giulio III. Ciò accrebbe, invelenì il dissidio sempre più, scrollò sempre più dalle fondamenta la moralità pubblica e privata, separò sempre più la politica dalla morale e dalla religione, tanto che, svanito fra le fiamme d'un rogo il tentativo eroico del Savonarola, corsa e ricorsa l'Italia dagli stranieri, fra tanto abbassamento e contaminazione di tutto, il patriottismo disperato del Machiavelli gridava in quell'agonia: “poichè il Dio invocato dal Savonarola non viene, facciamo senza di lui, ma la patria si salvi!„ Tutto il Machiavelli è qui, ma neppur esso potè per allora salvare l'Italia.
Allorchè scoppiò in Germania la rivoluzione Protestante, le anime, che in Italia se ne sentirono subito agitate e commosse, furono quindi appunto le più atterrite e sgomente di questo abisso, che sempre più s'allargava fra la vita e la fede, fra la civiltà del Rinascimento e l'antico sentimento religioso. Le vediamo riunirsi subito in Roma nell'Oratorio del Divino Amore, più tardi in Venezia a San Giorgio Maggiore, in Napoli presso Giovanni Valdes, in Treviso presso Gregorio Cortese, Luigi Priuli, Marco Antonio Flaminio, in Padova presso Pietro Bembo, il quale s'associa a queste riunioni più forse per evitare i possibili eccessi d'una reazione seccante e meticolosa, che per vero spirito religioso; altra notevole varietà d'uno stato d'animo, che è di carattere puramente Italiano. Poco prima, poco dopo, in questa o quella città d'Italia tali riunioni raccolgono uomini, donne, ecclesiastici, letterati, il fiore dell'intelligenza e del patriottismo Italiano, scampato in parte alle guerre del Milanese e di Napoli, al sacco di Roma, alla caduta della repubblica di Firenze.
La questione, che le agita tutte, è quella della giustificazione per la sola fede, formola, che è bensì, come sapete, il fondamento della protesta Luterana, ma di cui allora era perfettamente lecito discutere, perchè antica nella dottrina ortodossa e non ancora definita, come lo fu poi nel Concilio di Trento. Tale questione (senza che io entri ora in sottigliezze teologiche, che non converrebbero nè a voi, nè a me) è naturale che primeggiasse e accendesse gli animi, perchè col dar prevalenza ai meriti della sola fede e della redenzione di Cristo, coll'ammettere cioè che la fede da sè sola basta all'eterna salute, sentivano d'opporsi a tutta quella corruzione della Chiesa, per cui la religione pareva ridotta a sole forme esteriori, la fede a zelo di persecuzione, l'assoluzione delle colpe alla confessione o a comprate indulgenze, e tutto il destino dell'anima umana pareva abbandonato all'arbitrio d'un sacerdozio non meno corrotto del laicato ed unico intermediario fra Dio e l'uomo.