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E non crediate, signore, che manchino le prove anche a tutta questa parte Valdostana della grande leggenda sul viaggio di Calvino, perchè a sostegno di essa stanno nient'altro che una colonna commemorativa su una piazza d'Aosta, un monogramma, che credo ancora si vegga impresso sugli usci di parecchie case della città, l'usanza in Val d'Aosta di suonar mezzogiorno a undici ore per significare la sollecitudine dei fedeli Valdostani a liberarsi dall'eresia, i ruderi di una bicocca, dove si vuole che Calvino abbia abitato, e finalmente uno stretto passaggio delle Alpi, per dove sarebbe scampato, ed a cui è rimasto il nome di finestra di Calvino.
Or bene, di tutto quanto io v'ho narrato, e che dai più gravi scrittori era tenuto per pura storia fino a pochi anni fa, non esiste quasi più niente. La critica ha disfatto nella massima parte la poetica leggenda; la gran scena di Ferrara, così ricca di contrasti drammatici, di personaggi importanti e di sorprese romanzesche è ridotta una vera miseria; la pittoresca catastrofe alpina è scomparsa del tutto; la colonna, il monogramma, le campane, che suonano mezzogiorno a undici ore, la bicocca di Bibiano, la spada del Conte di Chaland, la finestra di Calvino, sono come gli attrezzi e gli scenari smessi d'una commedia finita; non sono più altro, vale a dire, che i materiali della leggenda, quale s'è formata dopo, sovrapponendo, come suole, un nome famoso a ruderi di monumenti e di ricordi, dei quali s'era smarrito con l'andare del tempo il nome vero e la primitiva significazione.
Dopo la versione, che chiamai ricostruttrice, la versione demolitrice trascorse tant'oltre, che seriamente s! dubitò, ripeto, se il viaggio di Calvino in Italia era mai avvenuto, o se era invece da mettere insieme alle tante apparizioni e predicazioni attribuite anche a Lutero, il quale fu bensì in Roma nel 1511, quand'era ancora un oscuro frate Agostiniano, ma che, quando s'era già apertamente ribellato, si pretese pure, senza alcun fondamento, che avesse tentato il suo apostolato a Como, a Menaggio, nella Valtellina e nei Grigioni.
Negar tutto però in cospetto alla precisa affermazione del Beza era troppo, e di fatto oggi nessuno contesta più che realmente Calvino sia venuto in Italia. Dopo tanti anfanamenti e travagli per fare e disfare, s'è anzi ritornati nè più nè meno alla versione del Beza, e non dirò, per non tediarvi di troppe minuzie, qual via si tenne per ritornarvi; dirò soltanto che la sua testimonianza non è più sola, che fra altre prove ed indizi, una lettera di Giovan Sinapio, medico di corte di Renata, scritta da Ferrara a Calvino il 1.º settembre 1539, dice espressamente d'averlo visto in Ferrara e dice di più, quasi in aria di amichevole rimprovero: “quando, anni sono, foste qui, faceste di tutto perchè io non indovinassi con qual uomo avevo da fare„; il che dimostra altresì che contegno tenne Calvino in Ferrara, al tutto contrario cioè a quello attribuitogli dalla leggenda. Calvino dunque è venuto in Italia tra il marzo e l'aprile del 1536, è rimasto pochi giorni quasi nascosto nella Corte di Ferrara, e se n'è andato molto probabilmente per la stessa strada, da cui era venuto. Tutto il resto è leggenda, anzi favola. Ma io ho voluto narrarvelo, perchè codesto viaggio di Calvino in Italia e le fasi diverse delle ricerche critiche intorno ad esso, rappresentano, secondo me, come in iscorcio, tutto il destino, sto per dire, della storia della Riforma in Italia nel secolo XVI. Si ondeggia cioè tra un perpetuo sì e no, fra l'ingrossare a disegno fatti di poca importanza o toglierla ad altri che, quando pure non siano che dissensi, tentativi, manifestazioni timide, incompiute, individuali, ne hanno, in così delicata materia, una grandissima, almeno per chi non crede che la storia stia tutta in battaglie, conquiste, invasioni e mutazioni di governi, per chi pensa invece che la più difficile, ma la più importante ricerca sia quella soprattutto dei fatti della coscienza umana, dei quali la storia è il grande deposito, che interrogare questa coscienza con diligenza di analisi sia una delle più utili attività della critica, che far tacere finalmente più che si può le proprie passioni e i proprii preconcetti, affinchè quella coscienza umana possa rispondere in ispirito e verità, sia la meno arbitraria, forse la sola, ancora possibile, filosofia della storia.
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Ora fra i fatti della coscienza umana, ve n'ha forse che superino d'importanza quelli che s'attengono al sentimento religioso? Eppure, da un lato v'ha chi considera inutile o per lo meno imprudente ogni trattazione di questo genere, perchè in tali argomenti ogni passo fuori del solco più comunemente battuto gli par materia da teologi e non da storici, quasichè l'uomo nel tempo e le vicende della sua vita interiore ed esteriore non siano anche in tal caso l'oggetto della ricerca storica, e v'ha d'altro lato chi non se n'occupa, perchè gli ideali religiosi e le loro manifestazioni nella storia gli sembrano non avere colla politica, in cui consiste per essi tutta la storia, alcuna relazione.
Valgano ad esempio i nostri grandi storici del Cinquecento. È grazia, se accennano a Lutero ed al moto Tedesco, che pure distaccò per sempre dalla dominazione spirituale di Roma più d'un terzo d'Europa. Per essi il Papa è sempre e prima di tutto un principe Italiano. Che se scandagliate più a dentro l'animo, per esempio, del Guicciardini, vi risponderà: “il grado, che ho avuto con più Pontefici, m'ha necessitato ad amare per il particolare mio la grandezza loro e, se non fosse questo rispetto, avrei amato Martino Lutero, quanto me medesimo„. Se interrogate il Machiavelli vi risponderà: “abbiamo con la Chiesa e coi preti noi Italiani questo primo obbligo d'essere diventati senza religione e cattivi„; deplorabile obbligo, ma, poichè la realtà è tale, bisognerà rassegnarsi a far della storia e della politica senza tener conto della religione che non entra nel computo.
S'intende quindi che coloro, i quali si fanno bruciar vivi per amore di dottrine Luterane sono tenuti per lo meno per pazzi, e niente esprime meglio il sentimento degli statisti Italiani del Cinquecento di quel che facciano le lettere di Cosimo I intercedente da Pio V la grazia dell'eretico Carnesecchi. A consegnarlo Cosimo non avea esitato un istante. Si trattava d'un amico; in quel momento era anzi suo commensale; ma ragion di Stato va sopra a tutto. “Servii da bargello„ dice schiettamente da sè; ma col Papa c'era di mezzo nient'altro che la questione di precedenza fra il Duca di Toscana e quello di Ferrara e il titolo di Granduca. È giusto dire però che Cosimo fece quanto potè per salvare il Carnesecchi e che la severità del Papa gli parve eccessiva verso di uno che, a suo giudizio, non peccava che di leggerezza, di vanità e di pedanteria. Ad ogni modo, e checchè sia della condotta di Cosimo verso il Carnesecchi, definir l' eretico un pedante, come fa Cosimo, e come già prima di lui avea fatto nel 1542 il cardinal Guidiccioni nelle sue lettere ai Lucchesi, è così caratteristicamente Italiano e Cinquecentista, che nulla più. La storia della Riforma non ebbe miglior fortuna più tardi. Se si tolgano gli storici del Concilio di Trento, pochi ne scrissero, stranieri i più, sempre nell'interesse di una polemica ora Cattolica ora Protestante, quasi mai con criteri puramente storici ed obbiettivi, quasi mai indagando se v'è un nesso fra quel qualunque contraccolpo, che ebbe in Italia la Riforma Tedesca, e la storia politica e quella del pensiero e della vita morale del popolo Italiano. Dei consensi più o meno palesi nessuno parla e molti si stizziscono anche oggi che se ne parli come d'una curiosità indiscreta. Le rovine, le fughe, gli esilii, le prigionie, i supplizi, gli esodi di tanta gente sono pietose novelle, ma delle quali si può anche tacere o dire come l'Ariosto:
Lasciate questo canto, che senz'esso