La ragione di questo viaggio del celebre riformatore c'è data da Teodoro di Beza, il suo biografo, quegli che Calvino chiamava la perla dei suoi amici, il compagno indivisibile degli ultimi anni della sua esistenza, l'uomo fra le cui braccia Calvino morì, e c'è data con poche parole e per verità poco chiare. Dice in sostanza, che, pubblicato il suo libro, Calvino desiderò visitare la Duchessa di Ferrara, di cui tutti vantavano allora la somma pietà, e salutare alla sfuggita l'Italia. Venne, confermò, per quanto potè in quella fretta, la Duchessa ne' suoi buoni propositi e se n'andò. Nelle confidenze, che faceva al Beza, Calvino soleva anzi dire: “ in Italia non ho fatto altro che entrare ed uscire!

Tuttociò può parer strano, sebbene sia in realtà semplicissimo, e forse nessuno n'avrebbe fatto caso, se non si trattasse d'un gran nome, come quello di Calvino, perchè tutti possiamo trovare in noi stessi il ricordo di qualche viaggio sconclusionato, senza che altri si metta a fantasticare e a crearci sopra un romanzo.

Ma poichè si trattava di Calvino, questo suo viaggio in Italia divenne a poco a poco il soggetto di mille lucubrazioni le più diverse ed opposte, in forza delle quali ora si complicò e s'ingigantì fino alle proporzioni d'un grande avvenimento storico, ora s'impicciolì e si restrinse a segno da dover all'ultimo domandarsi: “è venuto in realtà Calvino in Italia? o non se l'è mai neppure sognato?„

Perocchè la critica recò grandi benefici (chi potrebbe dubitarne?), ma è pur vero che se su certe questioni storiche piglia l'aire, non si suole fermare a mezzo e ricostruisce o scrolla tutto con una facilità talmente sbalorditiva, che incrociar le braccia e mettersi meditabondi a sedere fra le due corna del dilemma d'Amleto: essere o non essere, pare ed è alle volte la conclusione più scientifica e sempre poi l'atteggiamento più degno di chi niente niente la pretenda a scienziato.

Su questo viaggio di Calvino in Italia, il quale per lungo tempo non ebbe altra testimonianza nota che quella del Beza, abbiamo quindi una prima versione, la versione ricostruttrice, e s'incomincia dal farlo venire non nel marzo del 1536, bensì nell'autunno del 1535 per aver più larghezza di tempo disponibile, in cui collocare un maggior numero d'avvenimenti. In Ferrara era aspettato a gloria dalla Duchessa Renata di Valois, moglie di Ercole II d'Este, dalle dame e dai cavalieri Francesi, che l'aveano seguita di Francia fin dal 28 e che tutti più o meno erano intinti di Luteranesimo, di cui aveano portato i germi dalla corte di Margherita di Navarra, la protettrice dei primi riformatori Francesi ed insieme la protettrice, l'amica, l'inspiratrice della giovinezza di Renata, innanzi che essa venisse sposa in Ferrara del bello ed elegante figliuolo di Lucrezia Borgia.

E a far capitare Calvino nell'autunno del '35 s'ha ancora un altro vantaggio, cioè che il Duca Ercole era in quel momento assente per visitare Paolo III a Roma e Carlo V a Napoli, il che mostrava chiaro che Calvino avea voluto appunto approfittare dell'assenza del Duca per non imbattersi a prima giunta in lui, che di Francesi a corte, e per di più sospetti d'eresia, doveva ormai averne abbastanza, se, per suo gusto, non n'aveva già di troppo.

Tornato il Duca nei primi del 1536, Calvino gli fu presentato come un innocuo letterato qualunque, nè egli, che tenea già in corte il poeta Clemente Marot, scappato anch'esso di Francia, e tutti i dotti e umanisti, che componevano l'abituale società della cultissima Duchessa, avea di che meravigliarsi del nuovo venuto. Se non che questi non era uomo da starsene e da non fare la parte sua ad ogni costo. Catechizzò quindi non solo la Duchessa, ma molti altri della corte, predicando da prima in segreto, poi quasi in pubblico nella cappella e nella sala dell'Aurora, dipinta da Tiziano nel Castello degli Este, e lo stesso Tiziano era fra gli ascoltanti e fece anzi il ritratto del riformatore.

In un subito, che è, che non è? il Duca si risovviene d'essere buon cattolico e vassallo del Papa e fa arrestare Calvino. Ciò tronca in fiore (alcuni dicono) i suoi disegni, che non si limitavano a Ferrara e alla Duchessa Renata, ma miravano ben più in largo e più in alto.

Comunque, mentre per ordine dell'Inquisizione Calvino era condotto prigioniero da Ferrara a Bologna, alcuni armati assalgono i suoi custodi e lo liberano. “Onde fosse venuto il colpo, — scrive nient'altri che il Muratori, — ognuno facilmente l'immaginò„ cioè da Renata.

Uscito da quel mal passo, Calvino fugge, traverso Modena, Reggio, Scandiano, e per Parma e Piacenza giunge in Piemonte. Ritenta la sua predicazione a Cuneo, a Saluzzo, ma è preso a sassate. Lo accolgono invece i Valdesi a braccia aperte nelle loro valli. Ma esso ed il suo Du Tillet, risalendo ad Ivrea il corso della Dora, se ne vanno in Aosta per rivalicare le Alpi, trovano tutta la valle agitata da questioni religiose, si gettano in mezzo a quei trambusti per farne loro pro, un Vescovo Gazzino ed un Maresciallo Conte di Chaland, zelantissimi, eccitano contro i due eretici il popolo, che li caccia a furia, sicchè sentendosi quasi alle reni la spada del Conte di Chaland, Calvino e il suo compagno, per uno stretto passo delle Alpi, a tutti ignoto, fra i ghiacci e le nevi, riescono a stento a salvarsi.