che questa volta diceva
Chi vòle il gattuccio
Venga avanti al Ferruccio;
mentre co' miau della bestia era salutato il nome di Maramau. E il Maramaldo se ne ricordò a Gavinana.
L'esempio del Ferruccio fece contro Malatesta, che di nessuna occasione mostrava sapersi o volersi valere per aver vantaggio sul nemico, nascere prima impazienze, poi malumori e sospetti nel popolo. Cominciavano a scarseggiare le vettovaglie, e cresceva, pe' disagi e il serpeggiare del morbo, la mortalità: ma anche nel campo Cesareo la difficoltà delle paghe e la pestilenza stremavano o disordinavan le file. Con questo di diverso bensì: che fra gli assedianti s'insinuava in pari tempo la stracchezza e la malavoglia; e le forche che sorgevano accanto al quartiere del Principe in Pian di Giullari avevano occasione a influire le loro salutari efficacie: nei cittadini invece cresceva, col pericolo, la fermezza dei propositi generosa e feroce. Avea scritto il Ferruccio: “Alla guerra non ne nasce; nè bisogna per questo sbigottirsi: chè quando i tre quarti di noi morissimo per non tornare in servitù, il quarto che resterà sarà tanto glorioso, che il resto sarà bene speso„: nè il linguaggio delle cifre e della mercatura fu mai nobilitato ad altezza maggiore. E al cuore di quel magnanimo il cuore della cittadinanza aveva sin da principio risposto con questi altri sentimenti e parole, che stanno, prezioso testamento della libertà, negli atti della Repubblica o nelle lettere dell'Ambasciator Veneto: “Piuttosto tagliar a pezzi anche li padri propri, che voler consentire a condizione alcuna indegna del viver libero.... Non dubitiamo di cosa alcuna, e siam parati e disposti a difendere la nostra libertà; confidando che la Divina Giustizia, la quale non ha rispetto alle grandezze umane, sia per aiutare ad ogni modo la causa nostra ragionevole.... Ci porremo le robe e la vita.... Difenderemo questa città, finchè potremo sostenere in piedi li corpi nostri.... Abbandonati dagli amici, e massime da quelli„ (dicevano all'Ambasciatore della Serenissima; nè fu quella la sola volta che gli rammentassero la libertà repubblicana e l'Italia) “da quelli ai quali più si conviene conservare il viver libero, non saremo però abbandonati dalla grazia di Nostro Signore Iddio, come quelli che giustissimamente difendiamo dalla rapina e dalla tirannide le facoltà nostre, l'onore, la vita, la libertà....: e sempre con maggior costanza ci confermiamo in volere, ovvero conseguir la libertà, ovvero portarci di sorta, che se la perdiamo, speso e consumato tutto l'aver nostro, non sopravviva qui alcuno, e solamente si dica: Qui fu Firenze.„ Così fiduciosa nel proprio diritto e nella giustizia di Dio la repubblica metteva le mani sui beni ecclesiastici in Firenze ed in Pisa, e su quelli dei ribelli, sugli ori delle chiese fino a quelli del caro antico nido di San Giovanni: e con essi, e co' gioielli d'una mitra donata al Capitolo di Santa Maria del Fiore da papa Leone, e con gli altri di che le donne si spogliavano volonterose, si batteva moneta, col Giglio di Firenze da un lato e la Passione di Cristo dall'altro. Era sospeso, in certe ore, il suono delle campane; e come già di quelle, da chiesa a chiesa, così ora quelle valenti donne riconoscevano un ben diverso scampanìo: il trarre delle artiglierie da quel bastione o da questo. Si denunziava, mediante quella che chiamavano tamburazione, papa Chimenti (nome di dileggio) e i cardinali fiorentini ch'erano con lui a Bologna, come cittadini rei di Stato. I frati di San Marco bandivano dal pulpito la difesa della patria; promovevano pubbliche preci, processioni, ostensioni di reliquie e d'imagini tradizionalmente venerate; ricordavano le promesse e le profezie del Savonarola. “Non abbiate paura; perchè Dio è per noi, e sono qui molte migliaia di angeli.... Dio e la Vergine hanno deliberato di reggere e governare questa città.... Italia sarà nelle tribolazioni, e tu, Firenze, comincierai a fiorire: quando le spade voleranno per l'Italia, e tu fiorirai.„ E il popolo traeva dalla chiesa ai bastioni, sicuro che con lui era, contro il Papa e l'Imperatore, la forza di Dio, e scriveva su pe' canti, a grandi lettere, col carbone o col gesso: “Poveri e liberi!„ Eroica plebe, che affamata, ammorbata, deserta d'ogni umano soccorso, leva gli occhi in alto, e afferma col sangue la patria: a Firenze nel 1530; a Venezia nel 1849: e suggella con due difese popolari la storia delle due Repubbliche, sulle cui bandiere, per terra e per mare, il nome d'Italia fu gloria della civiltà.
E in mezzo a tutto questo fervore di guerra; piena la città di soldatesche; tanta parte di cittadinanza vigilante in armi, e accorrendo alla difesa delle mura persino i vecchi e i fanciulli; col terrore di esecuzioni capitali che su cittadini trovati in difetto scendevano rapide e inesorabili; con l'atroce pericolo, nella penuria estrema delle vettovaglie, che si dovessero da un giorno all'altro, metter fuori le bocche inutili, cioè abbandonare al vitupero de' nemici le donne, i fanciulli, i poveri vecchi; si conservavano tuttavia le forme e le consuetudini della vita cittadina: continuavano i traffici, i luoghi pubblici si frequentavano, si ufiziavano le chiese, sedevano i magistrati; le private differenze e dissensioni si rimandavano a “dopo che ci saremo levati costoro da dosso„: si contrattavano compre e vendite, anche di possessioni occupate dai nemici; e la villa dei Guicciardini in Arcetri, dove alloggiava il Principe, messa all'incanto, trovava compratore, nè più nè meno che presso i Romani il terreno dov'era accampato Annibale. Si solennizzava il San Giovanni, salvochè si convertivano in dimostrazioni d'umiliazione a Dio le gazzarre e magnificenze annuali. Si faceva sulla piazza di Santa Croce il giuoco del Calcio, proprio a portata dell'artiglieria nemica, che non mancava da trarvi sopra, ma senza che però il giuoco cessasse. E a cosiffatte dimostrazioni di sicurezza e di baldanza appartiene la sfida di Lodovico Martelli a Giovanni Bandini, uno de' Fiorentini, non pure ribelli ma rinnegati, che stavano pe' Medici contro la patria nel campo nemico: nella quale sfida al ribatter l'onore offeso delle milizie cittadine si mescolavano gelosie di non degno amore; e ne seguiva un doppio duello del Martelli col Bandini, e di Dante da Castiglione con Bertino Aldobrandi, che, dato campo franco dal Principe, si combattè con solennità sfarzosa, in sua presenza, sul piazzale del Poggio, morendone il Martelli da una parte e l'Aldobrandi dall'altra. Ma l'altro duello a morte tra Medici e libertà, rimaneva sulle spade de' due eserciti, sinistramente sospeso dal mal genio d'un uomo che la Repubblica aveva ormai fatto diventare più forte di sè medesima.
IX.
“Mostrano quei di fuori„ scriveva l'Orator Veneto “di voler venire all'assalto: il quale non solamente da questi non si teme, ma si desidera sopra modo, insieme con la battaglia, come certissima salute di questa città.„ Ma di battaglia non concesse mai il Baglioni (e il Colonna si rimetteva) altro che le apparenze, in parziali sortite, le quali se dimostrarono il valore de' cittadini, e de' soldati, e de' capi altresì, non escluso il Capo supremo che ormai, o si stesse o facesse, tradiva, lasciarono inalterata cotesta condizione di cose, senza che la città si levasse d'addosso, con l'assedio, la minacciata rovina della sua libertà. Allegava Malatesta (il quale intanto menava pratiche col Papa e con l'Orange), essere lui responsabile della salvezza della città, e non volere arrisicarla per improntitudini di giovani: quasi che Firenze gli si fosse costituita in curatela, e col bastone del comando sulle armi gli avesse altresì delegato ch'e' sentisse e pensasse e volesse per lei. E il più iniquo di tale condizione di cose si fu, che quando essa finalmente ingenerò, come troppo prima avrebbe dovuto, sospetti di tradimento, cotesti sospetti erano soffocati, il meglio si potesse, dalla Signoria, pel timore che, risapendoli il Baglione, egli e la gente sua voltassero le armi contro la città che gli giaceva ormai nelle mani. La più coraggiosa parola dei magistrati al Capitano traditore, fu di ammonirlo ch'e' non ricevesse più ambasciate dal Papa, e “voltasse l'animo alla gloria„. Ma il Petrarca aveva già ammonito che questo non era sentimento da mercenarii:
vederete come
Tien caro altrui chi tien sè così vile.