Ed invero, nessuna più dolorosa nè più vituperosa dimostrazione dettero mai di ciò che veramente esse erano, coteste venderecce milizie, le quali in quella meravigliosa canzone, che rimase come l'elegia perpetua della libertà nazionale, il Poeta aveva denunziate all'Italia:

In cor venale, amor cercate e fede:

Qual più gente possiede

Colui è più da' suoi nemici avvolto.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Se dalle proprie mani

Questo n'avviene, or chi fia che ne scampi?

Scampo unico e supremo tutti sentivano essere il Ferruccio: i cittadini con angosciosa speranza, con bieco terrore Malatesta, con isgomento i nemici. E il Ferruccio si mosse.

Sostituitigli Commissari valenti in Volterra, egli, poichè il Valdarno da Empoli a Signa, e la Valdelsa, erano ormai terra di nemici, fece capo a Pisa (ci arrivò il 18 luglio), col disegno d'ingrossarsi colà, e poi volgersi a Pistoia, per riprenderla, se si potesse, a ogni modo, secondo le contingenze, minacciare il campo Cesareo, ovvero da' monti, per Val di Bisenzio, riuscir sotto Fiesole, donde, sforzato il passo, entrare in Firenze; le cui forze intanto avrebber secondato il disegno, spiando e cogliendo il punto di gettarsi sul nemico, distratto verso il nuovo assalto esteriore. È da taluni attribuito al Ferruccio un altro disegno: voltarsi a Roma, con quale animo verso papa Medici è agevole a pensarsi, e così svolgere dall'assedio l'Orange, ovvero chiudere al campo assediante i varchi della Valdichiana e dell'Umbria per le provvigioni; mentre altri moti diversivi si tentassero in Pistoia e in Romagna, e si colorissero le speranze che da Genova il fedele Alamanni dava di là e, con più illusione, dalla Francia. Ma il disegno che fu attuato, rapido e violento, è troppo più verosimile fosse il solo che arridesse al Ferruccio. Se non che troppa parte di questo doveva esser coadiuvata dal di dentro della tradita città; e la febbre che inchiodò in Pisa per una diecina di giorni l'eroe dell'impresa, dette malauguratamente il tempo a' nemici di prepararsi. I Commissari di Pisa, dal letto del valoroso che si consumava del suo non potere, scrivevano ai Dieci della guerra: “Dio, per sua misericordia, non ci darà tale impedimento.„ E fra l'1 e il 2 di agosto, scrive egli “dal paese di Pescia„: “Io mi trovo in sul fatto, e guarito, Dio grazia„; e che procede come per paese nemico, e che il Maramaldo lanciatogli a' fianchi è sul Pistoiese, e “se li nimici faranno sperienza di noi, allora faremo vedere chi noi siamo„. Quel giorno stesso batteva, con la solita ferocia, in San Marcello la parte Panciatica, e s'incamminava a Gavinana, verso dove per parti diverse erano rivolti i nemici.

Ne' Consigli intanto, e fin da quando egli si era mosso da Volterra, prevalevano i partiti del furor disperato: si desse a Malatesta la licenza ch'egli minacciava, infintamente, di volere: e al primo opportuno avviso dal Ferruccio, serrar le botteghe, armarsi, primo e alla testa del popolo il Gonfaloniere, “mantenere il giuramento fatto a Dio quando lo eleggemmo re di Firenze„, combattere e vincere; e se così non avvenisse, “quelli che resteranno alla custodia delle porte e dei ripari, abbiano con le mani loro, subito, a uccidere le donne e i figliuoli, por fuoco alle case, o poi uscire all'istessa fortuna degli altri, acciocchè distrutta la città non ne resti se non la memoria, ed un esempio immortale a coloro che nati liberi, liberi voglion morire.„ E il 2 di agosto, mentre il Ferruccio scriveva quella che fu la sua ultima lettera, il Gonfaloniere riferiva che alle sollecitazioni rinnovate presso il Baglioni e il Colonna, di dare addosso al campo, questi avevano nuovamente rifiutato, sebbene si sapesse che la notte innanzi il principe d'Orange, guadato Arno con buon nerbo di gente scelta, era uscito a incontrare il Ferruccio, lasciando in sua vece don Ferrante Gonzaga; il quale veramente si aspettava d'ora in ora essere assalito. Il Baglione, mutata stanza, si era di su' Renai ridotto presso Boboli ne' quartieri delle sue soldatesche più strettamente fidate; mentre, doloroso a dirsi, nelle file della milizia cittadina, avvezza al maestrato del valente Colonna, s'insinuava col sentimento della deferenza a lui, la sfiducia verso la condannata causa della libertà.