Con più decoro, e pel nome suo e pel nome italiano, sopravvisse la Repubblica di Venezia; poichè quella forte e veneranda compagine di Stato, pur avviandosi fatalmente anch'essa a una lenta decadenza, trae vitalità dall'intenso amore de' sudditi e dalle antiche virtù, non ancora del tutto affievolite, della sua gloriosa aristocrazia. Quivi troviamo, nella seconda metà del secolo XVI, l'anima onesta di Paulo Paruta, la cui legazione a Roma, negli anni 1591-95, è un monumento di sapienza e di patriottismo. Scrisse il Paruta opere dottrinali di politica, con alto intendimento morale e civile, e con eleganza di dettato; cioè i Dialoghi Della perfezione della vita politica in tre libri, pubblicati la prima volta nel 1579, e i Discorsi politici in due libri, che videro la luce in Venezia nel '99, un anno dopo la morte dell'autore. Del Paruta scrisse ampiamente e bene Cirillo Monzani[9]; di recente Giuseppe De Leva[10] ha giudicato che egli sia “lo statista il più vicino, di spirito e di senno, al Machiavelli, in ciò solo da lui discosto, che, pio e religioso, non sogna tra le miserie d'Italia uno Stato pagano„. Nel quale giudizio in massima conveniamo; se non che, pare a me siano da rilevarsi nel Paruta altre differenze, anche rispetto al metodo. Il Paruta tratta della politica principalmente da filosofo, e si compiace non di rado (più spesso nei Dialoghi che nei Discorsi ) delle astrazioni teoriche. Il tema che egli si propone è la ricerca della ottima forma di governo; e, tenendo sempre volta la mente ad un'idealità di perfezione morale e civile, intende al conseguimento di tale fine, con nobilissima fede, e con acume d'investigazione e di considerazioni. Ma l'osservazione vivace, l'analisi intima, penetrante, degli uomini e delle cose, quella specie (dirò col Villari) di “vivisezione„, per cui hanno tanta efficacia e tanta evidenza le opere dei politici fiorentini, pare non si addica alla dignità filosofica e allo stile togato del dotto Procuratore di San Marco.
IX.
Con Paolo Paruta si chiude la serie dei grandi scrittori politici del Cinquecento: dopo non si sentono più che voci isolate, gridanti nel deserto, le quali però additano una nuova via, preconizzano un avvenire. Questa nuova via, nei primi del Secento, parve attirare lo sguardo ambizioso e il grande e irrequieto animo di Carlo Emanuele di Savoia; e a lui si volsero le speranze di alcuni coraggiosi scrittori politici. Traiano Boccolini, nella Pietra del paragone politico, che è una vivace e implacabile requisitoria contro la preponderanza spagnuola, saluta Carlo Emanuele “primo guerriero d'Italia„; e poco più tardi Alessandro Tassoni, nelle sue celebri Filippiche, vede nello stesso Duca di Savoia il salvatore possibile d'Italia, ed esorta, pur troppo invano, principi e stati italiani ad aggrupparsi intorno a lui. Ma l'età volgeva allora a precipizio, non a risorgimento; e dovevano passare altri secoli di servitù e di sofferenze, doveva una grande rivoluzione rinnovare dalle fondamenta la società politica prima che il popolo italiano trovasse la sua via. È bensì provvidenziale, e quasi diremmo fatidico, in tanta rovina di cose, questo volgersi, sia pur momentaneo, degli sguardi in quel piccolo e fievole raggio di luce, da cui doveva dopo quasi tre secoli venire la salute d'Italia. Le voci di quei profeti solitari (lo ha già detto assai bene una giovane e valente scrittrice)[11] si perdono inascoltate nel silenzio del Secento: ma giungono vive ed incorrotte fino a noi, perchè, antivenendo i tempi, portarono il concetto italico di Dante e del Machiavelli “dal campo dell'idea e dell'azione possibile in quello dell'azione reale„.
Signori!
Niccolò Machiavelli, in quel sublime e angoscioso grido, con cui chiuse il libro del Principe, invocava “redentore„ un tiranno qualsiasi, purchè valesse a liberarci dalla “puzza del barbaro dominio„. Il voto del grande pensatore, del grande patriotta è ora esaudito; e non per violenza di tiranno, ma per virtù concorde di principe e di popolo. Auguriamoci, o Signori, che questa virtù non s'affievolisca e non degeneri; e come ha fatto l'Italia libera ed una, così sappia farla moralmente grande!
L'ORLANDO FURIOSO
DI
GIOSUÈ CARDUCCI.
I.
Quando l'Ariosto mise mano all'Orlando? Non si sa preciso, ma su la fine del 1506 la orditura doveva essere molto innanzi. Isabella d'Este marchesana di Mantova, a cui il cardinale Ippolito aveva mandato il poeta per rallegramenti in occasione di un parto, rispondeva il 14 febbraio 1507 al fratello, ringraziando, che l'ambasciatore le aveva anche per conto suo addotto gran soddisfazione, avendole con la narrazione dell'opera che compone fatto passare due giorni non solo senza fastidio ma con piacer grandissimo. Ludovico s'era messo risolutamente attorno l'opera tosto che credè aver ritrovato presso il cardinale stanza quieta, e provvigione da sopperirgli alle strettezze di famiglia, nelle quali aveva penosamente affaticata la sua gioventù. Nato gli 8 settembre del 1474, egli era allora su la trentina: molto aveva composto di versi in latino, poco e male in italiano, che le sue rime belle sono tutte per l'Alessandro Benucci, scritte cioè nel 1513 e dopo: benchè fin dai primi anni, oltre la prova fanciullesca della Tisbe, andasse attorno co'l duca Ercole a fare cioè a recitare commedie, non ne aveva ancora scritte: ma al poema pensava da un pezzo. Egli era nato e cresciuto in un'aria tutta impregnata dalla rifioritura classica dei romanzi. La prima edizione del Morgante in ventitrè canti fu del 1481, la seconda compiuta in ventotto dell'82. La prima edizione dell' Orlando innamorato in due libri venne del 1486; la seconda, in tre libri, del 95. Nel 95 era anche finito il Mambriano, e nel 1509 fu stampato con dedicatoria al cardinale Ippolito. Nel 1506, quando l'Ariosto gettava le fondamenta al Furioso, usciva dalle stampe di Venezia il primo libro della continuazione all' Innamorato composta dall'Agostini, e il secondo doveva uscire nel 13, tre anni prima che l'Ariosto finisse la sua. Non lasciavano poi tregua alle stampe i poemi minori.