II.

Quando un'età è ancora poetica, cioè quando la poesia già arte d'individui è per altro in contatto ancora co'l sentimento dell'universale e in iscambio di cooperazione con la fantasia e la leggenda popolare, allora la epopea non è nè può esser mai individuale affatto. La materia epica resta in comune per un pezzo fra tutta una razza, ma disposta a prendere nel continuo rimaneggiamento dal genio delle nazioni vario, nelle vicende opposte dei tempi, sotto le forze dei singoli artisti, spiriti, atteggiamenti e forme diverse. Al secolo decimoquinto materia epica erano tuttavia le leggende cavalleresche in specie carolingie nelle quali la immaginazione del popolo e l'arte dei poeti pur rinnovandosi si dilettavano per antico abito, come già, per altro, con meno d'efficacia, la poesia alessandrina rilavorava nelle intelaiature omeriche e su' miti argonautici. La poesia carolingia francese, trasportata in Italia dai trovieri e giullari feudali de' secoli decimosecondo e decimoterzo, ci divenne ben presto popolare, e, quando in Francia l'antica pianta spogliavasi, i nuovi rampolli avevano messo qui foglie e fiori. Il popolo italiano, come aveva tredici e più secoli prima tolto in prestito dalla Grecia non pure il mito iliaco ad innestarci i miti suoi ma l'epos omerico sol di poco e nel men vivo rimaneggiandolo, così allora pigliava dalla Francia la leggenda carolingia, in attenenza anche maggiore con la sua storia recente, con le più fresche idealità, apprestandosi per altro ad animarla e atteggiarla di spiriti e di forme singolarmente nuove. A quelle francesi scaturigini d'epopea si abbeveravano volentieri sì la plebe, sì i grandi e letterati: questi per amore al ristorato nome dell'impero raffigurato in Carlomagno, quella pe'l sentimento religioso che l'accendeva a venerare in Orlando un glorioso martire della fede. E come ispiratrice e arbitra e giudice dell'epopea, quando spontanea e quasi fatale, è la plebe o vero la moltitudine, e come nella plebe prevalgono con l'istinto del soprannaturale e co'l sentimento religioso il culto della forza e l'entusiasmo per il valore, così il carattere epico che signoreggiò tutti gli altri e intorno o sotto al quale si coordinarono gli altri fu Orlando.

La immagine di Ruodlando, prefetto della marca di Britannia ucciso con altri officiali del palazzo imperiale in una imboscata di Guasconi tra le gole de' Pirenei l'anno 777, rozzamente scolpita con tradizione e arte monastica su la facciata della cattedrale di Verona, fu da prima venerata come d'un santo dal popolo italiano. Il quale poi, imparando a più genialmente conoscerlo nella marziale ardenza delle canzoni di gesta recitate e cantate su i teatri mobili e in piazza, se ne innamorò, se lo prese, lo fece nascere poveramente in Imola, pargoleggiare eroico mendicante in Sutri, abbattere miracoloso giovinetto un esercito infedele co'l suo re in Aspromonte, lo creò senatore romano, lo vide assistere alla sacra delle vecchie chiese in Firenze, scoprì nell'etrusche rovine di Fiesole l'antro delle fate onde egli uscì tutto incantato, lo ritrovò a Spello gigante e peccatore, ammirò su i campi delle battaglie nazionali i macigni che il paladino aveva lanciati, intitolò dal nome di lui il bel promontorio presso Castellamare e molte torri fin nell'isola di Lampedusa.

La leggenda carolingia s'allargò dunque assai presto in tutta Italia, ma la prima confermazione letteraria l'ebbe nelle contrade del settentrione; ella s'acclimò e si svolse in quel movimento che dal secolo decimoterzo al cominciare del decimoquarto, avanti la egemonia toscana, tendeva a constituire nella Lombardia, nella Venezia, nelle regioni circumpadane una lingua e letteratura che dal francese attingeva e derivava assai degli argomenti e non poco di forme e colori alla elocuzione. Le poesie carolingie che corsero i castelli e le piazze dell'alta Italia furono di più maniere. Pe'l contenuto: canzoni di gesta francesi, con alterazioni poche e di sole parole: poemi di argomenti simili a canzoni di gesta, ma discostantisi dalla configurazione epica francese e con introduzione di racconti, favole e personaggi nuovi: poemi la cui contenenza è affatto nuova, o tra le canzoni di gesta fin qui conosciute non se ne trova che ad essi corrispondano. Per la forma: canzoni di gesta in lingua e verseggiatura francese: poemi di lingua e verseggiatura ibrida, nei quali il fondo francese è tutto invaso e guasto da forme del dialetto veneto o meglio di quella lingua letteraria che mal provò d'impiantarsi nel Veneto e nel Lombardo, e il modello della verseggiatura francese è alterato negli accenti, nelle sillabe, nelle rime: cantàri in dialetto veneto con verseggiatura del modello epico francese e serie monoritme.

Della prima famiglia è la Chanson de Roland, che fu anche in Italia il nòcciolo eroico di tutto il ciclo; della seconda sono sei poemi (Beuve d'Hanstone, Berte, Karleto, Berte et Milon, Ogier le Danois, Macaire) di mani diverse, ma raccolti insieme con evidente intenzione ciclica, come quelli che contengono le storie della famiglia carolingia e de' suoi principali eroi. Importantissima la storia degli amori di Berta e Milone e della fanciullezza d'Orlando nato di loro, sì perchè la invenzione non pure non ha riscontro in veruna canzone francese ma è anzi alla leggenda francese del tutto contraria, sì perchè l'azione è posta in Italia e Orlando fatto italiano, e più ancora perchè negli amori occulti e perseguitati di Milone e di Berta, nelle avventure della fuga e dell'esilio, sin che l'imperatore riconosce nel fanciullo mendicante di Sutri e nella madre nascosta in una grotta il nipote e la sorella, vediamo annunziarsi l'elemento romanzesco che è per essere l'anima della poesia con la quale gli Italiani ricomporranno la materia epica carolingia.

Questi poemi si conservano nella biblioteca marciana di Venezia insieme con altri due, della terza famiglia, ma scritti ancora in francese ibrido, Entrée en Espagne e Prise de Pampelune che vorrebbero più lungo discorso. Autore del primo è un Nicolò, che annunzia, con esempio nuovo nell'epica, la sua persona e la patria, ricordando gloriosamente il mito iliaco tra le leggende carolingie. Son padovano, egli dice, della città che il troiano Antenore fece nella gioiosa marca del Trevigian cortese. Si è messo a trovare, egli afferma, del miglior cristiano che fosse mai cantato da giullare perchè vuole castigare i codardi e vani, far ritornare i villani a cortesia e crescere i rettori di terre in sano consiglio. La sua istoria l'ha composta acciò sia intesa e cantata; e tutto questo vi so dire, aggiunge, perchè io ne sono stato l'autore. Nulla qui dunque manca del poema propriamente letterario, nè l'affermazione della personalità, nè la rivendicazione dell'invenzion propria, nè il fine civile, nè l'intenzione popolare. Aggiungasi che il padovano non condusse su modelli francesi il suo racconto di ben ventimila versi; che ricorre a fonti nuove, certo anche alla sua fantasia, forse a tradizioni indigene; che tratta con abilità molta il dialogo e sfoggia vera eloquenza nei discorsi dei personaggi; che è il primo a narrare e forse a imaginare le avventure di Orlando peregrino per isdegno in Oriente; che è il primo a citare testimone e mallevadore di avventure anche da sè inventate Turpino.

All' Entrata in Ispagna seguita nella materia la Presa di Pamplona anch'essa d'un italiano di Lombardia. Egli non solo fa partecipare alla guerra di Spagna Desiderio re dei Lombardi, in nessuna delle canzoni francesi degnato mai di tanto, ma anche narra come, avendo i Tedeschi dell'esercito di Carlo voluto rubare ai Lombardi il pregio e il premio d'una loro vittoria, questi ne fecero strage; di che adiratosi Carlo riprese e condannò i Lombardi, ma Orlando gli giustificò e difese presso l'imperatore; il quale per ammenda concesse a Desiderio tre privilegi: che quelli di Lombardia fossero sempre e tutti franchi, che tutti senza distinzione di natali potessero divenir cavalieri, che tutti potessero portare la spada a fianco anche in cospetto dei re. La democrazia dei comuni entrò così trionfante nell'epopea feudale. Che se a ciò che già notammo intorno l' Entrata in Ispagna aggiungasi ora come e in questa e nella Presa di Pamplona le favole di più poemi e canzoni sono raggruppate e svolte in un racconto molteplice e continuato a cui è come guida e lume il fatto dell'antagonismo dei prodi e dei traditori, della casa di Chiaramonte e della casa di Maganza (che era la nota caratteristica e il nesso logico della futura epopea romanzesca italiana), dovremo confessare che di essa epopea l'idea tipica, la forma organica e il procedimento tecnico sono già più che in germe ne' due poemi franco-italiani della Venezia. Anello tra questi e la futura epopea romanzesca in ottava rima furono i cantàri in dialetto veneto e in verseggiatura di modello francese: dei quali ci avanza un Buovo d'Antona in 2525 versi, che deriva dall'omonimo poema della Marciana, ed annunzia il poema toscano su lo stesso argomento. E con essi si chiude il primo periodo della poesia romanzesca italiana, il periodo lombardo-veneto, nel quale Orlando e Oliviero erano recitati su teatri mobili in Milano e i cantastorie delle cose di Francia disturbavano gli anziani di Bologna nel loro palazzo che li bandivano dalla piazza del Comune (1278).

III.

Di su tali cantàri e di su gli anteriori poemi, dopo che Firenze ebbe ottenuto il primato della lingua e della poesia e l'ottava rima da lirica diventò narrativa, i cantastorie toscani e specialmente fiorentini ripresero la materia epica. La nuova letteratura era riuscita, proprio come Dante voleva, aristocratica (egli diceva aulica ): per una gran parte di popolo la Commedia anche coi commenti rimaneva maestosamente oscura, e il Decameron era troppo artistico: del Canzoniere non è a dire. I dantisti, gli ammiratori del Petrarca e gli amici del Boccaccio disprezzavano coteste storie di paladini udite lombardamente o venezievolmente strillare da rauche voci pei trivii. I Ciompi invece, che bruciavano i palazzi dei cittadini grassi per poi far cavalieri i padroni su le macerie, ammiravano i colpi d'Orlando, forse piangevano su la gran rotta di Roncisvalle, certo applaudivano ferocemente al supplizio di Gano; mentre i mercantucci dagli ozi delle oscure botteghe proseguivano l'ideale delle avventure per le plaghe d'Oriente, gli amori delle fanciulle reali per lo stalliere, e il trionfo e le vendette dello stalliere tornato re. Ma l'abbandono alla plebe di così nobil materia cristiana e cavalleresca dovè dispiacere ai popolani serii, che pur compiacendosi dell'arte nuova erano rimasti fedeli alle tradizioni romane ecclesiastiohe del medioevo. In servizio dei quali e per lettura nelle camere e nelle sale, Andrea da Barberino, notaro ed uomo di studi, ricompilò da molti testi molte prose di romanzi, tra le quali più conosciuti e diffusi i Reali di Francia, e il Guerrin Meschino: ricompilò con intenzioni critiche il riordinamento cronologico e genealogico, con intendimenti storici e religiosi, con pretensioni di stilista: ricongiunse i Franchi ai Romani, Carlomagno a Costantino, Orlando a Scipione, e al racconto disceso a saltelloni dalla lassa monoritmica francese sostituì la flessuosa dicitura della novella italiana colorata morbidamente qua e là di qualche lume ovidiano. Le compilazioni del Barberino certamente furono lette anche allora, rimasero poi lettura prediletta al popolo specialmente di campagna, che nei grossi libri in ottave non ci raccapezzava di molto, mentre in quelle prose credeva seriamente leggere la storia della Chiesa e dell'Impero; ma nulla di nuovo e d'importante conferirono al lavorìo plebeo toscano su l'epopea carolingia, alle cui prime e caratteristiche produzioni pare che seguissero anzichè precedessero.

Lo spazio a cotesto lavoro, che tanto più crebbe quanto l'uso della letteratura volgare veniva scemando negli alti ordini tutti invasati di greco e latino, può essere posto dal 1350 al 1480. Da prima erano cantàri staccati, poi storie in due o in quattro cantàri, poemi in fine di quaranta o più canti, recitati questi un per giorno o a due sessioni per giorno, con un cenno in fin di ciascuno alla contenenza del seguente. Più famosi e stampati, e ristampati in edizioni di carta straccia fin quasi al nostro secolo, il Buovo d'Antona in ventidue canti, la Spagna in quaranta, la Regina Ancroia in trenta, tutti tre di autori fiorentini, tutti tre del secolo decimoquarto finiente, o al più del decimoquinto cominciante. Nel primo l'argomento è anteriore all'impero di Carlo, e si raccontano le avventure di un lontano avo d'Orlando: il secondo contiene la parte eroica e religiosa della leggenda carolingia, la più gran guerra contro i Saracini e la rotta di Roncisvalle con la morte di Orlando: il terzo i fatti di Rinaldo, che tien fronte a una regina infedele venuta ad assalire il regno di Carlo. In tutti tre il legame ciclico e cercato e proseguito nell'antagonismo tra maganzesi e chiaramontesi. Nel secondo e nel terzo, Orlando, che per isdegno con Carlo va peregrino venturoso per l'Oriente, comincia a divenir romanzesco. Nel Buovo cominciano i segni della mistura comica non senza intenzione satirica nella caricatura di gente di chiesa. L' Ancroia è il tipo già esagerato della donna guerriera. Nella Spagna c'è qualche cosa di più singolare. Carlomagno, che incognito ritornando in Parigi si presenta alla moglie ed è riconosciuto non da lei ma da un cane di lei, assomiglia all'eroe dell'Odissea in modo che non par caso. Tutto ciò in Firenze su la fine del secolo decimoquarto annunzia la fusione degli elementi e degli spiriti che in questa forma dell'epica andrà a compiersi nel decimoquinto e meglio nel decimosesto. Del resto nella Spagna le forme esteriori del genere sono già tutte fissate dalle necessità quotidiane della recitazione: nei principii de' canti le preghiere o invocazioni cristiane che il Pucci imiterà e l'Ariosto cambierà in esordii eleganti: nel fine, le licenze o congedi agli uditori: di più, la interruzione e la ripresa delle diverse fila della favola. L'autore del Buovo comincia ogni canto con ricordare ciò che fu detto o a che fu lasciato il racconto nell'anteriore; come poi fece il Boiardo. Ma il fiorentino chiude una volta il canto avvertendo gli uditori ch'egli ha sete e va a bere, intanto si riposino. L'autore della Spagna su 'l fine del quinto li ammonisce che si ricordino di por mano alla tasca e far dono.