Luigi Pulci, raccogliendo e trasformando spiritosamente la costoro eredità, chiude il secondo periodo, fiorentino e plebeo, della epopea romanzesca, e introduce al terzo e ultimo, lombardo, nel quale ella diventa classica. Anche nella seconda età dell'arte italiana, dal 1480 in poi, il movimento ricomincia da Firenze intorno la materia popolare e con spiriti popolari. Dopo tanto greco e latino, dopo tanto ricercare le isole fortunate della gloriosa antichità, si sentì il bisogno di ritornare un po' in famiglia, se non altro per assettare a onesta pompa tra le dovizie paterne le ritrovate preziosità degli avi, per lavorare con l'arte nuovamente imparata le materie gregge domestiche. Come Lorenzo de' Medici e Angelo Poliziano avevan preso a rinnovare e rincivilire la ballata, lo strambotto, la lauda, il canto carnescialesco, così il Pulci volse l'orecchio e l'animo alle storie che si cantavano in piazza. Fu l'ultimo dei cantastorie; ma salì le belle scale del palazzo Medici, e lesse, non cantò, alla tavola di Lorenzo e di sua madre Lucrezia, avendo ascoltatori e consiglieri il Poliziano, il Ficini, il Landino, genio o demonio suggeritore quel suo bizzarrissimo ingegno non mai stanco di far capriole e rilevarsi giovenilmente ridendo. Però, con tutto il rispetto ch'egli serba a tutte le monotone forme organiche dell'epica popolare, manca al suo poema la proporzione massimamente tra la prima e la seconda parte; nè ciò fa male, come non stanno male le finestre fuor di squadra nei palazzi di quel tempo. Egli séguita fedele nel grosso della favola i canti dei suoi antecessori, senza darsi briga più volte di pur mutare i versi; e con tutto ciò il Morgante è fra tutti i poemi italiani quello nel quale la individualità del poeta si affaccia più ostinata, più curiosa, più impertinente. Non fece nè potè fare scuola: accennò al periodo classico, mostrando coll'esempio che anche di storie cavalleresche si poteva fare un poema lungo, leggibile ai signori ed ai letterati, e sprigionando tra quella fuga di fantasmi giganteschi e grotteschi un gruppo elettrico di scintille di buon umore.
Passando dai colli toscani alle pianure del Po, dalla piazza della Signoria di Firenze al castello di Niccolò terzo e di Borso, dalla famiglia dei Pisistrati banchieri alla dinastia dei discendenti di Adalberto e Matelda e dei guelfi vincitori di Ezzelino, dalla camera d'un gentiluomo fiorentino scaduto di nome e d'averi alle stanze merlate d'un governatore e ambasciatore ducale, dal Pulci, dico, al Boiardo, l'epopea romanzesca ritrovava il luogo e l'uom suo. Nella biblioteca del duca Borso c'erano molti romanzi d'avventura del ciclo bretone e della Tavola rotonda. Matteo Maria Boiardo scriveva egloghe latine, aveva tradotto Erodoto ed Apuleio. Intanto l'elemento romanzesco erasi già compenetrato all'epopea carolingia non sì tosto ella fu migrata in Italia; ma nessuno ancora aveva avuto il coraggio di far innamorare Orlando. Anche il Pulci non scherza con l'eroe di Roncisvalle: lo fa combattere e morire con un vero sentimento epico che ricorda la canzone di gesta, lo fa miracoleggiare con una fede infantile e grossa che ricorda la cronaca di Turpino. Ma il Boiardo al ciclo guerriero carolingio che piaceva alla plebe intrecciò il ciclo galante d'Artù che piaceva alle corti; e nell'opera sua il terribile guercio che tagliava con Durandal i graniti dei Pirenei, lo sposo di Alda, della quale solo il nome occorre due volte nella Canzone di Rolando, s'innamora d'una principessa della China. Ciò non per tanto, le avventure più strane, le fantasie più bizzarre, le forme più grottesche pigliano nell'opera del Boiardo proporzione e decenza classica. Circe e Medea non erano state fate e maghe? I dragoni non custodivano gli orti delle Esperidi e il vello d'oro? Vulcano fabbricò armi incantate ad Achille e ad Enea, e Achille è il primo degl'invulnerabili. Più, il Boiardo aveva tradotto l' Asino d'oro, ove la novella sensuale e la divina storia di Psiche s'incontrano fra gl'incanti e le stregonerie più sconce e paurose. Così la nuova forma dell'epopea romanzesca usciva gloriosamente composita dalle mani dello scandianese ammirato lui stesso del suo lavoro.
La calata di Carlo VIII distrasse e ruppe il cerchio degli uditori: la morte ghiacciò la mano del poeta sul principio della terza parte, che gli rimaneva a cantare la disfatta e la morte del re Agramante invasore del regno di Francia, con la fine degli amori di Orlando, di Rinaldo, di Ruggero: morendo, egli lasciava i Saracini vittoriosi intorno Parigi. Per la curiosità volgare potea bastare la continuazione affrettata dell'Agostini. Ma la miglior generazione del miglior tempo del Rinascimento, la generazione a cui il Bembo e il Sannazzaro insegnavano la lingua e la poesia, e dava precetti di cavalleria il Castiglione, di politica il Machiavelli, di filosofia il Pomponazzo, la generazione per cui il Bramante costruiva palazzi che il Primaticcio ornava e Giulio Romano affrescava, la generazione per cui Leonardo e Raffaello dipingevano, Michelangelo scolpiva, il Cellini cesellava, quella generazione voleva qualche cosa di meglio.
Ecco perchè Ludovico Ariosto continuò l' Innamorato del Boiardo componendo il Furioso.
IV.
L'Ariosto compose il Furioso negli anni che passò al servizio del cardinale Ippolito d'Este, come gentiluomo di fiducia adoperato negli offici solenni o nei casi ed affari di maggior momento e più rischiosi. Il cardinale credeva, o almeno affermava, avergli dato d'entrata presso a trecento scudi; ma il poeta, interponendo un suo cugino a raggiustare le partite co'l padrone, lagnavasi di non avere più che 150 lire, e queste pagategli a sbalzi ed a sgoccioli. La provvisione ordinaria da una lettera del cardinale (21 gennaio 1511) parrebbe determinata in 240 lire marchesane (1200 fr. circa) su proventi della cancelleria arcivescovile di Milano: c'erano di più i frutti di certi benefizi ecclesiastici che l'Ariosto godè per qualche tempo e avrebbe forse anche potuto accrescere e conservare se avesse portato la chierica: il pagamento gli era fatto ogni tre mesi, ritenendosi il costo dei panni e vestiarii che venivano, pare, forniti dalla guardaroba del cardinale. Il poeta aveva anche, da due o tre anni all'infuora, anni di guerra, le spese del vivere, nel 1516 vino e frumento per due bocche, paglia e fieno per due cavalli. In tali condizioni di vita fu scritto il Furioso, che del resto fu tutt'altro che l'unico pensiero e lavoro dell'Ariosto in quei tredici anni. Per feste del cardinale compose nel marzo del 1508 la Cassaria, nel febbraio dell'anno seguente I Suppositi, e tradusse e riadattò per le scene qualche commedia di Terenzio.
Veniva intanto la lega di Cambray ad avvolgere gli Estensi nella guerra contro Venezia e nelle furie di Giulio II. Due volte nel 1509 l'Ariosto fu spedito a Roma; la seconda, di decembre, in gran fretta e fra pericoli grandi, a sollecitare soccorsi contro l'armata che i Veneziani spingevano su per Po. Ebbe notizie in Roma, al 25, della battaglia vinta da Ippolito su l'armata veneta alla Policella tre giorni a dietro, nella quale avean combattuto tre Ariosti; e scriveva súbito al cardinale rallegrandosi “di avere istoria da dipingere nel padiglione del mio Ruggero a laude di Vostra Signoria„. Su la fine dunque del nove era di certo tutta ordita e già bene avviata la favola del poema, poichè sol nell'ultimo canto figura il padiglione nuziale di Bradamante e Ruggero: non però che il poeta fosse allora, come talun suppose, a scrivere l'ultimo canto: anche nel terzo, quindicesimo e vigesimoquarto è menzione della vittoria di Policella. Nel 1510 il papa, voltatosi coi Veneziani contro i Francesi, bandiva scomunicato e scaduto d'ogni diritto il duca di Ferrara tenutosi fedele alla lega di Francia e intimava al cardinale fratello di ridursi tosto a Roma. Ippolito non la intendeva, e si metteva di mala gamba; e l'Ariosto nel maggio e dal giugno all'agosto fu in Roma a placargli la grand'ira di Secondo, che una volta in Castel Sant'Angelo minacciò di farlo buttare in fiume se non gli si toglieva davanti. Stretto poi il duca e Ferrara dai Veneziani e dai papali, il poeta partecipò i pericoli della patria. Egli stesso, come ne lo lodò il fratel Gabriele nell'epicedio latino, “tutto armato fu in campo, non per istudio di veder la battaglia e cantar della battaglia gli eventi, ma preparato a morire di onesta morte per la patria e aggiungere onore agli onori del nome suo„. Ciò fu sotto i comandi di Enea Pio da Carpi in una seconda battaglia della Policella, che il duca anche vinse su' Veneziani il 24 settembre del dieci, e nella quale è fama che il poeta assalisse e conquistasse egli una nave dei nemici. Subito dopo la battaglia di Ravenna (11 aprile 1512), ove il duca Alfonso fece miracoli con la sua artiglieria distruggendo la fanteria spagnuola senza molti riguardi agli alleati francesi ( — Tirate, tirate, — gridava a' suoi, — son tutti barbari a un modo e nostri nemici — ), egli vide il campo.
Io venni dove le campagne rosse
Eran del sangue barbaro e latino,
Che fiera stella dianzi a furor mosse;