E adoro i tuoi sparsi vestigi,
Patria diva, santa genitrice.
Son cittadino per te d'Italia,
Per te poeta, madre di popoli,
Che desti il tuo spirito al mondo,
Che Italia improntasti di tua gloria.
Dopo i quali versi io non oserei davvero recarne altri a documento della scuola del Tolomei. Meglio dell'alcaica trattarono, di rado, la saffica, quasi sempre il distico elegiaco; ma tutta la raccolta dei versi barbari (chiamiamoli pur così, chè se lo meritano!) non offerse alla lirica nostra un'ode sola di che possa vantarsi. Gli esempii buoni cominciarono soltanto con Gabriello Chiabrera, che non fu grande anima di poeta, bensì fu artista di arditi intendimenti e di eleganze squisite. Se non che il Chiabrera, sebbene nato nel 1554, appartiene nei modi e nell'efficacia dell'opera sua piuttosto al decimosettimo che al secolo decimosesto; come Ottavio Rinuccini che, insieme con lui, mirando da un lato ai Greci, dall'altro ai Francesi, iniziò il melodramma a imitazione di quelli, e la canzonetta leggiera, melodica, variata di rime in parole tronche, a imitazione di questi. Dei metri barbari uno solo riuscì nel Cinquecento a tale bontà da vincere la forza della tradizione e ottenere la cittadinanza italiana: il metro dell'Eneide del Caro, del Giorno del Parini, dei Sepolcri del Foscolo, delle Ricordanze del Leopardi: l'endecasillabo sciolto.
La canzonetta alla francese non durò fatica a vincere, con le altre forme, il pindarismo arcaico, preparato da quel critico egregio e poeta miserrimo che fu il Trissino, e proseguito da Luigi Alamanni; anche perchè fe' sua l'imitazione d'Anacreonte. Le odicine che vanno a torto sotto il nome del vecchio di Teo, furono edite per la prima volta nel 1554; e subito imitate in Francia dalla scuola di Pietro Ronsard. Che piacere dovè essere per quegli avi nostri, tediati a morte dalla gravità concettosa della lirica medievale ne' suoi ultimi sforzi, leggere le invenzioncelle minuscole, in versi brevi, tutti rose, pampani, colombe ed Amori! Le credevano opera di pura classicità; e ciò faceva legittima e rinfocolava l'ammirazione. Anche gli antichi dunque non si erano sempre dilettati della poesia noiosa, e si poteva dunque imitarli in un genere che fosse di sollievo alla mente e all'orecchio! Ma i nostri, nel secolo decimosesto, non osarono andare oltre, la parafrasi nelle forme medievali del sonetto e della canzone, o al più nella forma nuova dell'ode oraziana.
Quello che accadeva ad Anacreonte, era accaduto ad Orazio, tradotto in sonetti e canzoni. Innanzi di vestirlo di panni a lui convenienti, gli avevano cacciato addosso, per forza, la tonaca e il cappuccio del canonico messer Francesco Petrarca: strane vesti, di cui da buon pagano si vergognava, senza aver troppa consolazione del vedersi accanto camuffati a quel modo Tibullo e Properzio. Qualche anima buona pensò poi a trarlo di lì, e gli procacciò un abito tagliato alla peggio, come si potè allora, sull'uso antico: non che Orazio ci si sentisse a suo agio e si lodasse del sarto, ma insomma e' non faceva più ridere le brigate. Codeste anime buone furono, nell'intenzione, il Trissino; nell'esecuzione, Bernardo Tasso, padre di Torquato, e Benedetto Del Bene, con più altri, traduttori e imitatori. Onde le strofe brevi di endecasillabi e settenarii rimati, disgiunte l'una dall'altra, le strofe che saranno poi care a Giuseppe Parini, e perfette per virtù di lui; e con le strofe nuove, rinnovati di sull'antico i motivi della lirica encomiastica, convivale, amorosa, mordace. Anche in ciò non vi debbo nascondere che non poco giovò l'esempio del Ronsard; dal quale il Del Bene si lagnava non essere ricambiato delle lodi che gli aveva profuse.
Ecco un esempio, singolare, di questa lirica neo-oraziana; e ce l'offre il Del Bene medesimo in un'ode Ad un signore vecchio innamorato, che non riusciva a fare innamorare la bella: l'ode, dopo altri ammonimenti, chiude così, invitando costui a dimenticare tutto nel vino: