De vitii fallace.

Per lu universo pace

Serà da cielo in terra

Et follia e guerra

Serà nello inferno remessa.

Ahimè! Pur troppo la triste realtà era ben lontana da questo roseo sogno; poichè le condizioni della Chiesa peggioravano ognor più, e se Urbano poteva vantare della sua parte e santa Caterina e Giovanni dalle Celle, neanche a Clemente VII faceano difetto uomini d'insigne pietà, come a dirne uno, san Vincenzo Ferrero, teologo e profeta egli pure. Ormai non si sapeva più da qual parte stesse il diritto, e peggio ancora a quale fra i combattenti sarebbe per arridere la vittoria: talchè i profeti stessi, parteggiando chi per l'uno chi per l'altro, in questo solo s'accordavano: nel credere prossima la fine del mondo. E vi credè il suddetto Giovanni dalle Celle, che, pur avendo combattuto per tutta la sua vita contro i Fraticelli, non teme ora d'imitarne il linguaggio, e di risalire anche lui allo stesso abate Gioachino, dai Fraticelli tenuto per suprema autorità. “L'abate Gioachino, egli scrive, fu nel 1138 e fece un libro il quale si chiama el Papa, dove egli infino all'avvenimento di Anticristo dipinse tutti i papi.... Ma questo papa Gregorio (XI) pone che è l'ultimo papa e pone che fugge in forma di fraticello. E dopo di questo papa dipinse una terribile bestia, che colla coda avvinghia molte stelle, e dalla punta della coda esce una spada. Gli uccelli del Cielo sono i religiosi e questa bestia è l'Anticristo....„ Il libro che il Vallombrosano crede composto intorno al 1138, quando probabilmente Gioachino era ancor fanciullo, non è se non quello che racchiude gli apocrifi vaticini intorno ai Pontefici, vaticini dei quali, come delle profezie di Merlino, di Cirillo e delle varie Sibille, si fecero tratto tratto nuove edizioni con aggiunte ed interpolazioni per adattarle ai nuovi fatti. Su questi libri, sfacciatamente bugiardi, e sopra un creduto vaticinio tradotto, dicevasi, dall'ebraico in latino per opera di un Dandolo Ilerdense, e intitolato Oroscopo, fonda altresì le sue congetture l'eremita calabrese Telesforo o Teoforo o Teleoforo da Cosenza. Per parte mia credo che questo profeta faccia il paio col supposto Cirillo; e parmi non poco probabile che sotto il pseudonimo di un conterraneo di Gioachino si nasconda qualcuno, che non vivea molto lontano dalla Curia avignonese e ne divideva le speranze. Comunque sia, racconta il nostro eremita che vivendo nelle solitudini di Tebe presso Cosenza, dopo avere sparse molte lagrime e durati parecchi digiuni per divenir degno di conoscere il principio e il termine dello scisma; finalmente addormentatosi in sull'aurora della Pasqua del 1386, gli apparve un angelo dal volto verginale, dall'ali lucenti e dell'altezza di due cubiti, che lo invitò a raccogliere i libri di Gioachino e di Cirillo, se voleva conoscere il segreto che tanto l'affannava. Destatosi l'eremita si mise a cercare insieme con un suo compagno, Eusebio Vercellese, le opere dei due profeti, e non solo quelle trovò in gran copia, ma tutte le altre che vi ho testè citate. Come si vede, il Cosentino, benchè gli appaiano gli angeli dalle bianche vesti, non è neanche lui un profeta, ma piuttosto uno studioso delle altrui profezie. E resta altresì molto indietro ai predecessori suoi; poichè non nelle sacre carte cerca di leggere l'avvenire, ma nelle profezie più recenti, e non nelle autentiche, ma nelle spurie, come a dire i falsi vaticini sui Pontefici, che egli conosce sotto il nome di Fiore, e il falso commento alla pretesa profezia di Cirillo. La sua ingenuità arriva anzi a tal segno, da credere in buona fede che Gioachino, morto nel 1202, abbia potuto commentare la profezia Cirilliana, la quale, secondo Telesforo, sarebbe apparsa nel 1264. Ma i profeti, che vedono tanto bene nel futuro, non hanno l'obbligo di conoscere per filo e per segno il passato. Alla luce di queste pseudo-profezie al nostro eremita si rischiarano tutti i dubbi; ed ora legge nell'avvenire come in un libro aperto. “Il presente scisma, ei scrive, è nato dai vizi e dalle colpe della Chiesa, che dei beni terreni apparve più sollecita che degli spirituali; e non avrà fine se non al tempo dell'angelico pastore, che seguirà immediatamente alle presenti tribolazioni, e rinunzierà spontaneamente a tutti i suoi possessi.„ Dicevano in Avignone che la ragione del ritorno della Santa Sede in Italia dovevasi ricercar nel desiderio di riconquistare quel dominio temporale, che i principi e le città collegate con a capo Firenze stavano per togliere alla Chiesa. Ed aggiungevano che sarebbe stato molto meglio subire tale spogliagione, che mettersi allo sbaraglio di uno scisma. Anzi l'antipapa Clemente di una gran parte del patrimonio di San Pietro avea costituito un ducato in favore dell'Angioino, per riceverne aiuto e difesa nelle presenti strettezze. Telesforo, andando più oltre, aggiunge che il successore di Clemente, o il Papa Angelico, non ad una parte sola dei possessi suoi rinunzierebbe, ma bensì a tutti. Se non che prima che spunti questo avventuroso giorno nuove calamità sovrasteranno ai fedeli, e dalla Germania sorgerà, secondo un'antica leggenda tedesca, un terzo Federico, della semente del secondo, il quale, non meno infesto alla Chiesa, pugnerà contro la Francia, come un tempo Manfredi contro Carlo d'Angiò, e più fortunato di lui riuscirà a menare prigione il re francese. Ma non tarderà molto, che le sorti della guerra muteranno e l'imperatore tedesco sarà sconfitto e l'impero stesso passerà nelle mani di re Carlo di Francia, il quale, stretto in intimo accordo col Papa Angelico, dominerà tutto il mondo cristiano, sconfiggerà i Saraceni, convertirà i Tartari, e la Chiesa greca unirà con la latina. Nel qual tempo si verificherà l'antica profezia di un solo ovile e di un solo pastore, e per lunga pezza la pace sorriderà agli uomini. Nè qui si arresta l'incauto profeta, ma discorre ancora dei successori del Papa Angelico, che saranno in numero di tre, dopo i quali il Diavolo sarà sciolto di nuovo, e verrà l'ultimo Anticristo, che con doni ed incanti sedurrà il popolo dei credenti; dopo di che seguiranno la finale catastrofe e il giudizio universale. Di tutti questi avvenimenti, dei quali neppur uno si è verificato, è così certo il nostro eremita da snocciolarvene le date con precisione matematica. Lo scisma avrebbe fine nel 1417, e nel 1432 sarebbe legato Satana, e tra altri 420 anni dal 1386, vale a dire nel 1806, sarebbe accaduto il giudizio universale. Siamo, come si vede, in piena decadenza della profezia. Telesforo è un commentatore di commentatori; e non si contenta se non quando ha colmate tutte le lacune, assegnate tutte le date. La sua profezia è un libro di partito, scritto per rincorare i suoi, ed accertarli che, non ostante i rovesci e le sconfitte, la vittoria finale non sarà per mancare. Non gl'importa che di lì a poco tempo il fatto possa smentirlo. Quel che preme ora, è non perdersi d'animo; e nulla giova tanto ad assicurare la vittoria, come la piena fiducia di doverla conseguire.

Il libro di Telesforo ebbe un grande ed immeritato successo; e sei anni dopo che fu pubblicato, vale a dire nel 1392, Enrico di Langstein ne scrisse una confutazione stringente. Ed Enrico era uno dei più dotti teologi del tempo e vice-cancelliere dell'Università di Parigi, e nello scisma ebbe una parte importantissima; perchè sostenne validamente non potersi comporre il conflitto, se non a patto che entrambi i papi deponessero il loro potere e lasciassero ad un Concilio la cura della nuova scelta del pontefice e della sospirata riforma della Chiesa; idee che, svolte poi dal Gerson, trionfarono nel Concilio di Costanza. Orbene quest'uomo, così dotto e così pratico, non ebbe disdegno di combattere le profezie del preteso Telesforo. E la ragione sta in questo, che tutti in quel tempo erano inclinati ad accogliere le voci profetiche. Lo stesso Enrico, se non presta fede a tutte le puerilità dell'Eremita, se gli rimprovera di attingere a sorgenti impure e non approvate dalla Chiesa, crede però anch'esso nella prossima venuta dell'Anticristo; e di Arnaldo di Villanova fa tanto conto che lo mette a pari di santa Ildegarde, la Sibilla tedesca come ei la chiama, e rimprovera Telesforo di non averne conosciute le opere.

Parimente nella prossima venuta dell'Anticristo crede un altro teologo, Niccolò Oresme, precettore del re Carlo V di Francia. Mandato dal re francese alla Curia pontificia in Avignone, vi tenne un ardito discorso predicente lo scisma, e liberatosi poscia dall'accusa di eresia con tale vantaggio da meritare il vescovato di Lisieux, seguitò a meditare sui destini dell'umanità, e pur combattendo le dottrine gioachimite intorno alle tre età e all'Evangelo eterno, si fece a dimostrare in un libro De Antichristo, scritto, a quel che sembra, allo scoppiare dello scisma, che fra non molto si verificherebbero le terribili profezie dell'Apocalisse, stando almeno a parecchi indizi, tra i quali è da contare il pressochè compiuto annichilamento dell'Impero, la tepidezza della carità, la dissolutezza e la simonia dell'alto clero, il pullulare di nuove eresie, e più che tutto l'apparizione di quei falsi profeti che sono i Gioachimiti. Ed enumerati ad uno ad uno questi segni precursori, il dotto prelato si fa a descrivere il futuro Anticristo, che nascerà in Giudea e coll'apparenza della santità e con larghi donativi si guadagnerà molti cristiani, allontanandoli dalla vera fede, e fattosi eleggere loro re, perseguiterà a morte gli ortodossi, e con alterna vicenda di sconfitte e vittorie travaglierà tutto il mondo, finchè Cristo stesso non scenderà in terra per levarlo di seggio e cacciarlo in inferno con tutti i suoi seguaci.

Non meno convinto della vicina catastrofe era quel Domenicano spagnuolo ricordato più sopra, Vincenzo Ferrer, che nelle sue predicazioni e in una lettera indirizzata al papa avignonese Benedetto XIII il 27 luglio 1412 affermava dover coincidere la venuta dell'Anticristo con la fine del mondo, ed essere imminenti e l'una e l'altra; poichè già da cento anni ai beati Domenico e Francesco era stato rivelato che tre spade percuoterebbero la terra, vale a dire la persecuzione dell'Anticristo, la conflagrazione, e il giudizio universale. Inoltre nell'Apocalisse è detto che Satana, dopo mille anni dacchè fu legato, sarà sciolto di nuovo e sguinzagliato contro i fedeli. E Satana fu legato non alla venuta di Cristo, come dicono alcuni, ma ben piuttosto al tempo del beato Silvestro, quando l'Impero romano si convertì alla nuova fede e il paganesimo fu vinto. Da quel tempo i mille anni sono già trascorsi, e l'estrema ruina si appresta cito et bene cito ac valde breviter; e gli stessi ordini religiosi, il Domenicano e il Francescano, istituiti per ritardarla, sono pressochè distrutti, poichè è venuta meno la rigida osservanza delle loro regole. Le opinioni apocalittiche erano state fino allora proprie del sodalizio francescano, e della parte più esaltata degli spirituali; ora penetrano nell'ordine domenicano; e dopo Vincenzo Ferrer un altro predicatore, Manfredo di Vercelli, le va spargendo per l'Italia settentrionale, traendo seco le turbe atterrite.

Ma questi tetri pronostici fallirono alla lor volta del tutto; anzi composto a Costanza il grande scisma, e vinto senza fatica l'altro che vi tenne dietro a Basilea, il papato parve sorgere a nuova vita e riprendere il prestigio goduto ai giorni d'Innocenzo III e di Gregorio IX. Senonchè l'attento osservatore sotto l'apparenza ingannatrice non tardava a scoprire i segni di nuovi mali. La Curia non era più, come in Avignone, alla mercè del re di Francia; ma la corruzione, tanto rimproverata alla Corte avignonese, non era scomparsa sotto altro cielo. E per un certo rispetto pareva si andasse di male in peggio; poichè ora con cinico sorriso si mettevano a nudo le proprie brutture, e le facezie di Poggio Bracciolini trovavan lieta accoglienza nelle stesse sale del Vaticano. Aggiungi che al cessare degli scismi lo spirito cristiano non che informare uomini ed istituzioni, pareva invece soffocato dal rifiorire della cultura pagana e dalla ognor crescente miscredenza, e la stessa Curia pontificia aveva a segretari uomini, che eglino per i primi non prestavano fede ai brevi ed alle bolle da loro distesi come saggio di elegante latineggiare. Infine un'altra piaga si riapriva nel seno della Chiesa, e più maligna delle precedenti, il nepotismo, che da Paolo II a Sisto IV divenne sempre più minaccioso, e con Alessandro VI non conobbe più modo nè misura.